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lunedì 19 febbraio 2018

A casa tutti bene, l'isola dello sclero!

A casa tutti bene è l’ultimo film di Gabriele Muccino, in questo film vengono riunite alcune vecchie conoscenze del suo cinema. La storia, sembrerebbe buona, lo svolgimento decisamente peggio: Alba (Stefania Sandrelli) e Pietro (Ivano Marescotti) per il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio radunano tutti i parenti più stretti, figli, fratelli e nipoti su un’isola. Tutti dovrebbero rimanere il tempo della cerimonia e i festeggiamenti, ma arriva un forte temporale che blocca tutti i traghetti, quindi l’allegra famigliola sarà costretta a convivere per almeno due notti. Ci sono talmente tanti personaggi che per scrivere la recensione mi sono dovuta fare un albero genealogico, ma la cosa è che a tutti si vuole dare spazio, così si finisce per avere piccoli frammenti di storie e nessun quadro completo della situazione.
I festeggiati hanno tre figli: Paolo (Stefano Accorsi) il ribelle della famiglia, scrittore, artista, intellettuale, viaggiatore; Sara (Sabrina Impacciatore) sposata con  Diego (Giampaolo Morelli), hanno un figlio e lui la tradisce (con Tea Falco, per tutto il film avevo il terrore di vederla sbucare, pregavo perché non avesse un ruolo principale per non sentirla recitare per molto tempo e grazie al cielo ha avuto una particina di pochissimi minuti, recitati come al solito alla sua maniera, mi chiedo, ma sta ragazza perché recita?); Carlo (Pierfrancesco Favino), divorziato dalla dolcissima Elettra (Valeria Solarino) e risposato con la schizzata Ginevra (Carolina Crescentini) e beato tra le donne ha due figlie, tutti e cinque (più il migliore amico della figlia maggiore) sono presenti alla cerimonia. La seconda moglie è ossessionata dalla prima e il drammone è servito come un pranzo di Natale. Alla cerimonia è presente anche la sorella di Pietro, Maria (Sandra Milo, ogni volta che parlava mi aspettavo che iniziasse ad urlare “Ciro”, peccato che uno dei suoi figli non si chiamasse così nel film), meno ricca ed economicamente meno fortunata del fratello, ha due figli: Riccardo (Gianmarco Tognazzi) e Sandro (Massimo Ghini). Sono questi membri della famiglia a muovere un po’ tutta la situazione e a mettere in risalto tutte le ipocrisie dell’altro ramo della famiglia. Le coppie più riuscite, perché autentiche, che cercano di prendere di petto le loro difficoltà e non le nascondono sotto il tappeto come fossero polvere sono Riccardo e la moglie Luana (Giulia Michelini), i due aspettano un figlio e sono in serie difficoltà economiche, vengono trattati come pezze da piedi, tant’è che li mettono a dormire su un materasso, per terra. Si può far dormire una donna incinta per terra e dare il letto a due adolescenti? Non vi dico la rabbia. Riccardo vorrebbe tornare a lavorare al ristorante dei cugini, ma loro non lo rivogliono assolutamente, Luana osserva i tentativi del marito di elemosinare un impiego e strisciare ai piedi dei parenti, alla fine sbotta gettando in faccia tutte le verità degli altri componenti della famiglia. Una grande, avrei voluto tanto alzarmi in piedi ed applaudirla. L’altra coppia è quella composta da Sandro e la moglie Beatrice (Claudia Gerini), lui è malato di Alzheimer, spesso fa ridere, perché è regredito ad uno stato infantile però nella risata a me ha messo tristezza, chi conosce questa malattia sa che c’è poco da ridere e Beatrice lo sa, deve prendere una decisone per lei e per il marito, urla in faccia al fratello di Sandro quello che sta passando, insieme allo sclero di Luana, tra le scene più riuscite del film. Forse le uniche.

Azzarderei a dire che è tra i film meno riusciti di Gabriele, urla inutili, personaggi piatti, macchina da presa frenetica che rincorre i personaggi che litigano rincorrendosi per tutta la casa, per le salite dell’isola (bisogna far movimento se si vuole recitare ansimando), si cerca il movimento anche quando non è importante. Manca una riflessione, su cosa dobbiamo riflettere? Sull’ipocrisia borghese? Di nuovo? Se voleva farlo, questa volta è uscito male, mancano gli ambienti borghesi, manca una direzione precisa dei personaggi e della storia stessa. Peccato, è un film che non è né carne, né pesce! 

sabato 17 febbraio 2018

Sono Tornato


Ho sempre pensato che l'unica chiave di lettura dell'Italia sia la satira che sfuma nel grottesco; Sono Tornato è grottesco, quanto attuale.
Remake del film tedesco Lui è ritornato (Er ist wieder da) del 2015 diretto da David Wnendt basato sul romanzo di Timur Vermes (2012).
Le sinossi dei due film sono speculari. Hitler si risveglia nella Berlino del 2015 e Benito Mussolini “magicamente” si ritrova nella Roma del 2017.
La domanda del film è semplice “Cosa potrebbe succedere se il Duce "ritornasse sulle scene"?
Un ibrido di materiali, riprese documentarie (le immagini del giro d’Italia del regista di documentari interpretato da Frank Matano sono autentiche) e di finzione mostrano la necessità degli italiani di avere un interlocutore. Dopo questo viaggio on the road del Paese, il Duce, il fondatore della propaganda, identifica nella mancanza di sogni il problema principale del paese.
Tutti vedono nel Duce un attore con una comicità surreale, una persona con cui relazionarsi, non uno spettro o un mostro del passato; Maurizio Popolizio è di una bravura immensa e mi ha spaventato.
Al termine del film, da uno dei protagonisti ci viene chiesto di ricordare e di non perdonare.






