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giovedì 22 febbraio 2018

Everything sucks! Il ritorno dei '90

Everything sucks! Serie tv per adolescenti targata Netflix, uscita il 16 febbraio è composta da 10 episodi da 25 minuti.


L’ho divorata in meno di 24 ore, erano mesi che la stavo aspettando ed essendo composta da episodi molto brevi, mi ha aiutato.

Ambientata nel 1996 nella cittadina di Boring segue la vita di alcuni liceali, divisi in due club quello di teatro e quelli dell’audiovisivo. Inizialmente i due gruppi s’ignorano, poi non si sopportano e alla fine uniscono le loro forze per creare un “prodotto”.

Si potrebbe dire che i protagonisti sono sei, con membri dei club secondari. Luke O’Neil (Jahi Di'Allo Winston), frequenta il primo anno di liceo, insieme ai suoi inseparabili amici Tyler(Quinn Liebling) e McQuaid (Rio Mangini),  s’iscrivono al club dell’audiovisivo, il che consiste nel seguire le riprese del telegiornale scolastico. Luke incontra Kate Messner (Peyton Kennedy) e se ne innamora perdutamente, la ragazza è la figlia del preside e gli amici lo mettono in guardia: se iniziasse a frequentarla per loro le cose potrebbero mettersi male, diventando facili bersagli.

Ma questo problema è secondario. Il club del teatro è frequentato dai fichi della scuola (ma non lo erano i giocatori di football e le cheerleader?) Emaline (Sydney Sweeney) e il fidanzato Oliver (Elijah Stevenson). Luke e Kate iniziano a frequentarsi, lui tenta di baciarla, ma lei fa scattare l’allarme antincendio allagando tutto il teatro della scuola. A questo punto il club di teatro non potrà più andare in scena e inizieranno a perseguitare Luke, per essere la causa di questa tragedia. Alla fine i due club uniranno le loro forze per girare un film ed accontentare così tutti.

La serie è carina, non entusiasmante, probabilmente gli episodi sono troppo corti e i due club fanno amicizia troppo presto, manca un vero antagonista, il disturbatore della serie. Kate Messner sembra una versione omosessuale di Joy Potter di Dowson’s Creek, in realtà questo telefilm lo ricorda molto, solo che a differenza dell’originale in questo non usano paroloni o concetti filosofici degni di Schopenhauer.

Sembra un grandissimo videoclip musicale in stile anni ’90 e questo aspetto mi è piaciuto un sacco, anche se è ambientato in quegli anni nel contenuto e nel linguaggio non li rispecchia per nulla, la sessualità non veniva affrontata in maniera così esplicita e i ragazzini non rispondevano mai in maniera maleducata ai genitori o agli adulti in generale. La recitazione di alcuni è un po’ sopra le righe, stile Kiss me Licia con Cristina D’Avena, che per i protagonisti di teatro, un po’ può starci, ma svilupparla per 10 episodi diventa un po’ stancante. La serie si conclude con alcuni punti interrogativi, che probabilmente verranno risolti nella seconda stagione, quasi sicuramente la guarderò, ma non la sto aspettando con ansia, non è una di quelle serie che termina e ti viene da dire “Cavoli (o qualche altra parolaccia) quanto devo aspettare adesso???”. 

lunedì 22 gennaio 2018

MANHUNT: UNABOMBER, come chiudere in bellezza il 2017



Ted Kaczynski è un folle. Un pericoloso serial killer a cui l’FBI da incessantemente la caccia. L’unica prova sulla quale basare le loro ricerche è il manifesto scritto interamente da lui dove argomenta il suo pensiero sul mondo che lo circonda. Ma può un manifesto bastare per incastrare un uomo?

La serie è stata creata da Andrew Sodroski, Jim Clemente e Tony Gittelson; Tra i produttori troviamo anche Kevin Spacey. Ad interpretare l’agente dell’FBI Jim Fitzgerald vi è Sam Worthington (Avatar, Scontro fra Titani, Hacksaw Ridge etc…), mentre il killer Ted Kaczynski lo interpreta Paul Bettany (A Beautiful Mind, la saga di Iron Man, Avengers etc…). La serie è disponibile sul canale streaming Netflix, composta da otto episodi. Nota più importante? È tratto interamente da una storia vera!


