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giovedì 22 febbraio 2018

Everything sucks! Il ritorno dei '90

Everything sucks! Serie tv per adolescenti targata Netflix, uscita il 16 febbraio è composta da 10 episodi da 25 minuti.


L’ho divorata in meno di 24 ore, erano mesi che la stavo aspettando ed essendo composta da episodi molto brevi, mi ha aiutato.

Ambientata nel 1996 nella cittadina di Boring segue la vita di alcuni liceali, divisi in due club quello di teatro e quelli dell’audiovisivo. Inizialmente i due gruppi s’ignorano, poi non si sopportano e alla fine uniscono le loro forze per creare un “prodotto”.

Si potrebbe dire che i protagonisti sono sei, con membri dei club secondari. Luke O’Neil (Jahi Di'Allo Winston), frequenta il primo anno di liceo, insieme ai suoi inseparabili amici Tyler(Quinn Liebling) e McQuaid (Rio Mangini),  s’iscrivono al club dell’audiovisivo, il che consiste nel seguire le riprese del telegiornale scolastico. Luke incontra Kate Messner (Peyton Kennedy) e se ne innamora perdutamente, la ragazza è la figlia del preside e gli amici lo mettono in guardia: se iniziasse a frequentarla per loro le cose potrebbero mettersi male, diventando facili bersagli.

Ma questo problema è secondario. Il club del teatro è frequentato dai fichi della scuola (ma non lo erano i giocatori di football e le cheerleader?) Emaline (Sydney Sweeney) e il fidanzato Oliver (Elijah Stevenson). Luke e Kate iniziano a frequentarsi, lui tenta di baciarla, ma lei fa scattare l’allarme antincendio allagando tutto il teatro della scuola. A questo punto il club di teatro non potrà più andare in scena e inizieranno a perseguitare Luke, per essere la causa di questa tragedia. Alla fine i due club uniranno le loro forze per girare un film ed accontentare così tutti.

La serie è carina, non entusiasmante, probabilmente gli episodi sono troppo corti e i due club fanno amicizia troppo presto, manca un vero antagonista, il disturbatore della serie. Kate Messner sembra una versione omosessuale di Joy Potter di Dowson’s Creek, in realtà questo telefilm lo ricorda molto, solo che a differenza dell’originale in questo non usano paroloni o concetti filosofici degni di Schopenhauer.

Sembra un grandissimo videoclip musicale in stile anni ’90 e questo aspetto mi è piaciuto un sacco, anche se è ambientato in quegli anni nel contenuto e nel linguaggio non li rispecchia per nulla, la sessualità non veniva affrontata in maniera così esplicita e i ragazzini non rispondevano mai in maniera maleducata ai genitori o agli adulti in generale. La recitazione di alcuni è un po’ sopra le righe, stile Kiss me Licia con Cristina D’Avena, che per i protagonisti di teatro, un po’ può starci, ma svilupparla per 10 episodi diventa un po’ stancante. La serie si conclude con alcuni punti interrogativi, che probabilmente verranno risolti nella seconda stagione, quasi sicuramente la guarderò, ma non la sto aspettando con ansia, non è una di quelle serie che termina e ti viene da dire “Cavoli (o qualche altra parolaccia) quanto devo aspettare adesso???”. 

martedì 30 gennaio 2018

FilmLovers seriali, le serie cult del blog

Non si vive di solo cinema, motivo per cui esistono le serie TV!
Abbiamo deciso di rivelarvi le nostre serie del cuore, che siano vecchie, nuove, lunghe o brevi per noi FilmLovers sono dei veri cult!
Leggete e rivelateci la vostra serie cult!



Stenia Grassetto consiglia Firefly

Firefly è (probabilmente) la serie tv più cult di uno degli autori televisivi più cult, Joss Whedon; boicottata dai produttori, tanto da essere “chiusa” dopo 14 episodi, amata dai fan e dall’autore. Perchè è da vedere?
Perchè è un Neo Western cioè un ibrido tra western e fantascienza e i protagonisti sono degli space cowboy (il capitano/ex-militare, il conducente/pilota dell’astronave Firefly, la prostituta, il medico, il reverendo).
Perché il Capitano Malcom Reynolds ha un’etica profonda e appassionata; Nathan Fillion, l’interprete principale della serie e di Castle, ama il personaggio tanto da indossarne le vesti durante i party di Halloween nella serie omonima.
Perché l’attore protagonista e l’autore non hanno mai messo da parte l’idea di continuare la serie.
Perché l’attivismo dei fan ha permesso di realizzare il film Serenity, continuazione degli eventi della serie.
Perché la serie sta continuando come grafic novel.
Ecco perché è da recuperare.



Laura Perrotti consiglia Saranno Famosi

La mia serie cult è Saranno Famosi che è forse la prima serie tv che ho visto per intero (e anche diverse volte!).
Saranno Famosi racconta della vita degli studenti della New York School of Performing Arts, una scuola superiore dove oltre a letteratura e matematica si insegna anche music canto recitazione e danza, insomma, per chi mi conosce, è il mio ideale di paradiso (infatti da ragazzina volevo emigrare a New York per studiare lì e non frequentare il liceo).
Saranno famosi è un cult per la sua sigla, Fame!
Ho amato molto questa serie non solo per il lato da musical ma anche per il fatto che non puoi non amare i suoi personaggi, il più iconico è Leroy Johnson (Gene Anthony Ray), un ragazzo afroamericano tanto sfacciato quanto talentuoso, ma ci sono anche Bruno Martelli (Lee Curreri), Danny Amatullo (Carlo Imperato) e Doris Swartz (Valerie Landsburg). Sono dei gran bei personaggi anche molti dei professori, come Shorofsky (Albert Hague) e Lydia Grant, la prof di danza interpretata da Debbie Allen (ora Catherine Avery in Grey’s Anatomy). 
Se vi state chiedendo come mai una ragazzina nata negli anni Novanta abbia come serie cult un telefilm degli anni Ottanta basta guardare la sigla!