mercoledì 7 febbraio 2018

Chiamami col Tuo Nome


I fatti della nostra storia si svolgono “Da qualche parte in Nord Italia”; per un’estate un giovane dottorando americano, Oliver (Armie Hammer), sarà ospite del suo professore d’archeologia (Micheal Stuhlbarg) e la sua famiglia, la moglie (Amira Casar) e il figlio diciassettenne Elio (Timothée Chalamet)
Ho avuto bisogno di un po’ di tempo prima di mettere in ordine le idee dopo aver visto Chiamami col Tuo Nome.
Ho sintetizzato il mio sentire con il termine accettazione; l’accettazione del desiderio, dello scorrere del tempo e del dolore.
Elio accetta di provare un forte desiderio per Oliver, un giovane uomo, più grande. Questo film può essere definito un coming of age: un film sulla crescita perchè Elio sarà "vittima" di un crescendo di sentimenti sino a arrivare alla sessualità. (NO, non è uno spoiler, si capisce già dal trailer.)
Oliver e Elio sono consapevoli che ciò che li riguarda è a termine. Il bacio e il sesso sono arrivati perché la vacanza di Oliver è ormai giunta alla fine e deve ritornare negli Stati Uniti, e devono vivere il poco tempo che gli resta o tutto rimarrà solo un rimpianto.
Il papà di Elio (un personaggio bellissimo) gli sta vicino nei giorni dopo la partenza di Oliver e non tenta di consolarlo nel senso tradizionale del termine, cerca di dargli un consiglio "da psicologo" più che da padre "Right now, there's sorrow, pain. Don't kill it and with it the joy you've felt." cioè vivi il tuo dolore accettalo, non ucciderlo. 
Luca Guadagnino in un'intervista a Vincenzo Mollica ha definito Chiamami col tuo nome un film sull’empatia. 
Si, è un film sulle emozioni, sull'empatia, sulla capacità di sentire e vivere le emozioni.
Si, è proprio un grande film. Sensuale, sofferente e autentico!













P.S. I titoli di coda sono tra i più belli della storia del cinema.




Fonte di alcune foto Behind the clapboard

domenica 28 gennaio 2018

Gabriele Muccino Made in Italy! - L'ultimo bacio: che non è stato ultimo!

15 anni fa, si diventava adulti a 30 anni, 15 anni prima si diventava adulti verso i 20. Oggi forse, adulti non lo si diventa mai. Ne L’ultimo Bacio Muccino, racconta proprio quel passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta dei primi anni 2000, una crisi esistenziale che non si esaurisce con il termine dell’adolescenza ma che si prolunga e fa solo danni.  

In questo film vengono descritti degli uomini ragazzini, che tentano in tutti i modi di scappare dalle responsabilità, che vogliono ancora evadere. Da una parte i sono i trentenni, dall’altra i cinquantenni in crisi, rappresentati dalla mamma di Giulia (Stefania Sandrelli) e la sua cricca di amici. Nessuno vuole invecchiare, nessuno vuole maturare, a tutti manca sempre il respiro, il fiato si blocca tra un’età psicologica e le convenzioni sociali, che in questo film bloccano la voglia di vivere ai protagonisti. 

L’ultimo Bacio racconta la vita di 5 trentenni, tutto ruota attorno a Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Giovanna Mezzogiorno) che sono i veri protagonisti, lei innamoratissima, incinta di tre mesi, lui ha quasi trent’anni e non si rende ancora del tutto conto che diventerà padre. Al matrimonio di uno dei cinque, forse il più maturo, infatti poche volte lo vediamo con gli amici, Marco (Pierfrancesco Favino), Carlo incontra la diciottenne Francesca (Martina Stella) lei lo porta sulla casetta sull’albero e lui retrocede in modalità infantile, inizia a ragionare con un altro organo del suo corpo, che non è propriamente il cervello…o il cuore e manda a quel paese fidanzata e figlia. Inizia così una pseudo relazione con la ragazza, senza lasciare la compagna, no, troppo semplice, significherebbe avere capacità decisionale, cosa che Carlo per quasi tutto il film non ha. 


Accorsi, Favino, Santamaria, Cocci e Pasotti


Poi ci sono gli altri tre Paolo (Claudio SantaMaria)Alberto (Marco Cocci) e Adriano (Giorgio Pasotti). Il primo lavora nel negozio di articoli religiosi di famiglia, si è appena lasciato dalla fidanzata, che odia e ama allo stesso tempo. Giorgio Pasotti, marito di una donna che non sopporta più, decide di lasciare Livia (Sabrina Impacciatore) e il loro figlio, non vuole che il bambino cresca con due genitori che non si amano più (lei sclera parecchio e un po’ di ragione ce l’ha a lasciarla). Marco Cocci è l’alternativo del gruppo: fa uso regolare di droghe leggere, vive relazioni occasionali ogni sera e vuole viaggiare, sarà lui a spronare gli altri due a prendere una decisione e a farli evadere, partendo in un viaggio che volevano fare da molto tempo. 

Oltre ai 5, ci sono i genitori di Giulia, una coppia che dopo trent’anni di matrimonio affronta una crisi, a quanto pare una nuova crisi, lei si sente trascurata, lui sicuro del suo amore per lei, vorrebbe dei brividi, a lui la vita di coppia va bene così, io dico però, se ti sposi un bradipo non puoi pretendere che dopo trent’anni questo diventi un ghepardo, non mi sembra una metamorfosi accettabile. Questo film quando è uscito l’ho adorato (Poi c’è la canzone di Carmen Consoli che sotto vi linko perché merita), rivederlo dopo tutti questi anni mi ha un po’ destabilizzata: ho trent’anni e forse sono diventata troppo pretenziosa con i film che vedo (questo commento sembrerebbe assurdo visto che sono una fan numero 1 delle commedie demenziali, però da quelli seri esigo disciplina e rigore, ovviamente scherzo, un po’). Ho vissuto queste due ore scarse con sentimenti contrastanti, da una parte mi ha messo il nervoso, dall’altra mi ha commosso, soprattutto il finale (io non l’avrei perdonato manco morta) quando Carlo per la prima volta riflette sulla scelta che ha fatto post tradimento, della vita che finalmente decide di scegliere e di accettare.   

P.S. Se vi interessa e, magari non lo sapere, anche se dubito fortemente, esiste il sequel Baciami Ancora, del quale non ce ne era bisogno, si poteva (per me) fare benissimo a meno! 


lunedì 15 gennaio 2018

Gabriele Muccino Made in Italy - Come te nessuno mai

Come te nessuno mai è il secondo film realizzato da Gabriele Muccino nel 1999. Il film è un po’ uno specchio, tra i genitori e i figli.



