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giovedì 18 gennaio 2018

Noi siamo tutto. Il titolo sembra una presa in giro.

Di film brutti, ne ho visti tanti, ma come questo, nessuno. E’ un’offesa al giovane pubblico. Sul serio, pieno di banalità, ne ha così tante che non so neppure da dove iniziare. Il film (regia di Stella Meghie) è tratto dal libro omonimo di Nicola Yoon.
Allora Madeline (Amandla Stenberg), detta Maddy, ha una malattia: immuno skin, non può uscire o entrare in contatto con persone che prima non siano sterilizzate, oggetti sterilizzati, perché se entra in contatto con un virus il suo sistema immunitario non saprebbe sconfiggerlo e anche con un banalissimo raffreddore potrebbe lasciarci le penne.
Non si sa per quale strano motivo (forse per via dei coloranti, tossici anch’essi) deve indossare magliette bianche di cotone, poi in realtà nel film mette altre cose colorate: e allora perché dirlo? Si poteva anche sorvolare sulla questione colore o non colore. Eh no, perché Maddy “incontra” il suo nuovo vicino di casa, Olly (Nick Robinson), che guarda caso veste sempre di nero. Ma che contrapposizione intelligente, caspita! I due si osservano da lontano, spero non troppo, perché altrimenti scatta la fantascienza e la vista bionica.
Olly e la sorella vanno a citofonare a casa di Madeline per portare un ciambellone, gentilmente offerto dalla madre dei due, per scusarsi del loro arrivo. Qui ti fanno capire, furbacchioni “siamo dei cattivelli vicini”. Oh mamma mia, che ribelli e che spavento. La madre psicopatica di lei (Anika Noni Rose) rifiuta il ciambellone e per giorni lui alla finestra fa fare delle cose assurde a sto dolce. E lei ride. Poi finalmente decidono di scambiarsi il numero. Ragazzi: siamo nel 2017, abbiamo più social che aria. Aggiungo una piccola cosa, prima di proseguire, per i primi sei minuti di film, parla solo lei, i suoi pensieri scorrono per 6 interminabili minuti.


Nel momento in cui i due Romeo e Giulietta iniziano a mandarsi i messaggini della conoscenza (nel momento in cui è scattato il paragone con i due amanti di Verona, monumenti dedicati a William si stanno sgretolando), veniamo catapultati nella fantasia di lei, sono in un bar che conversano, adesso, non so se la conversazione sia fredda per cercare di replicare il gelo del dispaly. Fatto sta che, questa conoscenza è sconnessa e insensata. Ho deciso di estrapolare alcuni passaggi che mi hanno lasciato particolarmente allibita: Maddy chiede al povero malcapitato “hai presente il film Stregata dalla luna?”, lui risponde no. Allora a quel punto, una persona normale o gli racconta brevemente il film, oppure cerca comunque di ricollegarlo a quello che ha detto, non gli vai di certo a citare una battuta del film, se non l’ha visto che gliela dici a fare? E poi si stupisce perché lui non riesce a cogliere il senso.
Ma ad un certo punto, scatta la celebrazione dell’ovvio. Lui, per vivacizzare la conversazione e dare un ritmo più incalzante alla conoscenza dice “Facciamo un gioco”. Gioco, dovrebbe essere divertente. Devono citare alcune cose per descriversi, le prime due sono: libro preferito e una parola che ti rappresenta, Olly spedito risponde “Il signore delle mosche, macabro…”. Lei cerca di fare l’intellettualoide per atteggiarsi e dice “Il signore delle mosche? Ah lugubre!”. Ti prego, sono appena trascorsi 15 minuti e ne abbiamo già combinate così tante.
Adesso, non dirò che formalmente ed esteticamente è brutto, è abbastanza nella norma, ci sono alcune cose poco a fuoco, però tutto sommato, possiamo passarlo. Non abbiamo grosse aspettative da quel punto di vista. Questo film è brutto soprattutto nei dialoghi e come si sviluppa la storia, per questo motivo è veramente orribile. Però dai, andiamo avanti, manca ancora un ‘ora e un quarto, può sempre migliorare.  Ma quando mai!
Il loro amore è avvincente come una gara di carrelli del vecchietto di Amazon. È un film imbarazzante! C'è più pathos in una puntata de il segreto che in questo film.
La madre è una psicopatica (l’avevo già detto, ma è meglio ridirlo), ha perso marito e il fratello di Maddy in un incidente d'auto. E Olly? Chi è, come vive questo rapporto? Perché non ha nessuna espressione, ma qualsiasi cosa gli venga detta fa un sorriso da ebete.  Non si sa! Poi uno slancio: i due partono alle Hawaii per una fuga d’amore. Ecco risulta pesante anche la parte più spensierata, il vuoto dei dialoghi viene riempito con delle musiche, anch'esse poco azzeccate, magari qualcosa di allegro pop o una bella ballata strappalacrime. Piatto.” Io ti amo”, dice lui. “Io ti amavo ancora prima di conoscerti”, risponde lei …e a quel punto ti cade tutto, o meglio cade anche quell’ultima cosa che fino a quel momento, non si sa per quale assurdo motivo, era rimasta su.  Gli innamorati in vacanza entrano nel letto e scoprono l’intimità, hanno il loro primo rapporto. Intuisco che sta per arrivare il momento clou del rapporto, perché così, inutilmente viene inquadrato l’oceano (il tutto per mezzo secondo) un'onda s'infrange sulla battigia. Si poteva usare metafora peggiore: si può? Davvero? Neppure il film più trash arriva a tanto. A sto punto potevano citare Scary movie! Lei al risveglio si guarda allo specchio e si sente donna. Donna con sensi di colpa. Ma no, si sta per sentire male, finalmente e a quel punto pensi: “dai che sta per morire e almeno diamo una bella defibrillata allo scorrimento narrativo”. Non vado oltre, se avrete modo e pazienza di scoprirlo, sono con voi, con il pensiero.

Guardatelo, se avete voglia di sentirvi immortali per un po’, perché questo film ha la capacità di dilatare il tempo, i minuti scorrono, ma sembrano essere ore. Ti offre la possibilità di vivere 1 ora e mezza in eterno! E’ tutto. E’ proprio tutto! Ah no, se volete, esiste anche il romanzo, magari quello è meglio!

giovedì 4 gennaio 2018

Wonder: la gentilezza negli occhi di chi guarda.

Miracolo dei miracoli sono riuscita ad andare a vedere Wonder, ma soprattutto sono riuscita a fare due cose in 2 ore di film: non pensare ai 1000 commenti fantastici letti in questi giorni e non paragonare il film al libro, o meglio ai 4 libri.