Sonia Madini consiglia Mad Men

Serie iniziata nel 2007 e conclusa poco più di due anni fa, se non l'avete vista è assolutamente da recuperare. 
Le puntate ci immergono nel mondo pubblicitario newyorkese degli anni '60, seguendo le vicende del misterioso e geniale direttore creativo Don Draper (John Hamm), della sua famiglia e dei suoi collaboratori (fra cui una fantastica Elisabeth Moss, celebre protagonista di The Handmaid's tale). A fare da contorno i grandi stravolgimenti sociali in atto in quegli anni e gli eventi storici che hanno segnato il decennio: tra i tanti la contrapposizione Nixon Kennedy, la crisi dei missili di Cuba, la lotta afroamericana per i diritti civili. Un ritratto storico pieno di dettagli, con personaggi carismatici, che evolvono e crescono. Guardare almeno una puntata per credere!



Giada Ravara consiglia Will e Grace

Correva l’anno 2001 quando per la prima volta venne trasmesso in Italia “Will e Grace”. Io avevo solo dieci anni, ma ricordo benissimo quanto rimasi folgorata dallo sfavillante universo che gravitava attorno ai due protagonisti della sit-com americana.
Will è un avvocato gay di successo che condivide un appartamento a New York con la sua migliore amica Grace, una nevrotica arredatrice. I due sono uniti da un profondo legame affettivo e dalla totale sfortuna per quanto riguarda le questioni di cuore! Le loro vicende raccontano molto bene la rampante generazione dei trentenni sull’orlo di una crisi di nervi, divisi tra la ricerca del successo personale e quella del grande amore. 
Will and Grace assume toni esilaranti grazie soprattutto ai due personaggi secondari, assolutamente “sui generis”: Jack, l’amico attore di Will, e Karen, l’altolocata segretaria di Grace. Jack e Karen, eccentrici e politicamente scorretti, sono per me la vera chiave del successo dello show: fanno da contraltare ai due perfettini protagonisti, arrivando spesso a rubargli la scena con i loro improbabili teatrini.
La serie ebbe un importante successo e diventò un vero fenomeno di costume in quanto finestra sulla cultura LGBT americana, rappresentata con sagace ironia e leggerezza che ancora oggi non ha paragoni. Non sono mai mancati i riferimenti politici, sempre nel nome del sostegno della causa per i diritti degli omossessuali: ultimo il web-episodio speciale lanciato dopo dieci anni dalla fine della serie a sostegno della candidatura alle presidenziali del 2016 di Hillary Clinton. 


Francesca Guarnieri consiglia Beverly Hills 90210

Una serie tv, che ho visto, che vedrei e rivedrei è: Beverly Hills 90210, iniziata negli anni ’90 e terminata all’inizio del nuovo millennio. Volevo cambiarla per non essere scontata, ma sarei finita a scegliere una serie anni ’90, quindi poco cambiava.
Beverly Hills è la storia dei gemelli Walsh, due adolescenti che dal Minnesota si trasferiscono con tutta la famiglia nella caldissima e ricchissima Beverly Hills. Brenda (Shannen Doherty) e Brendon (Jason Priestley) dovranno ricominciare da zero, fare nuove amicizie e qui entrano in campo i 6 amici: Kelly (Jennie Garth), Donna (Tori Spelling), Andrea (Gabrielle Carteris), Dylan (Luke Perry), David (Brian Austin Green) e Steve (Ian Ziering).
Casa Walsh sarà un punto di riferimento, l’unione sana e genuina della famiglia riuscirà ad essere di conforto ed aiuto ai giovani amici dei due fratelli.Non cadrò nella disputa team Brenda o Kelly, ovviamente tifavo per la prima, però posso dire che non tutte le stagioni della serie sono state entusiasmanti come le  prime quattro, dall’uscita di scena di Brenda la serie ha preso una strana piega.Perché vedere le prime stagioni? Per i nostalgici, sarete avvolti da un’atmosfera adolescenziale, in generale, perché è una dei primi Teen drama, che con coraggio ed audacia ha affrontato vari temi: droga, anoressia, alcolismo, Hiv, prevenzione tumore al seno, suicidio (ben prima di 13) e altro.




lunedì 22 gennaio 2018

MANHUNT: UNABOMBER, come chiudere in bellezza il 2017



Ted Kaczynski è un folle. Un pericoloso serial killer a cui l’FBI da incessantemente la caccia. L’unica prova sulla quale basare le loro ricerche è il manifesto scritto interamente da lui dove argomenta il suo pensiero sul mondo che lo circonda. Ma può un manifesto bastare per incastrare un uomo?

La serie è stata creata da Andrew Sodroski, Jim Clemente e Tony Gittelson; Tra i produttori troviamo anche Kevin Spacey. Ad interpretare l’agente dell’FBI Jim Fitzgerald vi è Sam Worthington (Avatar, Scontro fra Titani, Hacksaw Ridge etc…), mentre il killer Ted Kaczynski lo interpreta Paul Bettany (A Beautiful Mind, la saga di Iron Man, Avengers etc…). La serie è disponibile sul canale streaming Netflix, composta da otto episodi. Nota più importante? È tratto interamente da una storia vera!