Ambientato a Roma alla fine degli anni ’90, il film parte da un liceo, si decide di occupare; le ragioni sono poco chiare e ripetute a slogan “Contro questo sistema che ci vuole omologare”. L’occupazione finisce presto, dopo meno di 24 ore, i motivi sono poco reali, poco pratici. In questi giorni tumultuosi si svolge la vita di Silvio (Silvio Muccino, fratello del regista) e del suo amico Ponzi (Giuseppe Sanfelice). Silvio è innamorato di Valentina (Giulia Carmignani), la fidanzata del suo amico Martino (Simone Pagani), ma quest’ultima, durante l’occupazione, confessa a Silvio che i due sono in crisi.

Inizia il dramma: Silvio ci prova con Valentina, racconta tutto all’amico Ponzi, che in maniera ingenua e goffa lo fa sapere a tutta la scuola e ovviamente a Martino. In tutto questo, brevissimo triangolo amoroso (il tutto non dura più di un “mezzo bacio”, Valentina molla subito tutti e due per andare durante la notte con un altro), s’inserisce la dolce Claudia (Giulia Steigerwalt), amica di Valentina, “tradita” dall’amica, perché bacia il ragazzo che le piace. Come non sentirsi Claudia? Io mi sono sentita spesso Claudia, senza il lieto fine però.

Oltre ai conflitti sentimentali, nel film vi è il conflitto tra genitori e figli, un conflitto generazionale che vuole emulare quello creatosi nel ’68, fallendo miseramente, non il film, ma il conflitto.

Il film, secondo un mio personale punto di vista, è il primo di una trilogia sulla realtà romana, si parte dall’adolescenza, con L’ultimo bacio abbiamo i trentenni e con Ricordati di me abbiamo la crisi di mezza età. Ho come l’impressione che idealmente vengano seguiti negli anni Silvio e Claudia, adolescenti, poi adulti e infine nella maturità e nel misero, ennesimo fallimento famigliare.

È il mio film preferito di Muccino ed in generale rientrerebbe in una mia ipotetica lista de “I miei preferiti”, lo è perché all’epoca della sua uscita io avevo più o meno l’età dei protagonisti, vivevo immersa nel mito del ’68, partecipavo alle manifestazioni, e anche nell’abbigliamento ero un po’ come i protagonisti, era un film che mi parlava, mi raccontava, rappresentava l’adolescente italiano, potevo riconoscermi in qualcosa che non fosse americano.

Il film è nettamente superiore rispetto al precedente, Ecco fatto, diciamo che è una versione più raffinata del primo, i personaggi diventano più elaborati, gli attori sono più bravi, il linguaggio è molto più chiaro e preciso e si sbraita meno.

Sarò un po’ di parte, ma secondo me è il più riuscito.

venerdì 5 gennaio 2018

Gabriele Muccino: Made in Italy! - Ecco fatto

Il 14 febbraio, dopo una parentesi americana, ritorna in Italia Gabriele Muccino con A casa tutti bene (in realtà era già tornato con Baciami Ancora e parzialmente con L’estate addosso). Per questo ho deciso di fare un breve ripasso del primo Muccino, quello del turbamento emotivo, dei sentimenti urlati, dei tradimenti, delle corse infinite verso l’amore.

Partiamo con Ecco Fatto il suo primissimo lungometraggio, uscito nel 1998.

Al centro di questo film c’è uno dei temi più presenti nei film di Muccino, il tradimento. In particolare in Ecco fatto c’è come un focus sulla gelosia.

Il protagonista è Matteo (Giorgio Pasotti), che nella lavanderia dove lavora con l’amico Piterone (Claudio Santamaria) racconta ad alcuni clienti la sua esperienza in fatto di gelosia. Nella lavanderia inizia così uno scambio di opinioni tra i due ragazzi e i vari clienti.

Matteo racconta di quando, ancora liceale, s’innamora di Margherita (Barbora Bobulova), tre anni più grande di lui, straniera, in un periodo in cui l’Italia era molto meno “cosmopolita” di oggi (è importante sottolinearlo, non perché lo voglia io, ma perché nello stesso film viene sottolineata questa cosa).  “Lei è diversa, è straniera, ha una cultura differente”, il fatto che Margherita sia “diversa”, fa sì che sia emancipata: lavora, ha un appartamento esce con gli amici e non vuole rendere conto a Matteo, Il tipico ragazzo italiano, che invece di farsi complice in questa relazione, diventa quasi un padre.

Matteo nella coppia parte “svantaggiato”: è più giovane, geloso, studia al liceo, vive con il padre, i suoi sono divorziati, la madre li ha lasciati perché il marito la soffocava. Matteo non potrà che essere un ragazzo con un forte complesso d’inferiorità e di conseguenza ossessivamente geloso, di Margherita. I due nel bel mezzo di questa passione decidono di andare a vivere assieme; Matteo non lascerà la scuola ed inizierà a lavorare? no, lui andrà a vivere con lei e si farà mantenere dal padre.

A Muccino il tradimento, la gelosia piacciono. C’è qualcosa di nuovo in questo film, che prima non c’era nel cinema italiano? No, nulla di nuovo, però fare un film di un’ora e mezza sulla gelosia, l’ossessione, l’inganno ed il tradimento, in modo banale e far rimanere il film tutto sommato godibile, possiamo dirlo: è stato bravo.

Questo film, a differenza degli altri tre di cui parlerò, l’ho visto solo due volte, più di dieci anni fa ed oggi. La regia è abbastanza banale, i dialoghi sono alquanto ripetitivi (e simili anche ai film successivi), le dinamiche saranno le stesse che verranno sviluppate negli altri film, con quasi tutti gli stessi attori, con la differenza che nel tempo gli attori sono migliorati, il budget a sua disposizione è aumentato e anche l’esperienza del dirigere. Per tutto il resto molti elementi rimarranno uguali.

Veniamo agli attori, quelli che oggi conosciamo ed apprezziamo, recitano in maniera scattosa e in modo troppo scolastico, si esprimono sempre in maniera ansiosa, immersi nella fretta di voler dire troppe cose, troppo profonde in pochissimo tempo, non è il metodo italiano questo, ma quello americano e a noi non riesce benissimo.

La prossima settimana racconterò uno dei miei film italiani preferiti, Come te nessuno mai, credo già possiate immaginare perché mi piace un sacco. Alla prossima! 