Per chi ancora non lo sapesse A Wonder story è una collana composta da 4 libri; il primo libro è dedicato ad Auggie, poi c’è il libro di Cristopher (assente nel film), Julian e Charlotte. Speriamo che R. J. Palacio (l’autrice) decida di scrivere altri libri usando anche i punti di vista di altri personaggi.

Wonder ruota attorno al primo personaggio, August (Auggie) Pullman (interpretato da Jacob Tremblay) un bambino con una grave deformazione facciale, la scuola, la famiglia, gli amici, i nemici tutto quello che riguarda un bambino di 10 anni, però amplificato dagli sguardi altrui ( “Se ti fissano, lasciali fissare. Se sei nato per emergere non puoi passare inosservato”), dalle paure degli altri.

A Wonder story è un piccolo mondo e lo è anche il film che, lo ammetto, mi è piaciuto un sacco. Poi ragazzi: c’è Julia Roberts!

Ma andiamo con ordine, Auggie dopo aver studiato in casa con la mamma Isabel (Julia Roberts), viene iscritto in prima media. Già le medie sono traumatizzati, aggiungiamoci il fatto che il bambino ha subito 27 operazioni e si vergogna di se stesso e il drammone è servito.

Auggie viene descritto come un ragazzino normale e straordinario allo stesso tempo ed è per questo che in alcuni punti mi stava antipatico. Sì in realtà simpatizzavo con Via (Izabela Vidovic), la sorella maggiore, messa in po’ da parte dai genitori per supportare il bambino. Auggie fa i capricci, ma se ci pensiamo quale bambino di 10 anni non fa capricci e non vorrebbe essere al centro di tutto? Tutti, e i bambini che fanno così non sono mai tanto simpatici, così pure Auggie non mi piaceva molto in quei momenti e sono contenta di questo. Però, non puoi non affezionarti a questo piccolo astronauta: è intelligente, tenero, dolce rispecchia esattamente l’insegnamento che gli viene dato dalla sua famiglia, ha dei genitori meravigliosi, un ambiente familiare sano, genuino, protettivo, ma non troppo, il fatto che cerchino di mandarlo a scuola con gli altri “diabolici” ragazzini la dice lunga. La vita ha già portato via troppe cose ad Auggie, loro non possono impedirgli il resto.

Tutto il film ruota attorno alla famiglia di Auggie (nel libro ci sono molti più punti di vista) e agli affetti a loro più cari. Noi ci sentiamo parte di quella famiglia (come non si può non farne parte?).

All’opposto abbiamo la famiglia del bullo fighetto Julian, come può il povero Julian essere una brava persona se gli è capitata una famiglia straricca e superficiale? L’immagine ed essere al centro dell’attenzione per la sua famiglia è tutto. Dai libri invece emerge un Julian pieno di paure, insicuro, verrà salvato dalla nonna, tutte le nonne nei libri sono dei salvagenti. Dal film tutto questo non esce, siccome Julian è un bullo ma pieno di turbe, ci tenevo a dirvelo. Però anche lui nel film si redime, ecco, questo in maniera abbastanza sbrigativa. 

Veniamo alla relazione tra Auggie e sua madre; già accennavo di come tutta la famiglia cerchi di rendere la sua vita normale, di proteggerlo, ma non troppo. Tra lui e la madre vi è un rapporto simbiotico, quando Auggie diventa indipendente e vive l’esperienza scolastica in maniera serena, la madre inizia a prendersi cura di se stessa, termina gli studi, si fa via via più giovanile (notavamo, io e le mie compagne di cinema, che all’inizio del film Julia sembra sua nonna, di Julia, s’intende), riesce a passare una serata romantica con il marito (Owen Wilson).

Che dire, guardatelo, fatelo guardare, mostrate questo film a scuola, non perché i vostri figli imparino ad essere gentili (dovreste averglielo già insegnato ai vostri figli), ma perché sappiano quanto importante è essere diversi, essere orgogliosi di questa diversità ed originalità.

Voglio salutarvi citando il primo precetto che viene letto in classe da Summer (Millie Davids, il mio personaggio preferito in assoluto) “Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile” e, voi, cosa scegliereste?

martedì 21 novembre 2017

Borg e Mcnroe: la solitudine del singolo.

Borg e Mcnroe è lontanissimo dai film patinati sul football o da altri film americani sullo sport, che a cadenza (quasi) annua escono al cinema, il tennis non è uno sport fatto di tanti componenti e in questo lungometraggio non viene elogiata la vittoria. Borg e Mcnroe film presentato alla Festa del cinema di Roma di quest’anno vede alla regia Janus Metz, protagonisti Sverrir Gudnason nel ruolo del tennista svedese Bjorn Borg e il “rivale” Shia LaBeouf nei panni dell’americano John McEnroe.
Il film ci viene presentato come un film biografico sulla rivalità di questi due sportivi degli anni ’80, sul loro incontro/ scontro al torneo di Wimbledon. Non sono per niente d’accordo, nel film la rivalità è solo tra sè stessi, i due non s’incontrano quasi mai durante il film, si sfiorano ogni tanto, ma il loro antagonismo è costruito dai media, giornali, giornalisti e tv cercano di creare qualcosa che di fatto non c’è, tant’è che i due nella vita diventarono grandi amici. Sono l’opposto? Nel film si gioca molto sulle differenze tra i due? Più o meno, anche se i due sembrano apparentemente diversi, in fondo sono molto simili. Lo svedese, si potrebbe dire che è quasi protagonista del film, il suo cognome nel titolo viene prima di Mcnroe il film stesso si apre su di lui, Borg appare al terrazzo e guarda giù, preoccupato e allo stesso tempo desideroso di lasciarsi andare nel vuoto (scena che si ripete alla fine del film). Il tennista viene rappresentato come freddo, privo di emozioni, un vero nord europeo, all’opposto abbiamo il furente americano, sempre sopra le righe, litigioso, perde la pazienza facilmente, sembra non avere rispetto per lo sport che pratica, per il pubblico, per l’avversario.
 Dei due viene analizzata l’infanzia, dei flashback si aprono come piccole finestre sul presente. Scopriamo che i due ragazzi non sono poi così tanto diversi. I due riescono ad eliminare tutti gli avversari e a scontrarsi, Borg lotta contro sé stesso e Mcnroe…anche. Mcnroe in quest’ultima partita cerca di avere un assoluto autocontrollo, rispetta l’avversario e non perde mai le staffe. Il vincitore verrà decretato solo al quinto set. Se non sapete chi vince, non ve lo dirò, ma la vittoria non ha importanza, non è assolutamente la celebrazione della vittoria, ma è la storia di due sportivi, soli, cupi, che mettono quasi tenerezza, non sono riuscita a tifare l’uno o l’altro, è un film che ti lascia l’amaro in bocca, che scava affondo nell’animo dello sport, anzi delle persone, nelle aspettative e nei sogni di gloria. Non c’è l’elogio o l’esaltazione di tutto questo, ma la fatica e la forza di dover essere sempre migliori, per sé stessi e per il bambino che ossessionato si è impegnato per essere il migliore, per prendersi una rivincita, ma non sull’altro.