Manhunt: Unabomber, senza ombra di dubbio, è la serie migliore che ho visto del 2017. Difficile parlare di protagonisti e antagonisti perché nonostante il poliziotto rivesta la parte del buono, non è di lui che ci parla la storia, dunque, diventa il nostro antagonista. Chi è allora il protagonista? Il killer, la persona più temuta del momento, colui che ha rovinato la vita di centinaia di persone, colui che, nonostante tutto, lotta per una causa in cui crede ciecamente. Il poliziotto, compreso tutto l’FBI, non sono altro che i suoi avversari. Tutto ruota intorno la sua figura affascinante e misteriosa, intorno il suo modo di pensare nei confronti del mondo, della vita e delle persone. Sin dall’inizio, tramite stacchi temporali, diamo un volto al nostro killer e sopratutto sappiamo che è già stato catturato; Ma non è quello il punto. A noi interessa sapere come e perché, chi sia realmente quest’uomo inafferrabile che ha terrorizzato tutta l’America semplicemente alzandosi la mattina e spedendo un pacco postale. Un gesto compiuto da migliaia di persone ogni giorno.
La serie è scritta egregiamente, non perde mai di vista il focus principale e non si smarrisce in inutili sotto trame. I personaggi sono ben delineati dall’inizio alla fine: Non troverete persone che di punto in bianco fanno cose a caso perché qualche sceneggiatore incapace lo ha snaturato. Lati negativi ne abbiamo? Si, in particolare la scelta di aver sorvolato su alcuni elementi davvero importanti che vengono solo accennati ma che a mio avviso andavano assolutamente mostrati. Ci sono dei pezzi che potevano essere benissimo accorciati o sostituiti con altro, tant’è che quando ho finito di vederlo ci sono rimasto male perché non mi sono state mostrate alcune scene che aspettavo con ansia.

Consigliato? Ma ci mancherebbe! È una serie TV che dovete assolutamente vedere! (Ripeto: È su Netflix) Un perfetto esempio di come scrivere una storia ad oc senza snaturarla o riempiendola di fan service e luoghi comuni.
Sapete una cosa? In fondo, una parte di Ted Kaczynski vive in ognuno di noi. Quello che ci contraddistingue è solo il modo di agire.

sabato 20 gennaio 2018

Dieci motivi per amare American Crime Story, Il caso O. J. Simpson



Perry e Ceschina sono tornate! Dopo aver avuto grossi dubbi su 13 Reasons Why e aver demolito il remake di Dirty Dancing, hanno trovato una serie da amare: Il caso O. J. Simpson.

Se lo avete perso o se lo avete già visto tutto in tre giorni (come hanno fatto loro) e state fremendo per la nuova serie sul caso Versace, beccatevi questi 10 motivi per amarlo.



1. La scelta del caso giudiziario. Il caso O. J. Simpson è oggettivamente irrisolto. Permette di farci una nostra idea su come potrebbe essere andato l’omicidio. Inoltre tocca temi tuttora di grande interesse sociale, come la discriminazione razziale e la violenza domestica.

2. Non ci sono personaggi solo positivi o solo negativi, è una rappresentazione neutra degli avvenimenti del processo.

3. I movimenti di macchina sono un elemento forte della serie, ruotano, zoomano sugli attori, abbiamo soggettive e oggettive. Siamo gli occhi della giuria, dei giornalisti ma anche quella delle telecamere Tv… Chapeau!

4. I Kardashan. Se vi siete chiesti “ma perché i Kardashan sono così famosi?” con Il caso O.J Simpson lo scoprirete! Anzi, saprete anche come erano prima di diventare i più snob del mondo.

5. Gli anni '90. Dopo il grande ritorno degli '80 con Stranger Things, si torna anche negli anni '90, in cui tutte amavamo Dylan anche se aveva messo le corna a Brenda… Se avete la nostalgia degli ultimi momenti di gloria delle spalline e delle cravatte dalle fantasie sgargianti le ritroverete nelle aule di tribunale di questa serie.

6. Rimanendo in tema del vintage, riscopriamo gli anni in cui non esistevano i social. I fatti dei vip (e soprattutto dei Kardashan) li dovevi andare a cercare dal giornalaio, o in Tv.

7. Il grande ritorno di David Schwimmer, l’indimenticato Ross di Friends. Lo vediamo nei panni del buon Rob Kardashan, ma pensiamo sempre a lui e Rachel al central perks. Il suo personaggio è forse la vera vittima di tutta la serie.

8. C’è anche il ritorno di John Travolta, ci era mancato… non balla e non canta però; interpreta l’avvocato dei vip e passa gran parte della serie a litigare con i suoi colleghi.

