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giovedì 22 febbraio 2018

Everything sucks! Il ritorno dei '90

Everything sucks! Serie tv per adolescenti targata Netflix, uscita il 16 febbraio è composta da 10 episodi da 25 minuti.


L’ho divorata in meno di 24 ore, erano mesi che la stavo aspettando ed essendo composta da episodi molto brevi, mi ha aiutato.

Ambientata nel 1996 nella cittadina di Boring segue la vita di alcuni liceali, divisi in due club quello di teatro e quelli dell’audiovisivo. Inizialmente i due gruppi s’ignorano, poi non si sopportano e alla fine uniscono le loro forze per creare un “prodotto”.

Si potrebbe dire che i protagonisti sono sei, con membri dei club secondari. Luke O’Neil (Jahi Di'Allo Winston), frequenta il primo anno di liceo, insieme ai suoi inseparabili amici Tyler(Quinn Liebling) e McQuaid (Rio Mangini),  s’iscrivono al club dell’audiovisivo, il che consiste nel seguire le riprese del telegiornale scolastico. Luke incontra Kate Messner (Peyton Kennedy) e se ne innamora perdutamente, la ragazza è la figlia del preside e gli amici lo mettono in guardia: se iniziasse a frequentarla per loro le cose potrebbero mettersi male, diventando facili bersagli.

Ma questo problema è secondario. Il club del teatro è frequentato dai fichi della scuola (ma non lo erano i giocatori di football e le cheerleader?) Emaline (Sydney Sweeney) e il fidanzato Oliver (Elijah Stevenson). Luke e Kate iniziano a frequentarsi, lui tenta di baciarla, ma lei fa scattare l’allarme antincendio allagando tutto il teatro della scuola. A questo punto il club di teatro non potrà più andare in scena e inizieranno a perseguitare Luke, per essere la causa di questa tragedia. Alla fine i due club uniranno le loro forze per girare un film ed accontentare così tutti.

La serie è carina, non entusiasmante, probabilmente gli episodi sono troppo corti e i due club fanno amicizia troppo presto, manca un vero antagonista, il disturbatore della serie. Kate Messner sembra una versione omosessuale di Joy Potter di Dowson’s Creek, in realtà questo telefilm lo ricorda molto, solo che a differenza dell’originale in questo non usano paroloni o concetti filosofici degni di Schopenhauer.

Sembra un grandissimo videoclip musicale in stile anni ’90 e questo aspetto mi è piaciuto un sacco, anche se è ambientato in quegli anni nel contenuto e nel linguaggio non li rispecchia per nulla, la sessualità non veniva affrontata in maniera così esplicita e i ragazzini non rispondevano mai in maniera maleducata ai genitori o agli adulti in generale. La recitazione di alcuni è un po’ sopra le righe, stile Kiss me Licia con Cristina D’Avena, che per i protagonisti di teatro, un po’ può starci, ma svilupparla per 10 episodi diventa un po’ stancante. La serie si conclude con alcuni punti interrogativi, che probabilmente verranno risolti nella seconda stagione, quasi sicuramente la guarderò, ma non la sto aspettando con ansia, non è una di quelle serie che termina e ti viene da dire “Cavoli (o qualche altra parolaccia) quanto devo aspettare adesso???”. 

lunedì 22 gennaio 2018

MANHUNT: UNABOMBER, come chiudere in bellezza il 2017



Ted Kaczynski è un folle. Un pericoloso serial killer a cui l’FBI da incessantemente la caccia. L’unica prova sulla quale basare le loro ricerche è il manifesto scritto interamente da lui dove argomenta il suo pensiero sul mondo che lo circonda. Ma può un manifesto bastare per incastrare un uomo?