C’è un altro aspetto che viene sottolineato nel film, la figura paterna il non voler deludere i nostri padri, che con molti sacrifici ci portano a fare quello che desideriamo e ci spronano, per Borg questa figura è il suo allenatore (quasi più paterno del padre di Mc.), per Mcnroe è il padre biologico. Averli sugli spalti per loro è importante, nonostante il primo in continuo conflitto nella vita privata cerchi di allontanarlo in tutti i modi.  Sono andata a vederlo aspettandomi un film come Rush, mi è piaciuto molto, ma se andate anche voi a vederlo con un’aspettativa simile alla mia: scordatevi il primo. 

lunedì 13 novembre 2017

Dracula di Bram Stoker – Francis Ford Coppola

Dracula di Bram Stoker è stato diretto da Coppola nel 1992. Uscito in data 13 novembre, oggi compie ben 25 anni. Nonostante sia passato molto tempo da quando questa versione del vampiro di Stoker fu girata, si può affermare con certezza che a tutt’oggi risulta essere un’opera di altissimo livello.
Jonathan Harker (Keanu Reeves) si reca in Transilvania al castello del conte Dracula (Gary Oldman) per concludere degli affari. Dracula non è altri che Vlad Tepes, un sovrano che a seguito della morte dell’amata moglie, rinnegò la fede in dio e si tramutò in un non-morto. Harker non riesce ad andarsene dal castello, perché trattenuto dalle mogli del conte. Il vampiro invece si reca a Londra, dove è intenzionato a trovare Mina (Winona Ryder), la promessa sposa di Harker, in quanto incantato dalla somiglianza con la sua oramai perduta consorte. Dopo aver sedotto Lucy (Sadie Frost), Nosferatu si ritrova ad essere ostacolato dal dottor Van Helsing (Anthony Hopkins). Riesce però ad entrare in contatto con Mina, che è a sua volta affascinata dal misterioso straniero. L’amore rianima e tormenta Dracula, finché Mina, conscia di ricambiare l’amore di colui che fu Vlad Tepes, lo libererà dalla maledizione.
Si tratta dunque di una versione di Dracula in cui il melodramma gioca con l’horror, in cui appare un vampiro terribile, inquietante e sanguinario, che però si strugge per amore. Oldman interpreta in modo eccellente un’anima dannata che si rammarica per la sua sposa perduta, che prova dei sentimenti umani nonostante i suoi lati più demoniaci e ferini. La passione che unisce Vlad alla sua defunta moglie, che ha ritrovato in Mina, fa sì che nonostante i tratti inquietanti e diabolici del vampiro, lo spettatore riesca a provare empatia con questo antieroe. Le repentine trasmutazioni di Dracula, che passa dall’essere un vecchio demoniaco, all’essere una nube di vapore, un uomo lupo, un affascinante giovane e così via, sembrano essere lo specchio della natura umana, talvolta animalesca e talvolta alta e nobile. Winona Ryder si destreggia nel personaggio di una donna pura e nobile, che un po’ alla volta viene sedotta e cede al fascino carnale del conte. Hopkins interpreta un Van Helsing eccentrico, mezzo uomo di scienza e mezzo uomo mistico che spicca in mezzo ad altri personaggi, che forse risultano meno studiati.
Ciò che però davvero colpisce del lavoro di Coppola è la qualità visiva del film. Nulla è lasciato al caso, ogni fotogramma si presenta ricco di particolari e frutto di una certosina ricerca dell’immagine, passando da scenografie curate nei minimi particolari, a dettagli in primo piano, come i globuli rossi del sangue infetto. Vi sono richiami all’uso delle ombre espressionista, all’Oriente nell’uso di vesti dorate e nell’escamotage del teatro di ombre, vi sono scene granguignolesche vicine allo splatter, ambientazioni di gusto gotico. Coppola sembra quasi giocare con questi elementi per dar prova della sua abilità da un lato, ma, a mio avviso, sono anche un pretesto per omaggiare la settima arte, a cui dedica un cammeo nella sequenza in cui Dracula invita Mina a portarlo al cinema.
Di certo Coppola cammina sulla soglia del buon gusto, ma lo fa con grande maestria e dando prova di una grande padronanza del mestiere. Dracula di Bram Stoker rimane un’opera intramontabile, visivamente appagante e coinvolgente, che di sicuro vale la pena riguardare.


Titolo originale: Bram Stoker’s Dracula ; Regia: Francis Ford Coppola; Anno: 1992; Paese di produzione: Usa; Produzione: American Zoetrope, Osiris Films; Durata: 122 min.

domenica 5 novembre 2017

La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca! (non proprio)

Ci sono film che chi si occupa di cinema deve vedere integralmente, uno di questi è La Corazzata Potëmkin di Sergej M. Eizenštejn. Io l’ho evitata a lungo, il giorno che la fece vedere il prof. in triennale, ero assente (se mi sta leggendo, mi perdoni); ad ogni modo, l’ho recuperata con mia grandissima gioia (si fa per dire).


Mi sono chiesta cosa avrei potuto dire di mio su questo film, ma non sono riuscita a misurarmi faccia a faccia con un opera su cui è stato probabilmente detto tutto (e forse anche di più); ho deciso così di fare qualche ricerchina da brava ex studentessa e individuare gli elementi più interessanti.

Sebbene non si tratti del film di svariate ore citato in Il secondo tragico Fantozzi (dura infatti 1 ora e 13 minuti), La corazzata Potëmkin non è un film godibilissimo; vi troviamo però degli elementi fortemente moderni per il cinema dell’epoca e in alcuni casi anche per i giorni nostri.

Ejzenštejn realizza La Corazzata Potëmkin nel 1925, per celebrare i vent’anni dalla rivolta.
Nel 1905 alcuni marinai della nave corazzata Potëmikn, ancorata al largo del porto di Odessa, si ribellano ai loro superiori a causa delle cattive condizioni di vita a cui sono forzati. Gli ufficiali ordinano di ucciderli ai loro stessi compagni, l’equipaggio di fronte a tanto si ammutina. Gli abitanti di Odessa, saputo dell’accaduto li appoggeranno e andranno in loro soccorso.
La pellicola di Ejzenštejn, di conseguenza, è fortemente di propaganda comunista anche se tratta di fatti antecedenti la rivoluzione d’ottobre.
Il film, ovviamente muto, è suddiviso in cinque atti:

1. Gli uomini e i vermi
2. Dramma sul ponte
3. Un uomo morto chiede giustizia
4. La scalinata di Odessa
5. L’incontro con la squadrone

In La corazzata Potëmkin l’elemento fondamentale è il montaggio dialettico o "delle attrazioni". Per Ejzenštejn, nel cinema 1+1 fa 3, nel senso che l’unione di due immagini tramite il montaggio tira fuori una terza immagine con un significato aggiunto. Lo spettatore deve essere colpito da cosa gli si sta mostrando, deve essere attivo. Il montaggio è il modo in cui il cinema deve interpretare la realtà. Ad esempio: durante La scalinata di Odessa, vediamo delle riprese di una statua di un leone, prima dormiente, poi la statua prende vita davanti ai nostri occhi attraverso il veloce montaggio della statua in pose differenti; il leone si è risvegliato, è il momento di ribellarsi!