9. Cuba Gooding Jr. ci regala una bellissima interpretazione del protagonista, l’ex giocatore di Football O. J. Simpson.

10. Menzione speciale per la produzione che comprende Ryan Murphy, il creatore di Glee, e anche John Travolta.

mercoledì 10 gennaio 2018

The end of the f***ing world - nuova serie Netflix da non perdere

 
Se cercate una serie veloce e piacevole da guardare, dissacrante e originale, con puntate da 20 minuti l'una The end of the f***ing world fa al caso vostro.
La serie britannica firmata Netflix segue le pazze vicende di James (Alex Lawther, già visto in una puntata di Black Mirror) e Alyssa (Jessica Barden), due diciassettenni a dir poco problematici. Il primo è "abbastanza sicuro" di essere uno psicopatico, non prova emozioni, risponde per lo più con "si" o "no", Alyssa è in lotta con la madre e il patrigno, desiderosi di vivere la loro vita tranquilli con i loro gemellini perfetti, senza il peso di una ragazzina a dir poco ribelle.
Dal loro incontro atipico e casuale nella mensa della scuola nasce un road movie esplosivo che porterà i due a combinare qualche piccolo (e un grosso) guaio durante la loro mirabolante fuga dalle rispettive famiglie.
La forza della serie sta nel sottolineare la grande differenza fra le azioni dei ragazzi e ciò che passa loro per la testa: le voci fuori campo delle loro riflessioni mostrano insicurezza, umanità e maturità; aspetti neanche lontanamente immaginabili dagli adulti che osservano i loro comportamenti.
La mirabolante fuga, come ogni viaggio che si rispetti, porta a profondi cambiamenti nell'animo dei ragazzi, facendoli scontrare con le immagini del proprio passato e sviluppando la consapevolezza del rapporto con l'altro (da notare come nelle prime puntate i due non riescano nemmeno a guardarsi negli occhi).
Non me la sento di dirvi di più, meglio lasciarvi al piacere della visione. La serie è ideale per un bel bingewatching.



venerdì 29 dicembre 2017

Speechless e Atypical: quando la diversità, non è diversa!

L’inverno avanza, da qualche anno ormai, inverno è sinonimo di serie tv o serie web, visto che sto per parlarvi di un telefilm prodotto pensate un po’ da chi??? Netflix ovviamente. Da quando non abito più con i miei, seguo meno le serie di Fox- Sky e molto di più tutto quello che è reperibile via internet. La serie Atypical ha debuttato nell’agosto 2017 e io l’ho guardata quasi una settimana dopo l’uscita. Ho fatto tutti i compiti delle vacanze, calcolando che ne ho guardate 3, non avevi nulla da fare? Si, avevo da fare, ma il mio lavoro faceva il riposino pomeridiano, quindi avevo un piccolo buco da coprire, ogni giorno. 


Ho letto dell’esistenza di Atypical su un gruppo Facebook di fans (vorrei usare fanatici, ma ho paura che possa suonare male) di 13 Reasons Why. La storia è atipica, proprio come il suo protagonista e il nome della serie. Poco prima di avventurarmi in Atypical, ho seguito (a casa dei miei, continuo a registrarmi delle serie) Speechlees. Avrei voluto inizialmente fare un articolo su entrambe, ma poi ho deciso di non farlo. 
Specchless è una serie molto divertente, è una commedia che racconta le vicende della famiglia DiMeo, il nucleo familiare è composto da: Madre (Minnie Driver), Padre (John Ross Bowie, già visto in Big Bang Theory), tre figli (Mason Cook, Micah Fowler, Kyla Kenedy) e un sesto componente esterno, Kenneth (Cedric Yarbrough), l’assistente/ voce di J.J. La serie ricorda molto Quasi Amici, l’assistente del ragazzo è un attore Afroamericano, e come potrete intuire dal parallelismo J.J. non è completamente autonomo, perché affetto da una paralisi celebrale infantile, sedia a rotelle e tavoletta alfabetica per comunicare con gli altri.  
Ci sono molti punti di contatto tra le due serie e una fra tutte solo le due sorelle. Dylan (Speechlees) e Casey (Brigette Lundy-Paine, Atypical) forti, atletiche, sportive, per certi aspetti anche mascoline, trattano i fratelli, bè come fossero dei fratelli. Come dovrebbero trattarli? Ci sono già le madri ad essere iperprotettive.  
Il protagonista di Atypical è Sam (Keir Gilchrist) è un adolescente affetto da autismo e vuole essere in tutti i modi un “tipico adolescente” e innamorarsi. Chi conosce un minimo la sindrome (ne esistono diversi aspetti e nessuno e uguale ad un altro, proprio come tutti noi, ogni persona è unica e uguale solo a sé stessa) sa quanto possa essere difficile esprimere e capire i sentimenti di chi ne è affetto.  Ma Sam vuole avere una fidanzata ed innamorarsi. Frequenta con una certa regolarità Julia (Amy Okuda), una giovane terapeuta, che lo spinge all’auto comprensione e lo stimola ad affrontare la vita. 
L’altra presenza maschile della famiglia è il papà di Sam (Michael Rapaport), un uomo in difficoltà a gestire la situazione. Tra i due è molto faticoso comunicare e capirsi. Almeno all’inizio. Come già accennavo nell’articolo su Fino all’osso, anche qui la questione viene affrontata con onesta ironia (strano a dirsi, visto che Sam non capisce l’ironia) un altro aspetto dell’adolescenza, spesso, per non dire sempre lasciato in disparte. Per me è un po’complicato scrivere di questa serie, ho paura che il mio pensiero possa essere mal interpretato. Quindi parto subito con il dire che ho adorato Sam, tutte le otto puntate e quasi tutti i personaggi. Tranne Elsa (Jennifer Jason Leigh), la madre di Sam. Lei mi ha messo proprio un nervoso addosso, non sono riuscita proprio a provare empatia per lei. Non è una cattiva mamma, anzi, proprio il contrario, si fa in quattro per i suoi figli. La contesto come moglie.   
La serie è un po’ Diario di una nerd super star e Faking It- Più che amiche, ironica, a volte un po’ cinica e divertente. Mi è piaciuto molto la volontà di portare lo spettatore dentro Sam, soprattutto quando nei momenti di confusione e smarrimento del ragazzo in qualche modo visivamente viene rappresentato come si sente, le luci diventano confuse, tutto si muove in maniera vorticosa e i suoni diventano poco definiti e alterati. Per otto episodi riesci sentire Sam, a viverlo, riesci ad entrare in sintonia con il suo mondo, con la sua vita, con le difficoltà ampliate di un giovane ragazzo, che vuole in tutti i modi vivere la sua età, indagare i sentimenti aiutato da uno strampalato amico, Zahid (Nik Dodani), troppo simpatico, nella sua convinzione di essere un fico (e credetemi, non lo è per niente, almeno per la sottoscritta).  Ora aspetto con ansia la seconda stagione, l’ultima puntata ha lasciato troppe questioni aperte e sono molto curiosa di proseguirla.  