La serie è stata creata da Andrew Sodroski, Jim Clemente e Tony Gittelson; Tra i produttori troviamo anche Kevin Spacey. Ad interpretare l’agente dell’FBI Jim Fitzgerald vi è Sam Worthington (Avatar, Scontro fra Titani, Hacksaw Ridge etc…), mentre il killer Ted Kaczynski lo interpreta Paul Bettany (A Beautiful Mind, la saga di Iron Man, Avengers etc…). La serie è disponibile sul canale streaming Netflix, composta da otto episodi. Nota più importante? È tratto interamente da una storia vera!


Manhunt: Unabomber, senza ombra di dubbio, è la serie migliore che ho visto del 2017. Difficile parlare di protagonisti e antagonisti perché nonostante il poliziotto rivesta la parte del buono, non è di lui che ci parla la storia, dunque, diventa il nostro antagonista. Chi è allora il protagonista? Il killer, la persona più temuta del momento, colui che ha rovinato la vita di centinaia di persone, colui che, nonostante tutto, lotta per una causa in cui crede ciecamente. Il poliziotto, compreso tutto l’FBI, non sono altro che i suoi avversari. Tutto ruota intorno la sua figura affascinante e misteriosa, intorno il suo modo di pensare nei confronti del mondo, della vita e delle persone. Sin dall’inizio, tramite stacchi temporali, diamo un volto al nostro killer e sopratutto sappiamo che è già stato catturato; Ma non è quello il punto. A noi interessa sapere come e perché, chi sia realmente quest’uomo inafferrabile che ha terrorizzato tutta l’America semplicemente alzandosi la mattina e spedendo un pacco postale. Un gesto compiuto da migliaia di persone ogni giorno.
La serie è scritta egregiamente, non perde mai di vista il focus principale e non si smarrisce in inutili sotto trame. I personaggi sono ben delineati dall’inizio alla fine: Non troverete persone che di punto in bianco fanno cose a caso perché qualche sceneggiatore incapace lo ha snaturato. Lati negativi ne abbiamo? Si, in particolare la scelta di aver sorvolato su alcuni elementi davvero importanti che vengono solo accennati ma che a mio avviso andavano assolutamente mostrati. Ci sono dei pezzi che potevano essere benissimo accorciati o sostituiti con altro, tant’è che quando ho finito di vederlo ci sono rimasto male perché non mi sono state mostrate alcune scene che aspettavo con ansia.

Consigliato? Ma ci mancherebbe! È una serie TV che dovete assolutamente vedere! (Ripeto: È su Netflix) Un perfetto esempio di come scrivere una storia ad oc senza snaturarla o riempiendola di fan service e luoghi comuni.
Sapete una cosa? In fondo, una parte di Ted Kaczynski vive in ognuno di noi. Quello che ci contraddistingue è solo il modo di agire.

sabato 20 gennaio 2018

Dieci motivi per amare American Crime Story, Il caso O. J. Simpson



Perry e Ceschina sono tornate! Dopo aver avuto grossi dubbi su 13 Reasons Why e aver demolito il remake di Dirty Dancing, hanno trovato una serie da amare: Il caso O. J. Simpson.

Se lo avete perso o se lo avete già visto tutto in tre giorni (come hanno fatto loro) e state fremendo per la nuova serie sul caso Versace, beccatevi questi 10 motivi per amarlo.



1. La scelta del caso giudiziario. Il caso O. J. Simpson è oggettivamente irrisolto. Permette di farci una nostra idea su come potrebbe essere andato l’omicidio. Inoltre tocca temi tuttora di grande interesse sociale, come la discriminazione razziale e la violenza domestica.

2. Non ci sono personaggi solo positivi o solo negativi, è una rappresentazione neutra degli avvenimenti del processo.

3. I movimenti di macchina sono un elemento forte della serie, ruotano, zoomano sugli attori, abbiamo soggettive e oggettive. Siamo gli occhi della giuria, dei giornalisti ma anche quella delle telecamere Tv… Chapeau!

4. I Kardashan. Se vi siete chiesti “ma perché i Kardashan sono così famosi?” con Il caso O.J Simpson lo scoprirete! Anzi, saprete anche come erano prima di diventare i più snob del mondo.