Una curiosa questione di montaggio accadde con la versione svedese del film. Sebbene il regista avesse raccomandato di non eliminare nessuna sequenza del film, i distributori le montarono in modo “sbagliato”. Inserirono prima la parte della rivolta e poi quella della condanna a morte, il messaggio del film venne del tutto invertito.

L’influenza del montaggio di Ejzenštejn e in particolare di questo film è più forte di quanto si pensi.
In Gli Intoccabili di Brian de Palma, troviamo una scena in cui c’è una carrozzina che scende abbandonata da una scalinata, indovinate a cosa si ispira? Proprio ad una scena di questo film! Le citazioni sono infinite da Star Wars a Amore e guerra di Woody Allen e non dimentichiamo il remake con Filini nei panni della vecchia (che per la cronaca è identica!)



È naturale chiedersi, perché vedere ancora La corazzata Potëmkin? Forse perché vogliamo poter affermare che è una cagata pazzesca come il caro Fantozzi (che è un po’ in tutti noi)


venerdì 20 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek - Saturno contro (2007)

Se Mine vaganti è fondamentalmente una commedia, Saturno contro è forse uno dei film più drammatici di Ferzan Ozpetek. In Saturno contro il regista prova ad affrontare il tema della perdita di una persona cara; dico prova perché penso che nei suoi film lasci il momento della morte un po’ irrisolto, come se volesse mitigare il dolore dello spettatore e in qualche modo anche suo.


Sebbene Saturno contro sia un film corale, l’ideale protagonista del film è Lorenzo (Luca Argentero), pubblicitario omosessuale che vive con il suo fidanzato Davide (Pierfrancesco Favino). Una sera, mentre è a cena con il suo gruppo di amici, ha un malore e cade in coma. Le vite del gruppo di amici si intrecciano nella sala d’aspetto del reparto di rianimazione dove giace Lorenzo.

C’è Antonio (Stefano Accorsi), sposato con Angelica (Margherita Buy) che ha un’amante, Laura (Isabella Ferrari), ma non vuole mandare a monte il proprio matrimonio. C’è Giorgia (Ambra Angiolini) che riesce a cedere ad ogni cosa, oroscopi compresi, che si ritrova ad intessere un’amicizia con l’anziana infermiera di Lorenzo (Milena Vukotic), donna invece molto rigida e ligia alle regole. Ci sono Neval (Serra Ylmaz) e Roberto (Filippo Timi) una strana coppia tanto sensibile lui quanto sarcastica lei. Ci sono poi Sergio (Ennio Fantastichini) e Roberto (Michelangelo Tommaso), rispettivamente il più anziano e il più giovane del gruppo, ovvero colui che sa tutto e colui che non sa nulla degli altri. C’è infine Davide che deve fare i conti con i genitori di Lorenzo, che sembrano non capire che una vita assieme prescinda dal legame matrimoniale tra uomo e donna.

La narrazione delle vicende è fatta in modo tale che quando è vivo Lorenzo, uomo taciturno, ci sia un monologo interiore, mentre quando è in coma è come se guardi tutto dall’alto.  Anche senza di lui, i suoi amici si chiedono costantemente “cosa mi direbbe Lorenzo?”.

Per questo film Ozpetek sceglie una fotografia molto fredda, i toni del bianco, blu e grigio che si vanno ad opporre a quelli caldi usati solo per Lorenzo (che indossa una camicia rossa).

Il punto di forza di questo film è il cast. Ozpetek è riuscito a far lavorare assieme attori e attrici molto diversi tra loro. Ritroviamo la coppia Buy e Accorsi a qualche anno di distanza da Le fate ignoranti, insieme a Serra Ylmaz, attrice e amica forse più cara al regista. Ci sono attori già famosi come Pierfrancesco Favino e attrici quasi esordienti come Ambra Angiolini. La vera rivelazione di Saturno contro è probabilmente Luca Argentero. Un ruolo, quello di Lorenzo, abbastanza difficile per un attore quasi alle prime armi, e anche fuori parte per lui che è considerato uno dei sex symbol del cinema italiano, ma portato sullo schermo in modo impeccabile.


Cosa apprezzo di Saturno contro è la delicatezza con cui il regista ci pone di fronte ad un contesto fortemente drammatico e il finale (o quasi) che è tanto surreale quanto commovente. 

venerdì 6 ottobre 2017

Napoleon Dynamite – Un nerd insolito

Napoleon Dynamite – Un nerd insolito

Napoleon Dynamite, diretto da Jared Hess nel 2004, è una commedia dai toni smorzati che ha come protagonista l’adolescente Napoleon (Jon Heder), un nerd dall’aria poco sveglia che vive una situazione familiare bizzarra e una vita liceale contrappuntata da prese in giro e maltrattamenti.
Il film premiato da MTV con tre MTV Movie Awards e presentato al Sundance Film Festival, se da un lato propone la classica situazione del nerd disagiato che nel finale ottiene un riscatto, dall’altro offre personaggi assurdi e improbabili, dialoghi surreali e situazioni divertenti che non cadono mai nella banale trita e ritrita volgarità. Tutta la vicenda, anche nei momenti che dovrebbero essere più intensi, viaggia sempre sottotono, effetto dato anche da una fotografia dalle atmosfere soft tinta pastello.
Napoleon vive con la nonna e il fratello Kip. A causa di un incidente, la nonna è ricoverata, così arriva lo zio Rico a prendersi cura dei due ragazzi. Rico coinvolge Kip, appassionato di chat online, in un assurdo lavoro come rappresentanti di contenitori di plastica e attraverso i suoi traffici commerciali, lo zio riesce a mettere più volte Napoleon in situazioni scomode. Il protagonista è costretto a scontrarsi giorno per giorno con una vita sociale difficile. Ha un unico amico, Pedro, un ragazzo messicano baffuto dalla scarsa vitalità, come del resto Napoleon. Il protagonista è infatuato di Deb (Tina Majorino), ma il loro rapporto sfocia soltanto in un’amicizia, delineata talvolta da tratti goffi. Dopo una serie di situazioni forse un po’ sconnesse tra loro, tra cui il classico ballo della scuola, Napoleon ottiene il riscatto quando alle elezioni scolastiche, con una sua esibizione da ballerino, riesce a far vincere l’amico Pedro, che si era proposto come candidato senza ottenere alcun seguito fino a quel momento.
Il lavoro di Jared Hess ha avuto un inaspettato successo tanto che a seguito della prima versione del film, è stata girata una scena extra inserita a posteriori dopo i titoli di coda.
Nonostante la sceneggiatura faccia appello ad alcune situazioni ordinarie per film adolescenziali, come le elezioni scolastiche, il ballo, i soprusi subiti dal ragazzo e così via, Napoleon Dynamite propone scene grottesche che incredibilmente risultano più veritiere e funzionali di molti altri lavori indirizzati al medesimo pubblico giovanile. La narrazione lenta e la frequente staticità fisica dei personaggi si contrappongono fermamente alla frenesia delle tipiche commediole americane. Emerge dal film di Hess un’umanità disagiata, estraniata, talvolta inerte e inerme, nonostante la vittoria finale. Napoleon Dynamite è un film sul filo del rasoio, alle volte scivola nell’idiozia, ma rimane pure sempre un ritratto surreale di persone incomprese ed emarginate, lontane dalla massa stereotipata, che fanno sorridere per le loro stramberie che, in fin dei conti, sono meno distanti di quel che può sembrare.