mercoledì 29 novembre 2017

Ho cercato il mio Spadino…Intervista a Giacomo Ferrara

Giacomo Ferrara è l’interprete di Alberto Anacleti/Spadino, lo “zingaro” di Suburra. Se Spadino è già un personaggio cult per il suo pubblico, che sta attendendo la seconda stagione, Giacomo “guarda in alto”. In questa intervista ci racconta qualcosa su Spadino, Angelo di Il permesso e anche del suo ultimo progetto, Guarda in alto, opera prima di Fulvio Risuleo.



Iniziamo da Suburra, come nasce e come ri-nasce Spadino? Nel senso, come hai lavorato al personaggio prima per il film e poi per la serie? Da un personaggio che ha un quarto d'ora di storia nel film a dieci puntate della serie, è un bel lavoro...

Per me è stato come affrontare due personaggi diversi. Li ho anche affrontati in maniera molto diversa, perché lo Spadino del film non ha molto da raccontare. Non c'era qualcosa che potesse richiamare un background, non c'era molto spazio per l'immaginazione. Quindi ho lavorato semplicemente su quello che dettavano le scene, sul lavoro di cui mi aveva parlato Stefano Sollima già in fase di provino, che avevamo creato insieme e lo abbiamo poi riportato sul set.
Invece per il lavoro del personaggio per la serie c'era molto più materiale, più sfumature. Lì c'è stato un lavoro più intenso, più complesso perché era molto quello che andavamo a raccontare.
Come nasce? Nasce come un personaggio già forte, ha una cultura molto caratterizzante e questo comporta che il mondo sinti, che è in generale molto teatrale, influisca sulle movenze del corpo; ci sono gesti molto teatrali, c'è la spacconeria e c'è anche la maschera con il sorriso ironico che porta spesso e che è solo di facciata. Poi sotto sono andato a ricercare tutto il dramma che vive il personaggio, è in una posizione di rinnegazione. Di conseguenza, il perché della maschera lo si intuisce dal suo dramma.

Sempre parlando del rapporto tra il film e la serie, come hai fatto a lavorare “a ritroso” sul personaggio? C'è qualcosa del primo Spadino in quello della serie?

Certo. Ritrovi la sfrontatezza, il suo ghigno, il suo non stare alle regole di nessuno, sempre il posto nel mondo che hanno entrambi, questo sì. In realtà non ho pensato molto ad andare a ritroso. Sono andato a vedere queste linee, che già c'erano, per andare poi a creare un personaggio diverso. Non sono stato molto a chiedermi quanto tempo prima o cosa fosse realmente successo, è stata piuttosto la sceneggiatura a darmi lo spunto per creare.

Per creare Spadino ti sei ispirato a qualche interpretazione in particolare? Ti faccio un esempio molto azzardato: più o meno nel periodo in cui è uscito Suburra è uscito anche Lo chiamavano Jeeg Robot, e lì c'è Luca Marinelli che interpreta Lo Zingaro ed ora è un po' lo “zingaro” per eccellenza...

No, anzi, il lavoro di Luca Marinelli è meraviglioso ma diverso dal mio. Non mi sono ispirato a nessuno, se dovessi pensare a qualcosa, ma molto in generale direi un Joker, ma alla fine non lo è; del Joker vediamo solo la parte malvagia e non c'è tutta la parte che si racconta di Spadino e del suo dramma. Potremmo pensare ad un Jesse Pinkman di Breaking Bad, ma nemmeno tanto. Non ci pensavo troppo. Non mi sono ispirato, ho cercato il mio di Spadino. Poi mi hanno accomunato a diversi personaggi bellissimi e ne sono felice; significa che ho fatto un buon lavoro. Non ho pensato a chi o cosa prendere spunto per il tutto.

Hai un po' paura di rimanere “incastrato” in Spadino?

Questo non so, lo dirà il futuro. Non ci penso. Penso a fare del mio meglio in ogni ruolo che mi verrà proposto. Chiaramente Spadino è un personaggio molto forte che rimarrà nell'immaginario di tutti, ha una grande presa; però, sinceramente, non ci penso più di tanto.

Parliamo di Il Permesso; Angelo è, un po' come Spadino, un ragazzo “cattivo”, però è un personaggio diverso. Vediamo il riscatto di Angelo e non il suo passato. È anche un personaggio molto diverso dagli altri; gli altri cercano vendetta, il tuo no, è come se cercasse altro.