P.S.: Io non so se posso dirvelo, però se cercate il film su Youtube, lo trovate e potrete vedere con i vostri occhi, quanto male recitava Pasotti. Tranquillo Giorgino, sei nei nostri cuori adesso, perché sei migliorato! 

martedì 2 gennaio 2018

Napoli Velata, il giallo secondo Ferzan Ozpetek

Ferzan Ozpetek è uno dei registi che riesce a mettere a nudo i sentimenti umani sul grande schermo; con Napoli velata lo fa attraverso una vicenda personale ricca di mistero e erotismo.



Adriana (Giovanna Mezzogiorno), incontra Andrea (Alessandro Borghi) ad una strana festa; l'affascinante ragazzo la seduce e i due finiscono per passare un'intensa notte di passione. Al mattino dopo i due si danno appuntamento per il pomeriggio ma Andrea non si presenta. Adriana, delusa, torna a casa, viene svegliata il mattino seguente da una chiamata di lavoro: deve eseguire un'autopsia su un cadavere. La donna si reca a lavoro, inizia il suo esame fino a quando non si accorge di conoscere la vittima, è Andrea.

Per questo film Ozpetek sceglie Napoli, una città ricca di mistero ed esoterismo, per ambientare questo suo" giallo". La vicenda si snoda, infatti, tra ciò che rimane, i reperti (è il caso di dirlo), delle antiche credenze e dei riti partenopei come sibille, riti misterici e non per ultimi i cosiddetti "femminielli". 

In Napoli velata il giallo della morte di Andrea fa da base per raccontare altro, un altro fatto di memorie, sentimenti, pulsioni, e tutto il mondo interiore dell'essere umano che è caro al suo regista.

Tante le citazioni dai grandi classici del cinema giallo, dal senso di vertigine di Vertigo di Hitchcock, al labile confine tra la veridicità di ciò che vediamo e ascoltiamo di Blow Up e Blow Out.
Per questo film, infatti, Ozpetek pare velare letteralmente la vista e l'udito dello spettatore per trasportarlo dentro le suggestioni che dominano il film.  
Lo spettatore si ritrova in bilico tra realtà e immaginazione e anche tra presente e passato.

La macchina da presa e la colonna sonora diventano le artefici dell'inganno che vive la protagonista e con lei lo spettatore fino ad arrivare ad un finale ricco di mistero, poco adatto ad un giallo ma tipico del regista turco.

Giovanna Mezzogiorno, dopo la lunga assenza dal cinema, torna a recitare per Ozpetek che ha scelto proprio lei per interpretare questa donna all'apparenza tranquilla ma che nasconde molto.
Alessandro Borghi riesce a nascondere dietro il viso pulito di Andrea tutto il mistero che il personaggio in questione richiede.

Attorno ai due protagonisti gravitano tanti personaggi, molti reali, altri evanscenti, da Peppe Barra e Anna Bonaiuto a Maria Pia Calzone fino a Lina Sastri e Isabella Ferrari.

Ozpetek non delude mai, e questo film regala suggestioni nuove al pubblico affezionato al regista e anche a chi vuole scoprirlo per la prima volta. 


martedì 5 dicembre 2017

Smetto quando voglio, Ad Honorem. La banda è tornata (per l'ultima volta)

Sidney Sibilia chiude la sua trilogia sulla banda di spacciatori più memorabile della storia del cinema italiano. Smetto quando voglio Ad Honorem è infatti l'ultimo episodio della prima vera saga cinematografica italiana. Ma andiamo per ordine...



Pietro Zinni (Edoardo Leo) è un ricercatore universitario che ha perso il lavoro, preso dalla disperazione mette su una banda per la produzione e spaccio di smart drugs (che ricordiamo, NON sono illegali). I suoi complici ovviamente sono tutte "le migliori menti in circolazione", due latinisti, un antropologo, un chimico, un economista e un archeologo, a cui si aggiungono, nel secondo episodio (Masterclass) un ingegnere e un medico. Tutti ovviamente disoccupati (o quasi). Messa così sembra davvero una banda di falliti e invece loro "non perdono mai, non vincono mai, però rompono sempre il cazzo a tutti". 
Questo terzo episodio inizia in uno dei momento clou della storia, il furto del cromatografo da parte del vero cattivo della saga Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio). Un anno dopo ritroviamo Pietro che cerca inutilmente di convincere chiunque lui incontri che c'è un pazzo senza nome che sta per compiere un attentato con il gas nervino, nessuno gli crede tranne Alice Gentili (Giusy Buscemi), una giovane blogger che gli lancia un indizio. Il luogo dove si trova il cromatografo è un ex tecnopolo dell'Università La Sapienza in cui lavorava anche una vecchia conoscenza della banda, il Murena (Neri Marcorè).
Pietro si fa trasferire al carcere di Rebibbia dove riesce ad incontrare il Murena e a capire cosa ha in mente Mercurio. Riunisce la squadra e li convince ad evadere per fermare il pazzo del treno... il resto è leggendario.
Se in Italia sta tornando forte il cinema di genere Sidney Sibilia fa letteralmente esplodere ogni barriera tra i generi cinematografici. In smetto quando voglio troviamo molta commedia, ma anche azione, romanticismo e una non tanto velata denuncia al sistema. 
Smetto quando voglio è una saga ma davvero sui generis, non ha una sequenzialità lineare, i tre episodi si incastrano tra di loro a formare un unicum narrativo molto compatto.
L'elemento più forte del film è la sceneggiatura, troviamo dei dialoghi brillanti, a volte addirittura esilaranti e anche un po' nerd che funzionano anche nelle scene più d'azione.
La fotografia è un po' il marchio di fabbrica della saga, talmente irreale da sembrare un trip allucinatorio.
Il cast è spettacolare come sempre; ogni personaggio è ben definito, complesso, ognuno ha la sua storia e ognuno un suo ruolo ben preciso nelle dinamiche della banda. I due cattivi, Lo Cascio e Marcorè, sono la perfetta nemesi della banda, cattivissimi e misteriosi da veri villains cinematografici.
 Farei una menzione speciale all'Alberto di Stefano Fresi; in tre film ha sintetizzato e dis-sintetizzato droghe, creato esplosivi, disinnescato bombe chimiche, cantato, ed è persino diventato un cartone animato e soprattutto mi ha ha fatto morire dalle risate... meglio di James Bond.