Manhunt: Unabomber, senza ombra di dubbio, è la serie migliore che ho visto del 2017. Difficile parlare di protagonisti e antagonisti perché nonostante il poliziotto rivesta la parte del buono, non è di lui che ci parla la storia, dunque, diventa il nostro antagonista. Chi è allora il protagonista? Il killer, la persona più temuta del momento, colui che ha rovinato la vita di centinaia di persone, colui che, nonostante tutto, lotta per una causa in cui crede ciecamente. Il poliziotto, compreso tutto l’FBI, non sono altro che i suoi avversari. Tutto ruota intorno la sua figura affascinante e misteriosa, intorno il suo modo di pensare nei confronti del mondo, della vita e delle persone. Sin dall’inizio, tramite stacchi temporali, diamo un volto al nostro killer e sopratutto sappiamo che è già stato catturato; Ma non è quello il punto. A noi interessa sapere come e perché, chi sia realmente quest’uomo inafferrabile che ha terrorizzato tutta l’America semplicemente alzandosi la mattina e spedendo un pacco postale. Un gesto compiuto da migliaia di persone ogni giorno.
La serie è scritta egregiamente, non perde mai di vista il focus principale e non si smarrisce in inutili sotto trame. I personaggi sono ben delineati dall’inizio alla fine: Non troverete persone che di punto in bianco fanno cose a caso perché qualche sceneggiatore incapace lo ha snaturato. Lati negativi ne abbiamo? Si, in particolare la scelta di aver sorvolato su alcuni elementi davvero importanti che vengono solo accennati ma che a mio avviso andavano assolutamente mostrati. Ci sono dei pezzi che potevano essere benissimo accorciati o sostituiti con altro, tant’è che quando ho finito di vederlo ci sono rimasto male perché non mi sono state mostrate alcune scene che aspettavo con ansia.

Consigliato? Ma ci mancherebbe! È una serie TV che dovete assolutamente vedere! (Ripeto: È su Netflix) Un perfetto esempio di come scrivere una storia ad oc senza snaturarla o riempiendola di fan service e luoghi comuni.
Sapete una cosa? In fondo, una parte di Ted Kaczynski vive in ognuno di noi. Quello che ci contraddistingue è solo il modo di agire.

mercoledì 10 gennaio 2018

The end of the f***ing world - nuova serie Netflix da non perdere

 
Se cercate una serie veloce e piacevole da guardare, dissacrante e originale, con puntate da 20 minuti l'una The end of the f***ing world fa al caso vostro.
La serie britannica firmata Netflix segue le pazze vicende di James (Alex Lawther, già visto in una puntata di Black Mirror) e Alyssa (Jessica Barden), due diciassettenni a dir poco problematici. Il primo è "abbastanza sicuro" di essere uno psicopatico, non prova emozioni, risponde per lo più con "si" o "no", Alyssa è in lotta con la madre e il patrigno, desiderosi di vivere la loro vita tranquilli con i loro gemellini perfetti, senza il peso di una ragazzina a dir poco ribelle.
Dal loro incontro atipico e casuale nella mensa della scuola nasce un road movie esplosivo che porterà i due a combinare qualche piccolo (e un grosso) guaio durante la loro mirabolante fuga dalle rispettive famiglie.
La forza della serie sta nel sottolineare la grande differenza fra le azioni dei ragazzi e ciò che passa loro per la testa: le voci fuori campo delle loro riflessioni mostrano insicurezza, umanità e maturità; aspetti neanche lontanamente immaginabili dagli adulti che osservano i loro comportamenti.
La mirabolante fuga, come ogni viaggio che si rispetti, porta a profondi cambiamenti nell'animo dei ragazzi, facendoli scontrare con le immagini del proprio passato e sviluppando la consapevolezza del rapporto con l'altro (da notare come nelle prime puntate i due non riescano nemmeno a guardarsi negli occhi).
Non me la sento di dirvi di più, meglio lasciarvi al piacere della visione. La serie è ideale per un bel bingewatching.



mercoledì 29 novembre 2017

Ho cercato il mio Spadino…Intervista a Giacomo Ferrara

Giacomo Ferrara è l’interprete di Alberto Anacleti/Spadino, lo “zingaro” di Suburra. Se Spadino è già un personaggio cult per il suo pubblico, che sta attendendo la seconda stagione, Giacomo “guarda in alto”. In questa intervista ci racconta qualcosa su Spadino, Angelo di Il permesso e anche del suo ultimo progetto, Guarda in alto, opera prima di Fulvio Risuleo.



Iniziamo da Suburra, come nasce e come ri-nasce Spadino? Nel senso, come hai lavorato al personaggio prima per il film e poi per la serie? Da un personaggio che ha un quarto d'ora di storia nel film a dieci puntate della serie, è un bel lavoro...