In realtà Angelo non è un cattivo ragazzo, è in carcere perché ha fatto una “cazzata”, una rapina a mano armata. Più che altro ha delle cattive frequentazioni, non ha punti di riferimento e si ritrova con persone che lo portano sulla cattiva strada. In carcere capisce che può fare tanto ed esce con
l'idea di riabbracciare la propria famiglia e non per un motivo come gli altri, chi per vendetta, chi per scappare o per salvare il figlio, esce per buona condotta. Nel corso del film esce un po' la storia del personaggio; ha capito che ha fatto un errore che non vuole commettere più, ma d'altro canto gli amici cercano di riportarlo sulla cattiva strada, si ritrova combattuto a scegliere tra la propria famiglia e cosa è giusto fare. È un personaggio diverso da Spadino. Per quanto Spadino non stia bene all'interno della sua famiglia ha scelto di avere una vita criminale, Angelo no, ci si è ritrovato dentro. Ha preso parte ad una rapina ad un benzinaio, è stato preso ed è giusto che sia in carcere, non è però quella la vita che vuole per sé.

Il tuo ultimo film, Guarda in alto, è tutto un altro mondo rispetto a Suburra e Il permesso.

Guarda in alto è un film di un genere tutto suo. È un'avventura che nasce da questo personaggio, Teco, che fa il fornaio e magari si aspettava di più dalla vita, gli manca qualcosa, sente che si è “svegliato troppo tardi”, c'è, di conseguenza, un momento iniziale di depressione. La storia parte con un episodio di un gabbiano che cade fuori al forno dove lavora; Teco si trova lì per fumarsi una sigaretta, vede questo gabbiano e decide istintivamente di andare a vedere cosa è successo e parte alla volta di questa avventura che alla fine lo riporterà a sognare.

Per concludere vorrei farti una domanda un po' scomoda ma che, purtroppo, nasce spontanea. Pensi che una fiction come Suburra possa in qualche modo anticipare la realtà? se pensiamo agli ultimi fatti di cronaca a Roma.


Penso invece che la realtà superi la finzione, lo stiamo vedendo ore e si è sempre visto. Lo scopo di fiction come Suburra è quello di intrattenere e non di fare una sorta di documentario di denuncia su Roma anche perché prende spunto dal libro di De Cataldo. Si è scoperto che erano fatti reali solo in corso d'opera. Quando è scoppiato il caso di Mafia Capitale si stava girando il film di Stefano Sollima, ma non è una cosa voluta. Suburra è “una Roma” ma non vuole essere assolutamente una denuncia o un documentario. Poi non possiamo farci niente... Non c'è neppure l'intento di miticizzare dei personaggi. Se pensiamo ai giorni nostri, ci sono tante cose che sono già viste e già successe e che comunque non c'entrano molto con la serie. Non penso neppure che sia un fatto di emulazione, magari si può emulare un look ma non quello che sono le azioni dei personaggi. Non penso che una serie, che sia Suburra, Gomorra o Romanzo Criminale, possa portare qualcuno a fare del male, il male è sempre esistito e sempre ci sarà a prescindere. Non è per colpa nostra se ci sarà il crimine nel mondo.


Una scena da Guarda in alto di Fulvio Risuleo.
Fonte: repubblica.it

venerdì 17 novembre 2017

Gomorra 3, stamm turnann!

Gomorra è ormai un fenomeno di culto; citazioni e parodie dilagano ovunque e non si può fare a meno di dire “Sta senza pensier” o “Ce ripigliammo tutto chillo ch’era o nuostro!”


Nel 2006 Roberto Saviano pubblicò il romanzo-inchiesta che divenne subito un fenomeno non solo letterario ma sociale; per la prima volta si parlava del fenomeno della camorra senza risparmiare nomi e cognomi. Al romanzo seguì il film di Matteo Garrone del 2008 ed infine nel 2014 andò in onda la prima stagione della serie.
Un progetto di serialità deve ampliare trama e sistema dei personaggi e nel corso delle due stagioni vediamo che al nucleo iniziale si è aggiunto molto altro.
Nella serie di Gomorra incontriamo il clan dei Savastano. Don Pietro (Fortunato Cerlino), sua moglie Imma (Maria Pia Calzone) e suo figlio Gennaro detto Genny (Salvatore Esposito) ne sono i capi. È in atto una guerra di mafia tra loro e Salvatore Conte (Marco Palvetti). Quando don Pietro per un banale controllo della polizia finisce in prigione, il clan rimane senza un capo, Genny è inesperto e donna Imma una donna, è il momento per Ciro Di Marzio detto l’Immortale (Marco D’Amore) per riscattarsi da soldato e diventare il capo. Ovviamente donna Imma non vuole cedere il potere e scatenerà tutto l’odio dell’Immortale.
Nella prima serie tutte le vicende ruotano attorno al clan Savastano e Ciro, nella seconda possiamo notare come l’universo diegetico si sia allargato a tutta una serie di comprimari, tanto da creare linee narrative parallele a quella principale di Ciro contro i Savastano. A Genny e Ciro si aggiungono Scianel (Cristina Donadio), Patrizia (Cristina dell'Anna), O Principe (Antonio Folletto), O Track (Carmine Monaco) e tanti altri.
In questo modo Gomorra si distacca dalla serialità “all’italiana” per avvicinarsi a quella statunitense.

Un elemento della serie di Gomorra che la distacca molto dal panorama italiano è quello di aver scelto ben quattro registi a cui affidare le varie puntate, Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini e Claudio Giovannesi che si aggiunge nella seconda serie. Quattro stili di regia molto differenti che si adattano ai diversi mood che possiamo ritrovare nel corso della serie. Se con Sollima troviamo un ritmo serrato per la narrazione, con Comencini si ha un approccio più “freddo” e lento. Alla pittoricità dei movimenti di macchina di Cupellini si alterna la crudezza della regia di Giovannesi.
L’autorialità che pervade la serie non ha sminuito la sua ricezione sul grande pubblico, anzi! Gomorra, proprio grazie alla serie, è diventato un fenomeno “pop”, le battute di Ciro, Genny e gli altri sono diventati dei tormentoni. Oggi su Sky Atlantic riprenderà la terza serie e i fan non riescono proprio a “sta senza Pensier”

mercoledì 13 settembre 2017

13 buoni motivi per vedere (oppure no) “Tredici”


Questa è la prima recensione a quattro mani delle FilmLovers!