La banda dei ricercatori ci lascia ed è un po' come perdere di vista dei buoni amici, ma è giusto così... 

mercoledì 29 novembre 2017

Ho cercato il mio Spadino…Intervista a Giacomo Ferrara

Giacomo Ferrara è l’interprete di Alberto Anacleti/Spadino, lo “zingaro” di Suburra. Se Spadino è già un personaggio cult per il suo pubblico, che sta attendendo la seconda stagione, Giacomo “guarda in alto”. In questa intervista ci racconta qualcosa su Spadino, Angelo di Il permesso e anche del suo ultimo progetto, Guarda in alto, opera prima di Fulvio Risuleo.



Iniziamo da Suburra, come nasce e come ri-nasce Spadino? Nel senso, come hai lavorato al personaggio prima per il film e poi per la serie? Da un personaggio che ha un quarto d'ora di storia nel film a dieci puntate della serie, è un bel lavoro...

Per me è stato come affrontare due personaggi diversi. Li ho anche affrontati in maniera molto diversa, perché lo Spadino del film non ha molto da raccontare. Non c'era qualcosa che potesse richiamare un background, non c'era molto spazio per l'immaginazione. Quindi ho lavorato semplicemente su quello che dettavano le scene, sul lavoro di cui mi aveva parlato Stefano Sollima già in fase di provino, che avevamo creato insieme e lo abbiamo poi riportato sul set.
Invece per il lavoro del personaggio per la serie c'era molto più materiale, più sfumature. Lì c'è stato un lavoro più intenso, più complesso perché era molto quello che andavamo a raccontare.
Come nasce? Nasce come un personaggio già forte, ha una cultura molto caratterizzante e questo comporta che il mondo sinti, che è in generale molto teatrale, influisca sulle movenze del corpo; ci sono gesti molto teatrali, c'è la spacconeria e c'è anche la maschera con il sorriso ironico che porta spesso e che è solo di facciata. Poi sotto sono andato a ricercare tutto il dramma che vive il personaggio, è in una posizione di rinnegazione. Di conseguenza, il perché della maschera lo si intuisce dal suo dramma.

Sempre parlando del rapporto tra il film e la serie, come hai fatto a lavorare “a ritroso” sul personaggio? C'è qualcosa del primo Spadino in quello della serie?

Certo. Ritrovi la sfrontatezza, il suo ghigno, il suo non stare alle regole di nessuno, sempre il posto nel mondo che hanno entrambi, questo sì. In realtà non ho pensato molto ad andare a ritroso. Sono andato a vedere queste linee, che già c'erano, per andare poi a creare un personaggio diverso. Non sono stato molto a chiedermi quanto tempo prima o cosa fosse realmente successo, è stata piuttosto la sceneggiatura a darmi lo spunto per creare.

Per creare Spadino ti sei ispirato a qualche interpretazione in particolare? Ti faccio un esempio molto azzardato: più o meno nel periodo in cui è uscito Suburra è uscito anche Lo chiamavano Jeeg Robot, e lì c'è Luca Marinelli che interpreta Lo Zingaro ed ora è un po' lo “zingaro” per eccellenza...

No, anzi, il lavoro di Luca Marinelli è meraviglioso ma diverso dal mio. Non mi sono ispirato a nessuno, se dovessi pensare a qualcosa, ma molto in generale direi un Joker, ma alla fine non lo è; del Joker vediamo solo la parte malvagia e non c'è tutta la parte che si racconta di Spadino e del suo dramma. Potremmo pensare ad un Jesse Pinkman di Breaking Bad, ma nemmeno tanto. Non ci pensavo troppo. Non mi sono ispirato, ho cercato il mio di Spadino. Poi mi hanno accomunato a diversi personaggi bellissimi e ne sono felice; significa che ho fatto un buon lavoro. Non ho pensato a chi o cosa prendere spunto per il tutto.

Hai un po' paura di rimanere “incastrato” in Spadino?

Questo non so, lo dirà il futuro. Non ci penso. Penso a fare del mio meglio in ogni ruolo che mi verrà proposto. Chiaramente Spadino è un personaggio molto forte che rimarrà nell'immaginario di tutti, ha una grande presa; però, sinceramente, non ci penso più di tanto.

Parliamo di Il Permesso; Angelo è, un po' come Spadino, un ragazzo “cattivo”, però è un personaggio diverso. Vediamo il riscatto di Angelo e non il suo passato. È anche un personaggio molto diverso dagli altri; gli altri cercano vendetta, il tuo no, è come se cercasse altro.

In realtà Angelo non è un cattivo ragazzo, è in carcere perché ha fatto una “cazzata”, una rapina a mano armata. Più che altro ha delle cattive frequentazioni, non ha punti di riferimento e si ritrova con persone che lo portano sulla cattiva strada. In carcere capisce che può fare tanto ed esce con
l'idea di riabbracciare la propria famiglia e non per un motivo come gli altri, chi per vendetta, chi per scappare o per salvare il figlio, esce per buona condotta. Nel corso del film esce un po' la storia del personaggio; ha capito che ha fatto un errore che non vuole commettere più, ma d'altro canto gli amici cercano di riportarlo sulla cattiva strada, si ritrova combattuto a scegliere tra la propria famiglia e cosa è giusto fare. È un personaggio diverso da Spadino. Per quanto Spadino non stia bene all'interno della sua famiglia ha scelto di avere una vita criminale, Angelo no, ci si è ritrovato dentro. Ha preso parte ad una rapina ad un benzinaio, è stato preso ed è giusto che sia in carcere, non è però quella la vita che vuole per sé.

Il tuo ultimo film, Guarda in alto, è tutto un altro mondo rispetto a Suburra e Il permesso.

Guarda in alto è un film di un genere tutto suo. È un'avventura che nasce da questo personaggio, Teco, che fa il fornaio e magari si aspettava di più dalla vita, gli manca qualcosa, sente che si è “svegliato troppo tardi”, c'è, di conseguenza, un momento iniziale di depressione. La storia parte con un episodio di un gabbiano che cade fuori al forno dove lavora; Teco si trova lì per fumarsi una sigaretta, vede questo gabbiano e decide istintivamente di andare a vedere cosa è successo e parte alla volta di questa avventura che alla fine lo riporterà a sognare.