Per me è stato come affrontare due personaggi diversi. Li ho anche affrontati in maniera molto diversa, perché lo Spadino del film non ha molto da raccontare. Non c'era qualcosa che potesse richiamare un background, non c'era molto spazio per l'immaginazione. Quindi ho lavorato semplicemente su quello che dettavano le scene, sul lavoro di cui mi aveva parlato Stefano Sollima già in fase di provino, che avevamo creato insieme e lo abbiamo poi riportato sul set.
Invece per il lavoro del personaggio per la serie c'era molto più materiale, più sfumature. Lì c'è stato un lavoro più intenso, più complesso perché era molto quello che andavamo a raccontare.
Come nasce? Nasce come un personaggio già forte, ha una cultura molto caratterizzante e questo comporta che il mondo sinti, che è in generale molto teatrale, influisca sulle movenze del corpo; ci sono gesti molto teatrali, c'è la spacconeria e c'è anche la maschera con il sorriso ironico che porta spesso e che è solo di facciata. Poi sotto sono andato a ricercare tutto il dramma che vive il personaggio, è in una posizione di rinnegazione. Di conseguenza, il perché della maschera lo si intuisce dal suo dramma.

Sempre parlando del rapporto tra il film e la serie, come hai fatto a lavorare “a ritroso” sul personaggio? C'è qualcosa del primo Spadino in quello della serie?

Certo. Ritrovi la sfrontatezza, il suo ghigno, il suo non stare alle regole di nessuno, sempre il posto nel mondo che hanno entrambi, questo sì. In realtà non ho pensato molto ad andare a ritroso. Sono andato a vedere queste linee, che già c'erano, per andare poi a creare un personaggio diverso. Non sono stato molto a chiedermi quanto tempo prima o cosa fosse realmente successo, è stata piuttosto la sceneggiatura a darmi lo spunto per creare.

Per creare Spadino ti sei ispirato a qualche interpretazione in particolare? Ti faccio un esempio molto azzardato: più o meno nel periodo in cui è uscito Suburra è uscito anche Lo chiamavano Jeeg Robot, e lì c'è Luca Marinelli che interpreta Lo Zingaro ed ora è un po' lo “zingaro” per eccellenza...

No, anzi, il lavoro di Luca Marinelli è meraviglioso ma diverso dal mio. Non mi sono ispirato a nessuno, se dovessi pensare a qualcosa, ma molto in generale direi un Joker, ma alla fine non lo è; del Joker vediamo solo la parte malvagia e non c'è tutta la parte che si racconta di Spadino e del suo dramma. Potremmo pensare ad un Jesse Pinkman di Breaking Bad, ma nemmeno tanto. Non ci pensavo troppo. Non mi sono ispirato, ho cercato il mio di Spadino. Poi mi hanno accomunato a diversi personaggi bellissimi e ne sono felice; significa che ho fatto un buon lavoro. Non ho pensato a chi o cosa prendere spunto per il tutto.

Hai un po' paura di rimanere “incastrato” in Spadino?

Questo non so, lo dirà il futuro. Non ci penso. Penso a fare del mio meglio in ogni ruolo che mi verrà proposto. Chiaramente Spadino è un personaggio molto forte che rimarrà nell'immaginario di tutti, ha una grande presa; però, sinceramente, non ci penso più di tanto.

Parliamo di Il Permesso; Angelo è, un po' come Spadino, un ragazzo “cattivo”, però è un personaggio diverso. Vediamo il riscatto di Angelo e non il suo passato. È anche un personaggio molto diverso dagli altri; gli altri cercano vendetta, il tuo no, è come se cercasse altro.

In realtà Angelo non è un cattivo ragazzo, è in carcere perché ha fatto una “cazzata”, una rapina a mano armata. Più che altro ha delle cattive frequentazioni, non ha punti di riferimento e si ritrova con persone che lo portano sulla cattiva strada. In carcere capisce che può fare tanto ed esce con
l'idea di riabbracciare la propria famiglia e non per un motivo come gli altri, chi per vendetta, chi per scappare o per salvare il figlio, esce per buona condotta. Nel corso del film esce un po' la storia del personaggio; ha capito che ha fatto un errore che non vuole commettere più, ma d'altro canto gli amici cercano di riportarlo sulla cattiva strada, si ritrova combattuto a scegliere tra la propria famiglia e cosa è giusto fare. È un personaggio diverso da Spadino. Per quanto Spadino non stia bene all'interno della sua famiglia ha scelto di avere una vita criminale, Angelo no, ci si è ritrovato dentro. Ha preso parte ad una rapina ad un benzinaio, è stato preso ed è giusto che sia in carcere, non è però quella la vita che vuole per sé.