Avete mai sentito parlare di Tredici? Se ci state leggendo, probabilmente sì. Tredici è una serie televisiva prodotta da Netflix, tratta dal libro omonimo di Jay Asher. La serie racconta (più o meno) questo: Hannah Baker (Katherine Langofrd) si suicida e lascia alle persone che l’hanno portata a questo disperato gesto, delle musicassette dove elenca i 13 motivi che l'hanno spinta a fare il grande salto. L'altro protagonista è Clay (Dylan Minnette), colui che per 13 puntate ascolterà le cassette. È il suo turno!
Dopo aver discusso tanto, abbiamo deciso di fare il “verso” alla serie. Non eravamo del tutto convinte, non sempre tutto è bianco o nero. Inizialmente eravamo schierate così: Francesca “non mi piacerà mai, ne parlano troppo!”, Laura: “Non è male, mi è piaciuta!”. Così ci siamo confrontate per più di una settimana e alla fine abbiamo individuato punti deboli e punti forti. Siamo entrambe d'accordo che, nonostante tutto la serie fa discutere!


Francesca e Laura P.

COSA CI PIACE

  1. È perfetto per il bingewatching (in un weekend in cui non sai che fare lo vedi tutto)
  2. Lancia un messaggio forte al pubblico degli adolescenti di oggi. Il bullismo, non va sottovalutato. Tutte le nostre azioni, anche se per noi non hanno peso, hanno delle conseguenze.
  3. Formalmente è fatto molto bene. Non è la solita serie con le luci smarmellate e il montaggio alternato.
  4.  L'ossessionante presenza dell'oggetto "musicassetta".
  5. Le cassette; abbiamo perso la bellezza del registrare noi la musica che ci piace. Spotify lo fa per noi, Hanna scopre che può lasciare il suo segno manualmente (se avesse fatto delle Instagram stories non sarebbe stato così interessante)
  6. La sigla, il disegno dell'audiocassetta che si trasforma in bici è troppo carino
  7.  Hannah Baker, adoro!
  8. Clay è un bel personaggio. È complesso, è umano. Probabilmente è l’escluso del gruppo che viene rivalutato (è un po’ il messaggio della serie)
  9.  Bè direi la cicatrice di Clay, la nostra grande bussola
  10.  Il fatto che Clay porti i segni dell’animo distrutto. Più le cassette si fanno intense e la situazione di Hannah (secondo lei) arriva ad un punto di non ritorno, fisicamente Clay porta questi segni di cedimento: non si lava, botte ovunque, non dorme. Lei sempre impeccabile fino all'ultimo minuto.
  11. Tony, Tony sa tutto ma non dice nulla, è il deus ex machina della situazione, anche perché è l'unico che gira ancora con il lettore cassette nella macchina.
  12. Non ci sono personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi; sono tutti tasselli importanti nella vita di Hannah ma ognuno ha la sua parte di colpa.
  13. Il set del bar ha un'aria subito familiare e non è il solito bar americano stile anni 50 (ma in America hanno ancora i bar anni 50?
COSA NON CI PIACE

1.    Ci sono delle questioni che si potevano esplicare meglio (tipo il fatto che i genitori non si curano o si curano male dei figli) altre che non servono
2.    Sono situazioni irreali. Dalle pistole in casa, agli stupri, all’amica che ti pianta… Va bene in disagio giovanile ma fino a un certo punto
3.    Verso la fine si perde. Vogliono lasciare il finale aperto per la seconda stagione. Non ha senso una seconda stagione!!! Si chiama 13, hai fatto 13 episodi… di cosa parli dopo? Alcune cose sono belle perchè autoconclusive
4.    I ragazzi mi sembrano tutti dei maniaci sessuali (a parte Bryce che lo è) però allo stesso tempo regna tra di loro una pulsione omo non indifferente (almeno a me è sembrato così)
5.    Non lo paragonerei a Beverly Hills o Dowson’s Creek. Pur essendo una serie con degli adolescenti ha un altro mood.
6.    Basta con ste atmosfere cupe e inquietanti stile Twilight.
7.     Troppi personaggi, troppi, poche puntate e 1000 volti, ad un certo punto non ricordi neppure il nome del protagonista.
8.     Ed è per questo motivo che arriviamo all'ottavo motivo; essendo troppi i personaggi non riesci ad instaurare un rapporto con loro, non li "ami", non riesci ad aspettarli.
9.     Manca l'ironia, il divertimento, viene lasciato poco spazio alle battute. Tutto molto dark (Ragazzi, anche nella saga di Twilight qualche risata scappava).
10.  Non mi piace che il tossico di turno sia uno che: "Beve caffè". Scusate, ma in mezzo a tutta quella delinquenza, pistole, droga e alcool, passando per il bullismo e gli stupri, la codardia e l'omertà, voi vi focalizzate sul povero Clay che beve troppo caffè?
11.  Parolacce a Go-Go, non c'erano altri modi per far comunicare le persone? M'immagino lo sceneggiatore che dice: "è qui cosa potrebbe dire!??!?mmmhhh aspetta c**** t**** c*** ecc., ecc… E lo vorrebbero vietare nelle scuole per i temi trattati? Io affronterei i temi e controllerei il linguaggio piuttosto.
12.  Salti temporali troppo poco chiari. Sei nei corridoi della scuola, un secondo dopo sei nei corridoi della scuola e sono passati 2 anni. meno male che c'era la cicatrice di Clay a dirci "ehy, siamo nel presente!!!! Hannah è già morta!!!"
13.  La morte di Hannah. Sarebbe dovuta essere l'apice della serie invece è solo un momento crudo fine a se stesso (io ho chiuso gli occhi)

martedì 25 luglio 2017

Guardare con gli occhi del cuore, Boris (che forse torna)