Titolo originale: Napoleon Dynamite ; Regia: Jared Hess; Anno: 2004; Paese di produzione: USA; Produzione: Fox Searchlight Pictures, Paramount Pictures; Durata: 91 min.

giovedì 21 settembre 2017

La Tartaruga Rossa – Immersi nella natura

La Tartaruga Rossa, lungometraggio animato che ha ricevuto il Premio Speciale Un Certain Regard al Festival di Cannes, è una fiaba delicata e commovente che parla dell’uomo e della natura. Il protagonista è un naufrago che trova miracolosamente salvezza in un’isola tropicale deserta. L’unica compagnia è quella degli uccelli e dei granchi che si aggirano nella spiaggia. Sfruttando tronchi e vegetazione, come ogni buon naufrago, costruisce una zattera e tenta di allontanarsi da quel posto, ma raggiunta una certa distanza, una forza misteriosa manda a pezzi la sua imbarcazione, costringendolo a tornare a riva a nuoto. La cosa si ripete più volte finché, accanto ai rottami dell’ultima zattera andata in frantumi, immerso nelle acque oceaniche, l’uomo nota una grande tartaruga rossa. Un giorno questo animale maestoso si presenta sulla spiaggia dell’isola rompendo la monotonia di quel luogo. L’uomo, solo e disperato, riversa la sua frustrazione sull’animale, condannandolo a morte, a quanto pare. Il senso di colpa pervade il naufrago, che tenta disperatamente di rianimare la creatura senza ottenere alcun risultato. Perse le speranze, però, dall’involucro della tartaruga esce una bellissima donna. Tra i due si instaura subito un feeling e lei diventa la sua compagna di vita e madre del loro figlio.

Non una parola viene pronunciata durante il film. Le emozioni, i sentimenti e i legami sono magistralmente resi dalle immagini, dai colori, dai movimenti e dai suoni dell’acqua, del vento, della terra e dei pochi animali che fanno capolino. Non c’è mai un vero silenzio, bensì la rigogliosa melodia della vita. La storia è cadenzata dai lenti ritmi della natura, dalle piogge tropicali, dalle esplorazioni in acqua, dal bisogno di procacciarsi il cibo, dal riposo. E anche di fronte a eventi devastanti come uno tsunami, l’isola riemerge scalfita, ma ancora integra, così come i tre corpi del nucleo familiare che, curate le ferite, sembrano tornare alla normalità, eccezion fatta per il figlio. Il giovane ragazzo infatti, da sempre ha percepito un profondo legame con le tartarughe. A seguito dello tsunami, dopo aver salvato il padre finito al largo, cede al richiamo che ha dentro e rivolge un ultimo addio ai genitori per andarsene a nuoto verso l’ignoto, accompagnato da alcune tartarughe. Una metafora della totale immersione nella natura, dell’umano che si fonde con il creato, che forse va in cerca delle proprie origini. Un’immersione dunque in un’acqua materna, un liquido amniotico in cui egli si dirige, alla scoperta del principio da cui è arrivata sua madre. Si tratta di un viaggio di ritorno, possibile però solo per chi ha vissuto un’esistenza in totale armonia con il mondo primigenio.

Una storia magica, in cui l’uomo accettando di rinunciare alla sua vecchia esistenza, allontanandosi in via definitiva dalla società e abbandonandosi a un’esistenza primitiva, è accolto e custodito da Madre Natura. Attraverso le spoglie rugose di una tartaruga, animale antico che spunta dagli abissi insondabili, luogo misterioso e inaccessibile all’essere umano, sorge una sorta di dea madre che accompagna l’uomo fino alla fine della sua esistenza, prendendosene cura fino al suo ultimo respiro, per poi fare ritorno alle acque primigenie. Una storia che fa riflettere sul nostro rapporto con la natura, sull’essenza della vita che si può saggiare solo quando si è lontani dalla civiltà.


Titolo originale: La tortue rouge ; Regia: Michaël Dudok de Wit; Anno: 2016; Paese di produzione: Francia - Belgio; Produzione: Arte France Cinéma, Prima Linea Productions, Studio Ghibli, Why Not Productions, Wild Bunch; Durata: 80 min.


giovedì 7 settembre 2017

La pelle dell'orso, un viaggio tra simbologia e realismo


Film vincitore del Premio Flaiano Opera Prima di quest'anno, La pelle dell'orso di Marco Segato narra di un viaggio più che reale, profondamente metaforico.

Ambientato negli anni cinquanta in un paesino delle Dolomiti venete, il film ha come protagonisti Pietro Sieff (Marco Paolini), un minatore, e di suo figlio Domenico (Leonardo Mason); rimasti soli dopo la morte della moglie, i due vivono un rapporto non rapporto, Pietro è un uomo che non ha più nulla da perdere e Domenico non è per lui che un estraneo
Quando un orso attacca il villaggio, Pietro scommette con il proprio capo, Crepaz (Paolo Pierobon), di riuscire ad ammazzare l'orso e portargli la pelle. In palio ci sono 600.000 Lire, un anno di paga.
Pietro parte solo verso i boschi che circondano il paese e Domenico decide di andarlo a cercare. Lì nei boschi non troverà solo il padre, ma scoprirà molto del suo passato anche grazie a Sara (Lucia Mascino), una donna incontrata proprio nei boschi e che conosceva sua madre.