Il tuo ultimo film, Guarda in alto, è tutto un altro mondo rispetto a Suburra e Il permesso.

Guarda in alto è un film di un genere tutto suo. È un'avventura che nasce da questo personaggio, Teco, che fa il fornaio e magari si aspettava di più dalla vita, gli manca qualcosa, sente che si è “svegliato troppo tardi”, c'è, di conseguenza, un momento iniziale di depressione. La storia parte con un episodio di un gabbiano che cade fuori al forno dove lavora; Teco si trova lì per fumarsi una sigaretta, vede questo gabbiano e decide istintivamente di andare a vedere cosa è successo e parte alla volta di questa avventura che alla fine lo riporterà a sognare.

Per concludere vorrei farti una domanda un po' scomoda ma che, purtroppo, nasce spontanea. Pensi che una fiction come Suburra possa in qualche modo anticipare la realtà? se pensiamo agli ultimi fatti di cronaca a Roma.


Penso invece che la realtà superi la finzione, lo stiamo vedendo ore e si è sempre visto. Lo scopo di fiction come Suburra è quello di intrattenere e non di fare una sorta di documentario di denuncia su Roma anche perché prende spunto dal libro di De Cataldo. Si è scoperto che erano fatti reali solo in corso d'opera. Quando è scoppiato il caso di Mafia Capitale si stava girando il film di Stefano Sollima, ma non è una cosa voluta. Suburra è “una Roma” ma non vuole essere assolutamente una denuncia o un documentario. Poi non possiamo farci niente... Non c'è neppure l'intento di miticizzare dei personaggi. Se pensiamo ai giorni nostri, ci sono tante cose che sono già viste e già successe e che comunque non c'entrano molto con la serie. Non penso neppure che sia un fatto di emulazione, magari si può emulare un look ma non quello che sono le azioni dei personaggi. Non penso che una serie, che sia Suburra, Gomorra o Romanzo Criminale, possa portare qualcuno a fare del male, il male è sempre esistito e sempre ci sarà a prescindere. Non è per colpa nostra se ci sarà il crimine nel mondo.


Una scena da Guarda in alto di Fulvio Risuleo.
Fonte: repubblica.it

mercoledì 13 settembre 2017

13 buoni motivi per vedere (oppure no) “Tredici”


Questa è la prima recensione a quattro mani delle FilmLovers!

Avete mai sentito parlare di Tredici? Se ci state leggendo, probabilmente sì. Tredici è una serie televisiva prodotta da Netflix, tratta dal libro omonimo di Jay Asher. La serie racconta (più o meno) questo: Hannah Baker (Katherine Langofrd) si suicida e lascia alle persone che l’hanno portata a questo disperato gesto, delle musicassette dove elenca i 13 motivi che l'hanno spinta a fare il grande salto. L'altro protagonista è Clay (Dylan Minnette), colui che per 13 puntate ascolterà le cassette. È il suo turno!
Dopo aver discusso tanto, abbiamo deciso di fare il “verso” alla serie. Non eravamo del tutto convinte, non sempre tutto è bianco o nero. Inizialmente eravamo schierate così: Francesca “non mi piacerà mai, ne parlano troppo!”, Laura: “Non è male, mi è piaciuta!”. Così ci siamo confrontate per più di una settimana e alla fine abbiamo individuato punti deboli e punti forti. Siamo entrambe d'accordo che, nonostante tutto la serie fa discutere!


Francesca e Laura P.

COSA CI PIACE

  1. È perfetto per il bingewatching (in un weekend in cui non sai che fare lo vedi tutto)
  2. Lancia un messaggio forte al pubblico degli adolescenti di oggi. Il bullismo, non va sottovalutato. Tutte le nostre azioni, anche se per noi non hanno peso, hanno delle conseguenze.
  3. Formalmente è fatto molto bene. Non è la solita serie con le luci smarmellate e il montaggio alternato.
  4.  L'ossessionante presenza dell'oggetto "musicassetta".
  5. Le cassette; abbiamo perso la bellezza del registrare noi la musica che ci piace. Spotify lo fa per noi, Hanna scopre che può lasciare il suo segno manualmente (se avesse fatto delle Instagram stories non sarebbe stato così interessante)
  6. La sigla, il disegno dell'audiocassetta che si trasforma in bici è troppo carino
  7.  Hannah Baker, adoro!
  8. Clay è un bel personaggio. È complesso, è umano. Probabilmente è l’escluso del gruppo che viene rivalutato (è un po’ il messaggio della serie)
  9.  Bè direi la cicatrice di Clay, la nostra grande bussola
  10.  Il fatto che Clay porti i segni dell’animo distrutto. Più le cassette si fanno intense e la situazione di Hannah (secondo lei) arriva ad un punto di non ritorno, fisicamente Clay porta questi segni di cedimento: non si lava, botte ovunque, non dorme. Lei sempre impeccabile fino all'ultimo minuto.
  11. Tony, Tony sa tutto ma non dice nulla, è il deus ex machina della situazione, anche perché è l'unico che gira ancora con il lettore cassette nella macchina.
  12. Non ci sono personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi; sono tutti tasselli importanti nella vita di Hannah ma ognuno ha la sua parte di colpa.
  13. Il set del bar ha un'aria subito familiare e non è il solito bar americano stile anni 50 (ma in America hanno ancora i bar anni 50?
COSA NON CI PIACE