5. Gli anni '90. Dopo il grande ritorno degli '80 con Stranger Things, si torna anche negli anni '90, in cui tutte amavamo Dylan anche se aveva messo le corna a Brenda… Se avete la nostalgia degli ultimi momenti di gloria delle spalline e delle cravatte dalle fantasie sgargianti le ritroverete nelle aule di tribunale di questa serie.

6. Rimanendo in tema del vintage, riscopriamo gli anni in cui non esistevano i social. I fatti dei vip (e soprattutto dei Kardashan) li dovevi andare a cercare dal giornalaio, o in Tv.

7. Il grande ritorno di David Schwimmer, l’indimenticato Ross di Friends. Lo vediamo nei panni del buon Rob Kardashan, ma pensiamo sempre a lui e Rachel al central perks. Il suo personaggio è forse la vera vittima di tutta la serie.

8. C’è anche il ritorno di John Travolta, ci era mancato… non balla e non canta però; interpreta l’avvocato dei vip e passa gran parte della serie a litigare con i suoi colleghi.

9. Cuba Gooding Jr. ci regala una bellissima interpretazione del protagonista, l’ex giocatore di Football O. J. Simpson.

10. Menzione speciale per la produzione che comprende Ryan Murphy, il creatore di Glee, e anche John Travolta.

mercoledì 10 gennaio 2018

The end of the f***ing world - nuova serie Netflix da non perdere

 
Se cercate una serie veloce e piacevole da guardare, dissacrante e originale, con puntate da 20 minuti l'una The end of the f***ing world fa al caso vostro.
La serie britannica firmata Netflix segue le pazze vicende di James (Alex Lawther, già visto in una puntata di Black Mirror) e Alyssa (Jessica Barden), due diciassettenni a dir poco problematici. Il primo è "abbastanza sicuro" di essere uno psicopatico, non prova emozioni, risponde per lo più con "si" o "no", Alyssa è in lotta con la madre e il patrigno, desiderosi di vivere la loro vita tranquilli con i loro gemellini perfetti, senza il peso di una ragazzina a dir poco ribelle.
Dal loro incontro atipico e casuale nella mensa della scuola nasce un road movie esplosivo che porterà i due a combinare qualche piccolo (e un grosso) guaio durante la loro mirabolante fuga dalle rispettive famiglie.
La forza della serie sta nel sottolineare la grande differenza fra le azioni dei ragazzi e ciò che passa loro per la testa: le voci fuori campo delle loro riflessioni mostrano insicurezza, umanità e maturità; aspetti neanche lontanamente immaginabili dagli adulti che osservano i loro comportamenti.
La mirabolante fuga, come ogni viaggio che si rispetti, porta a profondi cambiamenti nell'animo dei ragazzi, facendoli scontrare con le immagini del proprio passato e sviluppando la consapevolezza del rapporto con l'altro (da notare come nelle prime puntate i due non riescano nemmeno a guardarsi negli occhi).
Non me la sento di dirvi di più, meglio lasciarvi al piacere della visione. La serie è ideale per un bel bingewatching.



venerdì 29 dicembre 2017

Speechless e Atypical: quando la diversità, non è diversa!

L’inverno avanza, da qualche anno ormai, inverno è sinonimo di serie tv o serie web, visto che sto per parlarvi di un telefilm prodotto pensate un po’ da chi??? Netflix ovviamente. Da quando non abito più con i miei, seguo meno le serie di Fox- Sky e molto di più tutto quello che è reperibile via internet. La serie Atypical ha debuttato nell’agosto 2017 e io l’ho guardata quasi una settimana dopo l’uscita. Ho fatto tutti i compiti delle vacanze, calcolando che ne ho guardate 3, non avevi nulla da fare? Si, avevo da fare, ma il mio lavoro faceva il riposino pomeridiano, quindi avevo un piccolo buco da coprire, ogni giorno. 