Il film, tratto dal romanzo di Matteo Righetto, è intriso nella dimensione arcaica e nel folklore veneto.
Al centro della simbologia del film c'è l'orso, orso inteso come il male, non a caso è chiamato il diaòl, quello che ammazza e sfregia gli animali da fattoria, unica ricchezza dei contadini.
Alla figura dell'orso si sovrappone quella di Pietro. All'inizio del film assistiamo infatti ad un rito folklorico in cui, alcuni uomini mascherati scendono giù dai boschi, vagano per le vie del paese fino ad un prato dove c'è una pira che verrà incendiata; Pietro indossa proprio il costume da orso.
È inoltre il reietto del paese, ex detenuto e accusato dagli abitanti di aver ucciso la propria moglie, è bersaglio di tutti, dei ragazzi che lo prendono in giro, del suo capo e degli uomini del paese che si fanno beffe di lui in osteria. Tutto ciò ricade su Domenico, che osserva impotente cosa accade al padre e che, in più, ne subisce l'indifferenza.
Pietro, l'orso, è l'unico che può uccidere il daiòl e, nel finale, i loro destini si intrecciano inesorabilmente.

Gran parte del film è ambientato nei boschi, che è il topos dell'avventura per antonomasia (si pensi alla selva dantesca, ai boschi dell'Orlando Furioso o alle Langhe dei romanzi di Cesare Pavese). Proprio lì Domenico troverà il padre, che finalmente si comporterà da padre, e il suo viaggio nel bosco lo porterà dall'età infantile a quella adulta.
Alla dimensione arcaica si affianca quella della tradizione popolare veneta, delle chiacchiere da osterie- proprio in osteria Pietro scommette con Crepaz – del vino che fa sangue e non per ultimo del Santo veneto per antonomasia, Sant'Antonio da Padova.

È interessante notare come questa profonda metaforicità della trama venga esplicitata con una tecnica di ripresa di chiara provenienza dal cinema documentario. La macchina da presa si sofferma più che sull'uomo, sulla natura che lo circonda, sui monti, sui boschi sui ruscelli, tanto da restringere al minimo la presenza di una musica extra-diegetica; infatti il paesaggio sonoro del film è prevalentemente composta dai rumori della natura.


L'impronta documentaria del film è influenzata dalla carriera del suo regista. Autore molto legato alla sua terra, il Veneto, Marco Segato ha toccato vari aspetti della cultura e dell'attualità del proprio territorio; documentari come Via Anelli, che tratta dello sgombero e della riqualificazione delle palazzine del complesso serenissima di Padova, o come L'uomo che amava il cinema, sulla figura di Pietro Tortolina, prendono sì origine da una realtà circoscritta, il Veneto, ma che hanno un respiro più ampio di ricezione.

martedì 5 settembre 2017

Le cronache del Lido

Quest'anno finalmente sono riuscita ad andare al Lido di Venezia, dopo anni di pausa, causa: sempre in bolletta.
C'è di più, ho portato anche mia madre, tutta questa esperienza meriterebbe almeno due articoli, uno sul viaggio e tutta l'esperienza di mia madre (e mia!!!!) e uno per il film. Ma cercherò di essere breve, per quanto riguarda la prima parte. Ho scelto di andare a vedere Nato a Casal di Principe di Bruno Oliviero per due motivi: il primo quel giorno ero (finalmente) libera, il secondo è perché c'è un'attrice del film che conosco e volevo andarla a salutare.
Mia madre, che non è mai andata al Festival, ha uno slancio (come sempre) e mi dice: “Voglio venire pure io!”, ovviamente le dico di venire, visto che si lamenta sempre che non la porto mai da nessuna parte (la cosa non è vera) e tanto altro ancora. Acquisto il terzo biglietto, questo martedì, dal momento dell'acquisto al giorno della proiezione avrà cambiato idea circa 700 volte, tanto che ad un certo punto a Chioggia, prima di prendere il traghetto, con il brutto tempo che avanzava minaccioso verso di noi le ho detto “Senti resta qui e ti faccio venire a prendere!”.
Dalla nostra partenza all'arrivo al Lido il diluvio, sembrava un uragano, un signore in traghetto ha spaventato mia mamma dicendo “Potrebbe formarsi una tromba d'aria!”, io l'ho guardato allucinata “NOOOOOOOOON dire ste cose!”, lei sempre più terrorizzata. Ripeto, il tutto meriterebbe un articolo a parte dal titolo “Al Lido con mamma”.
Arrivare alla Mostra è sempre una grande emozione (nonostante a me Venezia non piaccia). C'era poca gente in giro, il brutto tempo non ha aiutato. La Sala Giardino (inaugurata l'anno scorso) era piena. In sala c'erano autori, attori, regista e i fratelli di Paolo Letizia (Amedeo e Ginevra). Personalmente, la storia non la conoscevo, ho letto qualche informazione sul film prima di comprare i biglietti e poco altro; non volevo essere troppo influenzata dal giudizio altrui.
Il film è tratto dal libro scritto da Amedeo Letizia e dalla giornalista Paola Zanuttini.
In breve: Amedeo è a Roma e vuole diventare attore, siamo nel 1989, torna a Casal di Principe perché il fratello minore, Paolo, è sparito ormai da qualche giorno. Amedeo, il fratello e il cugino cercheranno di mettersi sulle sue tracce. Il film affronta i giorni successivi alla scomparsa di Paolo, la famiglia cercherà di affrontare il tutto come può. Già è difficile dover affrontare un lutto, ma una scomparsa improvvisa, priva di risposte, deve essere ancora peggio.
All'inizio del film Amedeo e il cugino, vanno in un casale abbandonato a fare rifornimento di armi, tornato a casa troviamo la madre e altre donne impegnate a pregare.
Le donne del film, in particolare la mamma di Amedeo e Paolo, troveranno conforto e sostegno nella religione. Tutti i personaggi, pur dovendo affrontare la stessa drammatica scomparsa, sono solitari nella loro ricerca, faticano a trovare un linguaggio comune, credo sia proprio l'incapacità di trovare risposte che li porta a non saper comunicare tra di loro.
È difficile per me poter comprendere la camorra e quello che questa rappresenti per i cittadini che devono affrontarla, da buona “venetona” quale sono, la vivo in maniera lontana, quasi sicuramente sbagliando, credo che la battaglia contro la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta sia qualcosa che riguarda tutti noi, non solo chi deve affrontarla dolorosamente tutti i giorni. Questo è uno dei motivi principali per cui ho trovato il film molto interessante e sono molto felice di averlo visto.
Le paludi, i casali abbandonati, mi hanno molto ricordato le zone in cui vivo, il basso polesine, un ambiente naturale, difficile da vivere, una continua scoperta. Ed è questo che fa l'occhio del regista, lo indaga, lo affronta. Solo un regista che arrivava dal documentario poteva indagare così a fondo l'ambiente. Trovo che il regista che arriva dall'esperienza documentaristica abbia molto più rispetto della natura e dei suoi abitanti, me lo immagino sempre come un chirurgo preciso, che incide la superficie per farci entrare dentro alle cose in maniera “scientifica”.
Non c'è solo questo nel film, non c'è solo la biologia di un ecosistema, ci sono anche i sentimenti delle persone, la loro fragilità nel dover affrontare una cosa molto più grande di loro, il dolore viene indagato, ma in maniera rispettosa, con assoluta dignità, composta, senza cadere in facili moralismi. Nel film i dialoghi non sono moltissimi (forse il motivo è anche quello che ho detto sopra), un altro motivo potrebbe essere quello di aver lasciato molto più spazio alla fisicità degli attori, bravissimi nella loro interpretazione.
Un occhio di riguardo l'ho avuto per le due donne del film; la madre di Amedeo si fa accompagnare
dal figlio da una veggente, non credo che Amedeo comprendesse fino in fondo questa scelta della madre, ma decide di accompagnarla. Rivedere Lucia Sardo e Donatella Finocchiaro insieme, mi ha molto emozionato.
Il film termina con poche risposte, apparentemente.
Amedeo e il padre, quando la loro personale ricerca termina in Spagna riescono ad avvicinarsi. I due uomini per tutto il film hanno fatto molta fatica a stare insieme, Amedeo voleva agire, rimanere in casa lo faceva sembrare un animale in gabbia è un ragazzo, quindi l'ambiente chiuso e l'attesa lo fanno soffrire. Il padre è un uomo, vuole che la vicenda faccia il suo corso, rinchiuso tra le mura domestiche attende che polizia ed altri uomini possano riportare il figlio a casa. Solo in Spagna con il figlio, capisce che Paolo non tornerà più, credo che il padre in realtà, più di tutti l'avesse sempre saputo. Amedeo, in una delle scene che porta verso la conclusione, si trova davanti ad una scelta, faccia a faccia, probabilmente con l'assassino del fratello, insieme ai due compagni d'avventura, incappucciati, con le armi, osservano l'uomo pescare. Amedeo si toglie la maschera e decide, la vendetta non riporterà il fratello indietro, non è con altro sangue che la situazione cambierà così getta le armi. L'unica cosa da fare è vivere, ricominciare a vivere e smetterla di lottare.
Nel finale la famiglia si ricompone a tavola, cenano tutti insieme, seduti allo stesso tavolo, per la prima volta in tutto il film, si fermano e non vagano per tutta la casa inseguendosi. La macchina da presa si allontana da loro, esce dalla casa e sale in alto, in cielo. Paolo è libero di volare.