Per concludere vorrei farti una domanda un po' scomoda ma che, purtroppo, nasce spontanea. Pensi che una fiction come Suburra possa in qualche modo anticipare la realtà? se pensiamo agli ultimi fatti di cronaca a Roma.


Penso invece che la realtà superi la finzione, lo stiamo vedendo ore e si è sempre visto. Lo scopo di fiction come Suburra è quello di intrattenere e non di fare una sorta di documentario di denuncia su Roma anche perché prende spunto dal libro di De Cataldo. Si è scoperto che erano fatti reali solo in corso d'opera. Quando è scoppiato il caso di Mafia Capitale si stava girando il film di Stefano Sollima, ma non è una cosa voluta. Suburra è “una Roma” ma non vuole essere assolutamente una denuncia o un documentario. Poi non possiamo farci niente... Non c'è neppure l'intento di miticizzare dei personaggi. Se pensiamo ai giorni nostri, ci sono tante cose che sono già viste e già successe e che comunque non c'entrano molto con la serie. Non penso neppure che sia un fatto di emulazione, magari si può emulare un look ma non quello che sono le azioni dei personaggi. Non penso che una serie, che sia Suburra, Gomorra o Romanzo Criminale, possa portare qualcuno a fare del male, il male è sempre esistito e sempre ci sarà a prescindere. Non è per colpa nostra se ci sarà il crimine nel mondo.


Una scena da Guarda in alto di Fulvio Risuleo.
Fonte: repubblica.it

lunedì 23 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek - Allacciate le cinture (2014)

Sono stata molto indecisa sul quarto e ultimo film da trattare per questa rassegna, alla fine ho scelto Allacciate le cinture anche se, secondo me, non è il film più riuscito di Ozpetek. In Allacciate le cinture lo spettatore si perde nel tessuto temporale della storia e lo fa anche il regista. Probabilmente la sensazione di smarrimento è voluta anche in relazione al tema che tratta, l’amore, l’amore quello che nasce senza alcuna ragione effettiva, l’amore che c’è e non puoi fare nulla per spiegarlo. Ho scelto di parlarne appunto per questo, perché parla del sentimento amoroso nel modo più diretto e semplice possibile.


Elena (Kasia Smutniak) è forse la ragazza perfetta, bella, brava, sensibile, ha degli amici, Fabio (Filippo Scicchitano) e Silvia (Carolina Crescentini) che le vogliono bene, una madre (Carla Signoris) e una zia un po’ svalvolata (Elena Sofia Ricci), un lavoretto in un bar e un bel fidanzato, Giorgio (Francesco Scianna).
Quando Elena conosce Antonio (Francesco Arca), il fidanzato di Silvia, rude omofobo e razzista, qualcosa cambia in lei. I due si innamorano inspiegabilmente; c’è qualcosa tra di loro che nessuno capisce, forse neppure loro.
La storia riprende 13 anni dopo, Elena e Fabio hanno aperto un locale tutto loro, Il Benzinaio, e lei è sposata con Antonio. Tutto sembra andare bene – Antonio non è diventato un uomo migliore, anzi – quando Elena scopre di essere malata; la malattia della donna porterà a galla il sentimento che la lega a quel marito che pare non meritarla.
Il finale, molto enigmatico come sempre nei film di Ozpetek, ci riporta al passato.
Un film che vuole dirci molte cose, forse troppe, tanto da perdersene per strada. Ci sono momenti davvero toccanti, altri un po’ buttati lì. Personaggi che tornano e altri che restano dimenticati.
Come in molti film di Ozpetek, i personaggi femminili sono quelli più forti, oltre Elena troviamo molte donne. Oltre alla madre e alla zia, troviamo Egle (Paola Minaccioni), malata terminale che divide la stanza di ospedale con Elena, una creatura stralunata e un po’ sui generis, una donna che ha una voglia di vivere tale da essere commovente. Anche Maricla (Luisa Ranieri), l’amante di Antonio, è un bel personaggio; donna esuberante e diretta, alla gelosia per lo stesso uomo preferisce la solidarietà femminile verso Elena.
In questo film gli uomini non ci fanno una gran figura, Antonio è tutto ciò che una donna non vorrebbe al suo fianco, un gran brutto carattere che ci si chiede in continuazione come faccia Elena ad averlo come marito, Giorgio, il primo fidanzato, è un uomo senza personalità, bello, ricco e intelligente ma un po’ ingenuo. Si salva solo Fabio, l’amico gay, che pare essere l’unico al livello delle donne del film.
Se la struttura del racconto è labile, il punto di forza del film sono senza dubbio i monologhi. Sono dei momenti in cui la narrazione si interrompe per dare enfasi all’interiorità dei personaggi. È forse la voglia di esternare i sentimenti che ha portato il regista a creare una struttura della narrazione abbastanza incerta.

Ogni volta che vedo questo film sono combattuta, perché da un lato non capisco come mai Elena scelga Antonio, però d’altro canto penso che non scegliamo razionalmente chi amare, e più la nostra “coscienza” ci dice che è sbagliato più noi continuiamo ad amare. 

venerdì 20 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek - Saturno contro (2007)

Se Mine vaganti è fondamentalmente una commedia, Saturno contro è forse uno dei film più drammatici di Ferzan Ozpetek. In Saturno contro il regista prova ad affrontare il tema della perdita di una persona cara; dico prova perché penso che nei suoi film lasci il momento della morte un po’ irrisolto, come se volesse mitigare il dolore dello spettatore e in qualche modo anche suo.


Sebbene Saturno contro sia un film corale, l’ideale protagonista del film è Lorenzo (Luca Argentero), pubblicitario omosessuale che vive con il suo fidanzato Davide (Pierfrancesco Favino). Una sera, mentre è a cena con il suo gruppo di amici, ha un malore e cade in coma. Le vite del gruppo di amici si intrecciano nella sala d’aspetto del reparto di rianimazione dove giace Lorenzo.