Ho letto dell’esistenza di Atypical su un gruppo Facebook di fans (vorrei usare fanatici, ma ho paura che possa suonare male) di 13 Reasons Why. La storia è atipica, proprio come il suo protagonista e il nome della serie. Poco prima di avventurarmi in Atypical, ho seguito (a casa dei miei, continuo a registrarmi delle serie) Speechlees. Avrei voluto inizialmente fare un articolo su entrambe, ma poi ho deciso di non farlo. 
Specchless è una serie molto divertente, è una commedia che racconta le vicende della famiglia DiMeo, il nucleo familiare è composto da: Madre (Minnie Driver), Padre (John Ross Bowie, già visto in Big Bang Theory), tre figli (Mason Cook, Micah Fowler, Kyla Kenedy) e un sesto componente esterno, Kenneth (Cedric Yarbrough), l’assistente/ voce di J.J. La serie ricorda molto Quasi Amici, l’assistente del ragazzo è un attore Afroamericano, e come potrete intuire dal parallelismo J.J. non è completamente autonomo, perché affetto da una paralisi celebrale infantile, sedia a rotelle e tavoletta alfabetica per comunicare con gli altri.  
Ci sono molti punti di contatto tra le due serie e una fra tutte solo le due sorelle. Dylan (Speechlees) e Casey (Brigette Lundy-Paine, Atypical) forti, atletiche, sportive, per certi aspetti anche mascoline, trattano i fratelli, bè come fossero dei fratelli. Come dovrebbero trattarli? Ci sono già le madri ad essere iperprotettive.  
Il protagonista di Atypical è Sam (Keir Gilchrist) è un adolescente affetto da autismo e vuole essere in tutti i modi un “tipico adolescente” e innamorarsi. Chi conosce un minimo la sindrome (ne esistono diversi aspetti e nessuno e uguale ad un altro, proprio come tutti noi, ogni persona è unica e uguale solo a sé stessa) sa quanto possa essere difficile esprimere e capire i sentimenti di chi ne è affetto.  Ma Sam vuole avere una fidanzata ed innamorarsi. Frequenta con una certa regolarità Julia (Amy Okuda), una giovane terapeuta, che lo spinge all’auto comprensione e lo stimola ad affrontare la vita. 
L’altra presenza maschile della famiglia è il papà di Sam (Michael Rapaport), un uomo in difficoltà a gestire la situazione. Tra i due è molto faticoso comunicare e capirsi. Almeno all’inizio. Come già accennavo nell’articolo su Fino all’osso, anche qui la questione viene affrontata con onesta ironia (strano a dirsi, visto che Sam non capisce l’ironia) un altro aspetto dell’adolescenza, spesso, per non dire sempre lasciato in disparte. Per me è un po’complicato scrivere di questa serie, ho paura che il mio pensiero possa essere mal interpretato. Quindi parto subito con il dire che ho adorato Sam, tutte le otto puntate e quasi tutti i personaggi. Tranne Elsa (Jennifer Jason Leigh), la madre di Sam. Lei mi ha messo proprio un nervoso addosso, non sono riuscita proprio a provare empatia per lei. Non è una cattiva mamma, anzi, proprio il contrario, si fa in quattro per i suoi figli. La contesto come moglie.   
La serie è un po’ Diario di una nerd super star e Faking It- Più che amiche, ironica, a volte un po’ cinica e divertente. Mi è piaciuto molto la volontà di portare lo spettatore dentro Sam, soprattutto quando nei momenti di confusione e smarrimento del ragazzo in qualche modo visivamente viene rappresentato come si sente, le luci diventano confuse, tutto si muove in maniera vorticosa e i suoni diventano poco definiti e alterati. Per otto episodi riesci sentire Sam, a viverlo, riesci ad entrare in sintonia con il suo mondo, con la sua vita, con le difficoltà ampliate di un giovane ragazzo, che vuole in tutti i modi vivere la sua età, indagare i sentimenti aiutato da uno strampalato amico, Zahid (Nik Dodani), troppo simpatico, nella sua convinzione di essere un fico (e credetemi, non lo è per niente, almeno per la sottoscritta).  Ora aspetto con ansia la seconda stagione, l’ultima puntata ha lasciato troppe questioni aperte e sono molto curiosa di proseguirla.  