Pare che ci sarà un seguito di Boris. Appena ho letto la notizia ho urlato E DAI DAI DAI!!!
Chi ha visto Boris lo sa, crea più dipendenza di Game of Thrones, non puoi non amare i suoi personaggi e citare le loro battute
Per chi non conoscesse Renè Ferretti e la sua troupe, ecco un breve assaggio...
Il cast di Boris

Boris è una serie tv, ideata da Luca Manzi, andata in onda su Fox tra il 2007 e il 2010 Quando uscì, si trattò di un format nuovo, per durata (gli episodi durano circa 30 minuti) e soprattutto per la trama, il sottotitolo è infatti La fuoriserie italiana.
Boris infatti parodia il suo stesso genere; è ambientata sul set di un'ipotetica fiction, Gli occhi del cuore, e racconta di cosa accade durante le riprese.
Non vi è un vero e proprio protagonista, ma possiamo individuare una figura centrale in Alessandro (Alessandro Tiberi), stagista di regia – non a caso la serie inizia il suo primo giorno di lavoro.
In Boris ci troviamo di fronte ad una trama surreale che scivola spesso e volentieri in un voluto grottesco, per amplificarne l'assurdità delle situazioni.
L'elemento portante di questa serie tv è la sceneggiatura di Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre; le situazioni e i dialoghi partono da un universo diegetico quanto più reale (il set) per arrivare al surreale (cosa accade ogni giorno durante la lavorazione), questo procedimento parte dall'esasperazione degli stereotipi televisivi, a partire da quelli della fiction italiana.
Ciò che più resta impresso nello spettatore sono i dialoghi, talmente divertenti che non si può non citarli a memoria (memorabili quasi quanto gli straordinari di Libeccio).
Occhi del cuore, la brutta fiction su cui lavora la troupe, presenta molte delle pecche dei grandi sceneggiati televisivi, la trama a volte nonsense – possiamo vederne degli spezzoni che non creano una storia ben precisa, l'uso di battute retoriche, una brutta fotografia e non per ultima la recitazione “a cazzo di cane”.
I personaggi che popolano il set sono a modo loro stereotipati, dal regista, Renè Ferretti (Francesco Pannofino), agli attori Stanis (Pietro Sermonti) e Corinna (Carolina Crescentini), fino agli stessi sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti). Sono tutti personaggi con atteggiamenti e battute ricorrenti tanto da diventare dei veri e propri tormentoni, tutti tranne Alessandro, quasi un pesce fuor d'acqua.
È proprio un pesce che dà il titolo alla serie; Boris (Becker) è un pesciolino rosso che il buon Renè porta sempre sul set per dargli ispirazione, può sembrare un dettaglio insignificante che diventa molto di più (un po' come succede nelle fiction).
Ciliegina sulla torta è la sigla, cantata da Elio e le storie tese, in cui il cast, in un palese playback canta ed ammicca alla telecamera come nelle peggiori soap-opera.


Boris è ormai una serie cult, tanto da essere paragonata a Twin Peaks (esistono pagine geniali come “Ferretti cammina con me”,) e i fan non vedono l'ora di urlare GENIO insieme al caro vecchio Renè.

domenica 21 maggio 2017

I segreti di Twin Peaks

È stata annunciata per maggio 2017 l’uscita della terza stagione di Twin Peaks, serie ideata nel 1990 da David Lynch e Mark Frost. La scelta della campagna pubblicitaria è molto bizzarra: sono stati affissi annunci con la foto di Laura Palmer (Sheryl Lee) dichiarata scomparsa con tanto di numero telefonico da chiamare. Gli episodi in uscita, attesi trepidamente dai fan della serie, sono ambientati venticinque anni dopo i fatti accaduti nelle prime due stagioni. Dunque ho deciso di spendere qualche parola per questa serie che, a mio avviso, è conturbante e intrigante. Ricordo inoltre che dal 10 maggio, su Cielo, sono riproposte le prime due stagioni.

lunedì 15 maggio 2017

Maltese, il romanzo del commissario


Ho una passione insana per i film e le serie tv sulla malavita, è una cosa poco adatta a me che sono minuta e mi vesto quasi sempre di rosa ma è così. Quando ho scoperto che in queste settimane sarebbe andato in onda su rai1 Maltese, il romanzo del commissario ho deciso che sarei rimasta a incollata alla tv per vederlo (il fatto che nel cast ci siano Kim Rossi Stuart e Francesco Scianna è del tutto ininfluente, giuro)
Le prime due puntate sono andate in onda lunedì 8 e mercoledì 10 maggio, le due finali ci saranno lunedì 15 e martedì 16.
Il titolo, la regia di Gianluca Maria Tavarelli e casa di produzione, Palomar, ci dicono molto e ci fanno pensare al commissario più famoso degli ultimi anni, Montalbano.
La casa di produzione è la stessa così come il regista che è quello di Il giovane Montalbano, sorta di prequel della serie. Inoltre già dal titolo sappiamo che nomi ed eventi, per quanto molto verosimili sono fittizi.