martedì 25 luglio 2017

Guardare con gli occhi del cuore, Boris (che forse torna)

Pare che ci sarà un seguito di Boris. Appena ho letto la notizia ho urlato E DAI DAI DAI!!!
Chi ha visto Boris lo sa, crea più dipendenza di Game of Thrones, non puoi non amare i suoi personaggi e citare le loro battute
Per chi non conoscesse Renè Ferretti e la sua troupe, ecco un breve assaggio...
Il cast di Boris

Boris è una serie tv, ideata da Luca Manzi, andata in onda su Fox tra il 2007 e il 2010 Quando uscì, si trattò di un format nuovo, per durata (gli episodi durano circa 30 minuti) e soprattutto per la trama, il sottotitolo è infatti La fuoriserie italiana.
Boris infatti parodia il suo stesso genere; è ambientata sul set di un'ipotetica fiction, Gli occhi del cuore, e racconta di cosa accade durante le riprese.
Non vi è un vero e proprio protagonista, ma possiamo individuare una figura centrale in Alessandro (Alessandro Tiberi), stagista di regia – non a caso la serie inizia il suo primo giorno di lavoro.
In Boris ci troviamo di fronte ad una trama surreale che scivola spesso e volentieri in un voluto grottesco, per amplificarne l'assurdità delle situazioni.
L'elemento portante di questa serie tv è la sceneggiatura di Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre; le situazioni e i dialoghi partono da un universo diegetico quanto più reale (il set) per arrivare al surreale (cosa accade ogni giorno durante la lavorazione), questo procedimento parte dall'esasperazione degli stereotipi televisivi, a partire da quelli della fiction italiana.
Ciò che più resta impresso nello spettatore sono i dialoghi, talmente divertenti che non si può non citarli a memoria (memorabili quasi quanto gli straordinari di Libeccio).
Occhi del cuore, la brutta fiction su cui lavora la troupe, presenta molte delle pecche dei grandi sceneggiati televisivi, la trama a volte nonsense – possiamo vederne degli spezzoni che non creano una storia ben precisa, l'uso di battute retoriche, una brutta fotografia e non per ultima la recitazione “a cazzo di cane”.
I personaggi che popolano il set sono a modo loro stereotipati, dal regista, Renè Ferretti (Francesco Pannofino), agli attori Stanis (Pietro Sermonti) e Corinna (Carolina Crescentini), fino agli stessi sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti). Sono tutti personaggi con atteggiamenti e battute ricorrenti tanto da diventare dei veri e propri tormentoni, tutti tranne Alessandro, quasi un pesce fuor d'acqua.
È proprio un pesce che dà il titolo alla serie; Boris (Becker) è un pesciolino rosso che il buon Renè porta sempre sul set per dargli ispirazione, può sembrare un dettaglio insignificante che diventa molto di più (un po' come succede nelle fiction).
Ciliegina sulla torta è la sigla, cantata da Elio e le storie tese, in cui il cast, in un palese playback canta ed ammicca alla telecamera come nelle peggiori soap-opera.


Boris è ormai una serie cult, tanto da essere paragonata a Twin Peaks (esistono pagine geniali come “Ferretti cammina con me”,) e i fan non vedono l'ora di urlare GENIO insieme al caro vecchio Renè.

martedì 30 maggio 2017

La prima linea, cosa resta degli anni di piombo


Premessa: mi sono ritrovata a guardare La prima linea in TV per puro caso; ho scoperto che tra gli interpreti c'è Lino Guanciale, volevo fotografare lo schermo, non appena fosse apparso, e mandare la foto alle mie amiche (a fine recensione ci sarà la foto, promesso). Come spesso mi succede, parto da un presupposto molto scemo (chissà se alle mie amiche Lino piace anche capellone?) per poi scoprire che ciò che ho davanti è tutto fuorché una buffonata; questo piccolo film, infatti, mi ha molto colpita e mi ha dato diversi spunti di riflessione, tanto che ho deciso di scrivere.