sabato 16 dicembre 2017

Un Natale da FilmLovers - L'apprendista di Babbo Natale e il fiocco di neve magico



Se Babbo Natale un bel giorno decidesse di andare in pensione e lasciare il suo incarico ad un ragazzino, secondo voi, cosa accadrebbe?
Una magica avventura condurrà il giovane Nicolas a diventare il nuovo Babbo Natale, intraprendendo un viaggio interiore di crescita straordinario, pieno di nuove responsabilità e pericoli.


Film di animazione francese che vede alla regia Luc Vinciguerra, mentre alla sceneggiatura Alexandre Reverend e David Freedman. Questa pellicola ha origine da una serie televisiva del 2006, successivamente divenuta un film nel 2010 (L’apprendista di Babbo Natale) di cui hanno poi realizzato un sequel nel 2013, ovvero L’apprendista di Babbo Natale e il fiocco di neve magico. Seppure si tratta di un sequel, il film può essere visto tranquillamente senza dover recuperare gli altri. Ah, tra l’altro, è al momento disponibile su Netflix!

Che dire... Fantastico. Da troppo tempo non guardavo un film sul Natale che fosse così piacevole, dico davvero. Lo stile grafico è fenomenale! L’effetto pastello trasmette una sensazione di calore, familiarità e pace che, unito al tratto morbido del disegno e ad una narrazione agile e semplice, crea una sequenza di immagini così naturale da far tornare bambino anche lo spettatore più anziano.
Il lavoro fatto dagli sceneggiatori è stato grandioso: Sono riusciti a mischiare la giusta dose di malinconia con un umorismo semplice ed efficace, che fa sorridere tutti genuinamente e gratuitamente. Nonostante sia uscito nel 2013, poco tempo fa, L’apprendista di Babbo Natale e il fiocco di neve magico esprime una velata denuncia verso le nuove generazioni di bambini che non desiderano più veri giocattoli, ma, purtroppo, cellulari di ultima generazione e videogiochi. Gli autori hanno adoperato la coraggiosa scelta di realizzare un film moderno senza il bisogno di inserire gli elementi sopra citati, tanto che, durante la visione, per la loro assenza quasi te ne dimentichi anche tu; Appunto, torni bambino, riscoprendo il piacere di divertirsi con poco e di voler bene alle persone che hai accanto.

lunedì 11 dicembre 2017

Netflix: To the bone (Fino all'osso).

To The Bone (Fino all’osso) è un film scritto e diretto da Marti Noxon, con Lily Collins e Keanu Reeves. Prodotto Netflix; e a proposito vi dirò che mi piace il coraggio di Netflix, affronta tematiche, che molto spesso vengo lasciate solo ai generi drammatici, dove o piangi oppure non arrivi mai alla riflessione.
In questo film si parla di anoressia e, di altre malattie alimentari, o come li chiama il dottore Beckam (Reeves) “Problemi” alimentari.
 Ma passiamo alla trama, il film inizia con Ellen (Collins) ricoverata in un ospedale, o centro di recupero, dall’aspetto ospedaliero, è arrabbiata e verbalmente aggressiva. Fino all’osso non inizia raccontando come si entra nella malattia, come si affronta e come si guarisce. No, racconta come si cerca di reagire. Dal film passa, giustamente, che non esiste un reale motivo per cui si entra nel problema.