C’è Antonio (Stefano Accorsi), sposato con Angelica (Margherita Buy) che ha un’amante, Laura (Isabella Ferrari), ma non vuole mandare a monte il proprio matrimonio. C’è Giorgia (Ambra Angiolini) che riesce a cedere ad ogni cosa, oroscopi compresi, che si ritrova ad intessere un’amicizia con l’anziana infermiera di Lorenzo (Milena Vukotic), donna invece molto rigida e ligia alle regole. Ci sono Neval (Serra Ylmaz) e Roberto (Filippo Timi) una strana coppia tanto sensibile lui quanto sarcastica lei. Ci sono poi Sergio (Ennio Fantastichini) e Roberto (Michelangelo Tommaso), rispettivamente il più anziano e il più giovane del gruppo, ovvero colui che sa tutto e colui che non sa nulla degli altri. C’è infine Davide che deve fare i conti con i genitori di Lorenzo, che sembrano non capire che una vita assieme prescinda dal legame matrimoniale tra uomo e donna.

La narrazione delle vicende è fatta in modo tale che quando è vivo Lorenzo, uomo taciturno, ci sia un monologo interiore, mentre quando è in coma è come se guardi tutto dall’alto.  Anche senza di lui, i suoi amici si chiedono costantemente “cosa mi direbbe Lorenzo?”.

Per questo film Ozpetek sceglie una fotografia molto fredda, i toni del bianco, blu e grigio che si vanno ad opporre a quelli caldi usati solo per Lorenzo (che indossa una camicia rossa).

Il punto di forza di questo film è il cast. Ozpetek è riuscito a far lavorare assieme attori e attrici molto diversi tra loro. Ritroviamo la coppia Buy e Accorsi a qualche anno di distanza da Le fate ignoranti, insieme a Serra Ylmaz, attrice e amica forse più cara al regista. Ci sono attori già famosi come Pierfrancesco Favino e attrici quasi esordienti come Ambra Angiolini. La vera rivelazione di Saturno contro è probabilmente Luca Argentero. Un ruolo, quello di Lorenzo, abbastanza difficile per un attore quasi alle prime armi, e anche fuori parte per lui che è considerato uno dei sex symbol del cinema italiano, ma portato sullo schermo in modo impeccabile.


Cosa apprezzo di Saturno contro è la delicatezza con cui il regista ci pone di fronte ad un contesto fortemente drammatico e il finale (o quasi) che è tanto surreale quanto commovente. 

venerdì 13 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek - Mine Vaganti (2010)

Uno dei temi ricorrenti della cinematografia di Ferzan Ozpetek è la famiglia intesa in senso non solo tradizionale. Nei film di Ozpetek la famiglia è il gruppo di persone unite da un affetto profondo e non solo da legami di sangue.
Mine Vaganti, del 2010, parla proprio di questo, della dinamiche che reggono una famiglia, quella dei Cantone.


Vincenzo Cantone (Ennio Fantastichini) è il proprietario di un pastificio vicino Lecce e il capo di una grande famiglia patriarcale, madre, moglie, sorella e tre figli. Tutto va come deve andare, non sia mai si dovesse finire sparlati. In realtà in famiglia tutti (o quasi) hanno dei segreti da nascondere.
Il figlio minore, Tommaso (Riccardo Scamarcio), torna in città da Roma dove studia Economia e commercio (o almeno così pensa il padre); ha deciso di rivelare qualcosa di molto importante alla propria famiglia: è gay e non ha mai studiato economia, è laureato in lettere e vuole fare lo scrittore.
Si confida con suo fratello Antonio (Alessandro Preziosi) che sembra turbato dalla notizia, anche perché la famiglia sta per entrare in affari con i Brunetti e Tommaso vuol parlare a tutti proprio durante la cena con loro.
Proprio quando Tommaso sta per rivelare il suo segreto Antonio prende la parola e fa outing, è omosessuale, ha avuto una storia con un dipendente del pastificio che è stato costretto ad allontanare per paura delle malelingue.
La rivelazione di Antonio scatena le ire del padre che ha un infarto. L’infarto del capo famiglia scatena in realtà qualcosa di inaspettato in tutta la famiglia, come un prurito sotto un cerotto che tutti vogliono levarsi. Intanto arrivano da gli amici di Tommaso da Roma, compreso Marco, il suo fidanzato.

Mine vaganti parla, oltre che del momento del coming out in famiglia, di cosa sia davvero una famiglia. I Cantone sembrano la famiglia modello ma ognuno di loro ha un segreto dentro che li allontana dagli altri. Nessuno di loro apre il proprio cuore per paura di “essere sparlati” dal resto della città. È chiaro questo sentimento di paura nelle scene per la strade di Lecce, i membri della famiglia Cantone girano per strada e vediamo le altre persone per strada che li guardano e sogghignano… “che brutta cosa la calunnia” conclude Stefania (Lunetta Savino).
Chi libera la famiglia da tutti i preconcetti è la mina vagante, la nonna (Ilaria Occhini), con una morte molto pittoresca e “dolce” abbandona i suoi cari e li costringe a guardarsi dentro.

Il finale, molto surreale, fa incontrare presente e passato; vediamo infatti la festa di matrimonio della nonna da giovane (Carolina Crescentini), in cui ballano tutti i suoi familiari ed amici del presente.

Scamarcio mi piace in questo film, ha una leggerezza che non mostra solitamente (mi fa molti ridere quando canta 50Mila di Nina Zilli davanti allo specchio); molto pesante è invece il ruolo di Preziosi che tinge la commedia di una leggera sfumatura drammatica. In realtà le vere protagoniste del film sono le donne della famiglia Cantone, nonna in testa.


Mine vaganti è un film che mi fa ridere ogni volta ma che mi fa anche commuovere, parla non solo del momento del coming out, ma soprattutto della famiglia, del calore che dà l’affetto dei propri familiari. La scelta della location di Lecce, una città del sud ricca di calore è perfetta.

mercoledì 11 ottobre 2017

Ammore e malavita, la Napoli che canta!


Cosa succede quando West Side Story incontra Gomorra e Un posto al sole incontra 007? Qualcosa di esplosivo come Ammore e Malavita, il musical dei Manetti Bros. Il film, in concorso alla 74 esima Mostra del Cinema di Venezia, ci porta in una Napoli che suona canta, balla e spara.