domenica 21 maggio 2017

I segreti di Twin Peaks

È stata annunciata per maggio 2017 l’uscita della terza stagione di Twin Peaks, serie ideata nel 1990 da David Lynch e Mark Frost. La scelta della campagna pubblicitaria è molto bizzarra: sono stati affissi annunci con la foto di Laura Palmer (Sheryl Lee) dichiarata scomparsa con tanto di numero telefonico da chiamare. Gli episodi in uscita, attesi trepidamente dai fan della serie, sono ambientati venticinque anni dopo i fatti accaduti nelle prime due stagioni. Dunque ho deciso di spendere qualche parola per questa serie che, a mio avviso, è conturbante e intrigante. Ricordo inoltre che dal 10 maggio, su Cielo, sono riproposte le prime due stagioni.

sabato 13 maggio 2017

The Neon Demon, quando la bellezza è horror


Film diretto da Nicolas Winding Refn, diventato celebre per il film Drive, con Ryan Gosling.
Per arrivare a The Neon Demon il regista non passa solamente attraverso le sue esperienze cinematografiche: lavorando a vari spot pubblicitari mette già in pratica ciò che vedremo nel film. In particolare gli spot realizzati per Gucci e Hennesse mostrano l'uso della luce e del colore sul corpo degli attori. Nel primo Blake Lively è fisicamente intrappolata in una scatola di vetro e specchi, circondata dalle luci della città; la vediamo poi sfilare davanti ad una macchina da presa, mostrandosi ai riflettori. Nel secondo spot non c'è un vero protagonista, i corpi e i volti diventano oggetti, tela inerme su cui dipingere.
Il film racchiude in se tutti questi elementi, seguendo le vicende dell'aspirante modella Jesse (Elle Fanning), appena trasferitasi a Los Angeles.

mercoledì 19 aprile 2017

Senso o non senso questo è il problema!




Ebbene si! Sono andata a sfamare il mio animo tamarro, sabato sera sono andata a rilassare il mio cervello e mi sono regalata Fast and Furious 8!
Sono particolarmente legata a questa saga, per numerosi motivi; il primo è che il primo film l'ho visto all'incirca nel 2002-2003, avevo circa 17 anni, dovevo ancora prendere la patente e quel film mi gasò troppo; peccato che poi ho preso la patente e diciamo che sono paragonabile al “vecchio con il cappello”, rispetto i limiti e se sorpasso mi viene un'ansia che mi si blocca lo stomaco…ma questo è un altro discorso. Non mi piacciono le serie, generalmente se so che usciranno almeno altri 1000 film, non li guardo, però questo non sapevo che non sarebbe stato fine a se stesso. Così mi sono guardata tutta la serie, fino al 2011, poi è arrivato il mio fidanzato, e il V capitolo è stato il nostro primo appuntamento (una delle nostre canzoni è proprio Danza Kuduro), perciò abbiamo il nostro rito ogni volta che esce il film. Potete capire perchè sono legata a questo film, in maniera profonda anche se sono cosciente del fatto che di profondo non ha assolutamente niente, però...

sabato 8 aprile 2017

The_startup, una storia che merita di essere raccontata



Ho scoperto su Facebook, proprio un Social Network, che la prima di The_startup, il nuovo film di Alessandro D'Alatri, si sarebbe tenuta il 6 aprile a Pescara, la mia città, nel piccolo cinema cittadino. Da brava FilmLover quale sono, non ho potuto fare a meno di andarci, ho portato con me una cara amica che mi ha "ordinato" di scrivere subito una recensione (infatti la bozza l'ho scritta di notte al caldo del mio lettino)
            Una cosa che ammiro molto in alcuni registi, quando parlano dei propri film, è il mettere da parte se stessi e parlare del film (sembra strano ma a volte non è così), D'Alatri ha fatto proprio questo, ha spiegato al pubblico in sala perchè ha voluto girare The_startup: "perchè è una storia che merita di essere raccontata in questo momento storico", la vicenda del film infatti mette in luce una questione molto attuale: quella del talento dei ragazzi italiani.

giovedì 6 aprile 2017

La casa dalle finestre che ridono – Tra acqua e silenzio

La casa dalle finestre che ridono è un piccolo capolavoro diretto da Pupi Avati nel 1976. La pellicola, ambientata nella tranquilla e silenziosa Comacchio, è girata interamente nella campagna ferrarese. Come suggerisce il sindaco Solmi, le specialità che caratterizzano il paesino di campagna sono le donne, l'acqua e il silenzio, oltre all'affresco del pittore Buono Legnani. Proprio quest'opera è il motivo dell'arrivo di Stefano (Lino Capolicchio), ottimo restauratore incaricato di riportare alla luce l'immagine che Legnani aveva affrescato nella chiesa, e proprio quest'opera con il mistero che cela condurrà il protagonista, nuovo arrivato, a cadere in un vortice di eventi inquietanti e folli. 

domenica 19 marzo 2017

Zootropolis, dove gli animali siamo noi!




Partiamo dal presupposto che il metro di giudizio (parziale, poi vi dirò perchè) utilizzato è quello di un bambino di quasi quattro anni: mio nipote. Ultimamente io e il mio “ragazzo” ovvero mio nipote, ci guardiamo qualche cartone assieme. Unisco l'utile al dilettevole: divano, coperta, serpenti – che sarebbero i miei piedi con i calzini – pop corn e filmetto. Con Zootropolis, però, qualcosa è andato storto, una parte del film lo ha terrorizzato a morte e quindi ho dovuto spegnere. Quindi io e la Nini (la gatta), ce lo siamo dovute guardare a casa nostra, senza pop corn questa volta, altrimenti li vuole pure lei e ad un gatto i pop corn, non fanno proprio bene.

giovedì 16 marzo 2017

T2 Trainspotting

SPOILER per chi non avesse mai visto Trainspotting.
Alla fine di Trainspotting (1996), la scelta di Marc Renton lo portava lontano da Edimburgo, dall'eroina e dai propri amici, dopo vent’anni ritorna a casa.

Sono molto affezionata a Trainspotting e dopo vent’anni mi sono trovata a guardare il tirare le somme di questi quattro uomini. Sin dal trailer si capisce che T2 non ha la ruvidità fotografica e la povertà di mezzi di Trainspotting; i vent’anni passati hanno portato fama e premi al cast e fondi per fare un seguito. Danny Boyle ha dovuto trovare delle soluzione per non rifare se stesso (intervista su Film TV n. 8 del 21/02/2017).

mercoledì 15 marzo 2017

Man in the Dark. Non svegliare il can che dorme



Man in the Dark è un horror thriller di Fede Alvarez uscito nelle sale italiane lo scorso settembre. Il titolo originale, Don't breathe, cioè “non respirare”, oltre a suggerire la condizione dei protagonisti che devono stare attenti a non fare il minimo rumore, nemmeno quello del loro respiro, anticipa lo situazione in cui cadrà lo spettatore durante la visione del film: uno stato d'ansia che toglie il fiato! A tal proposito mi permetto di aggiungere che non condivido la scelta di non mantenere il titolo originale, senza ombra di dubbio più pertinente.