 Tutto inizia quando Ellen è già ad uno stadio molto avanzato. Questo è il terzo tentativo di aiutare la ragazza, da parte dei familiari, che falliscono, di nuovo. Così la compagna del padre decide di fare un ultimo tentativo e portarla dal migliore, il Dottor Beckam il quale cerca di aiutare i ragazzi con metodi poco convenzionali, cercando di aggredire la “malattia”, dando stimoli ai ragazzi perché possano capire che bisogna reagire e vivere, che vale la pena vivere, anche per un solo motivo, facendoli vivere tra delle mura domestiche. Ellen entra così nella grande casa (la clinica Threshold), con lei ci sono altri 6 ospiti, 5 ragazze e Luke, un ballerino.
I motivi che hanno portato Ellen ad entrare nella spirale mortale? Sembrerebbero molti: l’assenza del padre (non lo vediamo mai nel film, troppo impegnato a lavorare o a non voler vedere la figlia morire), una madre che ha subito una depressione post parto, che stando alle parole di Susan, la compagna del padre, è “Lesbica e bipolare”, e infine Susan che ha un modo un po’ “povero” di prendersi cura di una ragazza troppo problematica, logorroica e spesso fuori luogo però a modo suo tenera. Prova in tutti i modi a salvare quella figlia che non ha scelto (ma i genitori scelgono i figli?).
Poi c’è un altro motivo, apparente, che però non vi dico, altrimenti leggete solo la recensione e non guardate più il film, che a mio avviso dovete vedere e che, dovete far vedere, soprattutto ai ragazzi.
Ultimamente abbiamo un po’ abbassato la guardia verso alcuni problemi, non dobbiamo farlo, ma essere continuamente allertati, non con l’ansia ovviamente, ma un bel modo per affrontare certe questioni è questo: la commedia, aprire il dibattito con il sorriso amaro. Dovrebbe essere visto nelle scuole, perché affronta la malattia con onestà, con schiettezza, senza tanti giri di parole arriva al nocciolo della questione: non ci sono aiuti efficaci, se tu non vuoi uscirne e non ti vuoi bene.
Sembra retorica, ma è la verità, l’individuo è al centro di tutto; Ellen per vivere deve diventare Ilay (capirete guardando), deve essere sé stessa, fuori dalle convenzioni familiari. Sono gli obblighi verso gli altri il vero motivo che spingono le persone al masochismo?

È la sorella di Ellen, Kelly, che ci conduce velatamente a questa lettura; secondo Kelly, Ellen vuole diventare brutta, un mostro, per spaventare le persone, per allontanarle, anzi, per rappresentare fisicamente quello che gli altri pensano di lei. Il giudizio altrui soffoca la fragile Ellen, solo quando imparerà a guardarsi con i propri occhi, riuscirà a trovare la forza di incamminarsi verso la strada della guarigione. 

mercoledì 29 novembre 2017

Ho cercato il mio Spadino…Intervista a Giacomo Ferrara

Giacomo Ferrara è l’interprete di Alberto Anacleti/Spadino, lo “zingaro” di Suburra. Se Spadino è già un personaggio cult per il suo pubblico, che sta attendendo la seconda stagione, Giacomo “guarda in alto”. In questa intervista ci racconta qualcosa su Spadino, Angelo di Il permesso e anche del suo ultimo progetto, Guarda in alto, opera prima di Fulvio Risuleo.



Iniziamo da Suburra, come nasce e come ri-nasce Spadino? Nel senso, come hai lavorato al personaggio prima per il film e poi per la serie? Da un personaggio che ha un quarto d'ora di storia nel film a dieci puntate della serie, è un bel lavoro...