Don Vincenzo Strozzalone detto “O Re do Pesc” (Carlo Buccirosso) è morto, o almeno così pare. Il boss, dopo l’ennesima sparatoria a cui è scampato, decide di sparire e Donna Maria (Claudia Gerini), appassionata di cinema, gli suggerisce di fare come in 007 si vive solo due volte, fingersi morto e scappare insieme a lei lontano da Napoli.
L’infermiera Fatima (Serena Rossi) vede per caso Don Vincenzo vivo e vegeto in ospedale; la donna deve sparire e il boss invia i suoi sicari, le tigri Rosario (Raiz) e Ciro (Giampaolo Morelli) a cercarla per ucciderla. Ciro la trova ma Fatima è il suo primo ed unico amore. Ciro nasconde Fatima e inizia una lotta all’ultimo sangue contro tutto il clan degli Strozzalone.

La trama di Ammore e malavita sembra un crossover tra le serie tv ambientate a Napoli più amate, Un posto al sole (siamo a 4848 puntate) e Gomorra.

Con Gomorra tutto il mondo ha conosciuto il lato meno folkloristico e più oscuro di Napoli, la Camorra; Ammore e Malavita è anche la sua parodia ben studiata. Ciro Langella non può che ricordarci Ciro Di Marzio detto L’immortale (Marco D’Amore) di Gomorra; il sicario che si ribella al proprio boss e a chiunque si piazzi sul suo cammino.
Più legata al mondo di Un posto al sole è Fatima, la ragazza è ancora innamorata del suo Ciro e non si farà certo mettere i piedi in testa dalle logiche della criminalità organizzata.
La coppia di boss formata da Buccirosso e Gerini è l’esatta controparte dei Savastano; al silenzio che regna tra don Antonio e donna Imma fanno il verso le ciarle degli Strozzalone, tanto comici loro quanto drammatici gli altri.

Se Gomorra è citato esplicitamente, tante altre sono le citazioni cinematografiche inserite con maestria dai registi. C'è molto del musical, della sceneggiata napoletana, dei gangster movies americani, e anche un omaggio a C’era una volta in America. Il lavoro citazionistico dei due registi non è mai a caso e mai ridondante, le citazioni sono inserite nella trama di una sceneggiatura di per sé ben formata.

Le musiche scritte da Pivio & De Scalzi, anche con la collaborazione dei registi uniscono brani di repertorio come Skyfall di Adele e What a Feeling da Flashdance a brani scritti per il film. Il panorama musicale dei numeri cantati richiama un po’ tutto il mondo del cinema musical da West Side Story o Hair fino al mondo della sceneggiata napoletana e della musica partenopea. Non a caso nel cast figurano anche molti cantanti come Raiz, Franco Ricciardi e Ivan Granatino.

Contando che l’Italia non è nota per i suoi film musicali (i musicarelli con Rita Pavone e Gianni Morandi), Ammore e malavita può essere considerato come una nuova partenza per questo genere


P.S. Gianpaolo Morelli subito in un film di James Bond!

martedì 3 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek, Le fate ignoranti (2001)

Non c'è nulla di più familiare di una cena tra amici, passarsi il cibo, ridere chiacchierare, ricordare... Per me i film di Ferzan Ozpetek sono così: familiari.
È come se ogni volta il regista ci invitasse a casa sua per raccontarci qualcosa di intimo e personale, qualcosa da dire solo agli amici. Non a caso nei suoi film ci sono sempre scene di cene tra amici.
Ho scelto quattro film della sua filmografia che penso rappresentino altrettanti temi a lui cari.
Il primo è...

Le fate ignoranti (2001)




Ricordo ancora la prima volta che visto il manifesto di Le fate ignoranti, è un quadro, mi colpì molto per i suoi colori, così come fanno i suoi film.
Proprio da quel quadro inizia l'intreccio di Le fate ignoranti.
Antonia (Margherita Buy), medico specializzato nella cura dell'AIDS, perde il marito Massimo a causa di un incidente.
Mettendo in ordine tra gli averi di Massimo trova un quadro con una dedica di una probabile amante. La donna si mette alla ricerca di questa presunta amante, una certa signorina Mariani. Le sue ricerche la portano a casa dell'amante del marito, Michele (Stefano Accorsi).
Massimo era gay, e soprattutto aveva un'intera esistenza da cui lei “che mangiava dal suo stesso piatto” era esclusa. Casa di Michele è infatti il ritrovo di un gruppo di amici tutti appartenenti alla comunità LGBT e tutti con storie differenti.
Antonia si ritrova a scoprire, e con lei lo fa lo spettatore, molte delle dinamiche e delle questioni legate all'omosessualità. Lei, una donna molto razionale e fredda, entra a contatto con il calore di una famiglia non di sangue ma non per questo non unita; a casa di Michele regna un'intimità che, col senno di poi, lei non ha mai avuto con il marito.
Non per ultimo conoscerà Ernesto (Gabriel Garko), malato terminale di AIDS, che le racconterà la propria storia.
Tra Antonia e Michele nasce un rapporto ambiguo, forse per la diffidenza tra i due (Michele è sempre rimasto nell'ombra), forse per la riluttanza iniziale di lei ad accettare non tanto l'omosessualità del marito quanto il fatto che le nascondesse un segreto tanto grande.
Con il tempo i due stringono un'amicizia molto forte, quasi un'attrazione, che li porterà a riflettere su cosa vogliono dalla propria vita.
Le fate ignoranti arriva quattro anni dopo Hamam, Bagno Turco, film d'esordio del regista e che affronta anche il tema dell'omosessualità, ma qui vi è un'impronta diversa.
Ozpetek vuole raccontarci la quotidianità della comunità LGBT di cui lui stesso fa parte, vuole mostrare, ed era il 2001, come l'amore sia amore. Non importa se si ama qualcuno dello stesso sesso o opposto; nessuno si esime dai rapporti affettivi.
Nei titoli di coda vediamo il cast durante la manifestazione del Gay Pride a Roma.

All'inizio ho accennato al fatto che la locandina del film mi avesse molto colpita per i suoi colori. Amo i film di Ozpetek anche per questo, per il modo in cui usa la luce ed i colori; tutto è costruito per lanciarci il sentimento che domina il film o la scena in particolare. Ad esempio nelle scene dei pranzi tutto ha colori caldi e saturi, il rosso del sugo della pasta, la tovaglia colorata, i piatti ed i bicchieri tutti spaiati e diversi; si crea un caos ordinato che rende lo spettatore quasi uno dei commensali.

P.S. ho controllato, il quadro è stato dipinto da Ozpetek stesso ai tempi del liceo.