1.    Ci sono delle questioni che si potevano esplicare meglio (tipo il fatto che i genitori non si curano o si curano male dei figli) altre che non servono
2.    Sono situazioni irreali. Dalle pistole in casa, agli stupri, all’amica che ti pianta… Va bene in disagio giovanile ma fino a un certo punto
3.    Verso la fine si perde. Vogliono lasciare il finale aperto per la seconda stagione. Non ha senso una seconda stagione!!! Si chiama 13, hai fatto 13 episodi… di cosa parli dopo? Alcune cose sono belle perchè autoconclusive
4.    I ragazzi mi sembrano tutti dei maniaci sessuali (a parte Bryce che lo è) però allo stesso tempo regna tra di loro una pulsione omo non indifferente (almeno a me è sembrato così)
5.    Non lo paragonerei a Beverly Hills o Dowson’s Creek. Pur essendo una serie con degli adolescenti ha un altro mood.
6.    Basta con ste atmosfere cupe e inquietanti stile Twilight.
7.     Troppi personaggi, troppi, poche puntate e 1000 volti, ad un certo punto non ricordi neppure il nome del protagonista.
8.     Ed è per questo motivo che arriviamo all'ottavo motivo; essendo troppi i personaggi non riesci ad instaurare un rapporto con loro, non li "ami", non riesci ad aspettarli.
9.     Manca l'ironia, il divertimento, viene lasciato poco spazio alle battute. Tutto molto dark (Ragazzi, anche nella saga di Twilight qualche risata scappava).
10.  Non mi piace che il tossico di turno sia uno che: "Beve caffè". Scusate, ma in mezzo a tutta quella delinquenza, pistole, droga e alcool, passando per il bullismo e gli stupri, la codardia e l'omertà, voi vi focalizzate sul povero Clay che beve troppo caffè?
11.  Parolacce a Go-Go, non c'erano altri modi per far comunicare le persone? M'immagino lo sceneggiatore che dice: "è qui cosa potrebbe dire!??!?mmmhhh aspetta c**** t**** c*** ecc., ecc… E lo vorrebbero vietare nelle scuole per i temi trattati? Io affronterei i temi e controllerei il linguaggio piuttosto.
12.  Salti temporali troppo poco chiari. Sei nei corridoi della scuola, un secondo dopo sei nei corridoi della scuola e sono passati 2 anni. meno male che c'era la cicatrice di Clay a dirci "ehy, siamo nel presente!!!! Hannah è già morta!!!"
13.  La morte di Hannah. Sarebbe dovuta essere l'apice della serie invece è solo un momento crudo fine a se stesso (io ho chiuso gli occhi)

venerdì 10 marzo 2017

The Crown - Una serie originale Netflix



Realizzata da Peter Morgan per Netflix, si tratta di una serie incentrata sulla vita della Regina Elisabetta II.
La prima stagione è stata pubblicata il 4 novembre 2016 sulla piattaforma Netflix, in tutti i paesi, e si compone di 10 puntate da circa un'ora l'una.
La sigla lascia presagire l'atmosfera: vediamo un corona che a poco a poco prende forma accompagnata da un'inconfondibile composizione di Hans Zimmer, le forme cesellate acquistano le sembianze di una gabbia dorata, il tutto immerso in un'oscura nebbia.
In queste prime puntate assistiamo alle vicende dei maggiori componenti della casa reale, partendo dal matrimonio fra Elisabetta e Filippo Mountbatten, descrivendo le conseguenze dell'ascesa al trono sul loro rapporto. La sceneggiatura ha il pregio di trovare un buon equilibrio e non avvicinarsi troppo ad Elisabetta: alcuni aspetti del suo carattere rimangono celati e rimane sempre qualcosa di non detto. Intuiamo il peso della responsabilità e quella malinconia che ad un certo punto la protagonista non potrà più esprimere a parole.