Per me è stato come affrontare due personaggi diversi. Li ho anche affrontati in maniera molto diversa, perché lo Spadino del film non ha molto da raccontare. Non c'era qualcosa che potesse richiamare un background, non c'era molto spazio per l'immaginazione. Quindi ho lavorato semplicemente su quello che dettavano le scene, sul lavoro di cui mi aveva parlato Stefano Sollima già in fase di provino, che avevamo creato insieme e lo abbiamo poi riportato sul set.
Invece per il lavoro del personaggio per la serie c'era molto più materiale, più sfumature. Lì c'è stato un lavoro più intenso, più complesso perché era molto quello che andavamo a raccontare.
Come nasce? Nasce come un personaggio già forte, ha una cultura molto caratterizzante e questo comporta che il mondo sinti, che è in generale molto teatrale, influisca sulle movenze del corpo; ci sono gesti molto teatrali, c'è la spacconeria e c'è anche la maschera con il sorriso ironico che porta spesso e che è solo di facciata. Poi sotto sono andato a ricercare tutto il dramma che vive il personaggio, è in una posizione di rinnegazione. Di conseguenza, il perché della maschera lo si intuisce dal suo dramma.

Sempre parlando del rapporto tra il film e la serie, come hai fatto a lavorare “a ritroso” sul personaggio? C'è qualcosa del primo Spadino in quello della serie?

Certo. Ritrovi la sfrontatezza, il suo ghigno, il suo non stare alle regole di nessuno, sempre il posto nel mondo che hanno entrambi, questo sì. In realtà non ho pensato molto ad andare a ritroso. Sono andato a vedere queste linee, che già c'erano, per andare poi a creare un personaggio diverso. Non sono stato molto a chiedermi quanto tempo prima o cosa fosse realmente successo, è stata piuttosto la sceneggiatura a darmi lo spunto per creare.

Per creare Spadino ti sei ispirato a qualche interpretazione in particolare? Ti faccio un esempio molto azzardato: più o meno nel periodo in cui è uscito Suburra è uscito anche Lo chiamavano Jeeg Robot, e lì c'è Luca Marinelli che interpreta Lo Zingaro ed ora è un po' lo “zingaro” per eccellenza...

No, anzi, il lavoro di Luca Marinelli è meraviglioso ma diverso dal mio. Non mi sono ispirato a nessuno, se dovessi pensare a qualcosa, ma molto in generale direi un Joker, ma alla fine non lo è; del Joker vediamo solo la parte malvagia e non c'è tutta la parte che si racconta di Spadino e del suo dramma. Potremmo pensare ad un Jesse Pinkman di Breaking Bad, ma nemmeno tanto. Non ci pensavo troppo. Non mi sono ispirato, ho cercato il mio di Spadino. Poi mi hanno accomunato a diversi personaggi bellissimi e ne sono felice; significa che ho fatto un buon lavoro. Non ho pensato a chi o cosa prendere spunto per il tutto.

Hai un po' paura di rimanere “incastrato” in Spadino?

Questo non so, lo dirà il futuro. Non ci penso. Penso a fare del mio meglio in ogni ruolo che mi verrà proposto. Chiaramente Spadino è un personaggio molto forte che rimarrà nell'immaginario di tutti, ha una grande presa; però, sinceramente, non ci penso più di tanto.

Parliamo di Il Permesso; Angelo è, un po' come Spadino, un ragazzo “cattivo”, però è un personaggio diverso. Vediamo il riscatto di Angelo e non il suo passato. È anche un personaggio molto diverso dagli altri; gli altri cercano vendetta, il tuo no, è come se cercasse altro.

In realtà Angelo non è un cattivo ragazzo, è in carcere perché ha fatto una “cazzata”, una rapina a mano armata. Più che altro ha delle cattive frequentazioni, non ha punti di riferimento e si ritrova con persone che lo portano sulla cattiva strada. In carcere capisce che può fare tanto ed esce con
l'idea di riabbracciare la propria famiglia e non per un motivo come gli altri, chi per vendetta, chi per scappare o per salvare il figlio, esce per buona condotta. Nel corso del film esce un po' la storia del personaggio; ha capito che ha fatto un errore che non vuole commettere più, ma d'altro canto gli amici cercano di riportarlo sulla cattiva strada, si ritrova combattuto a scegliere tra la propria famiglia e cosa è giusto fare. È un personaggio diverso da Spadino. Per quanto Spadino non stia bene all'interno della sua famiglia ha scelto di avere una vita criminale, Angelo no, ci si è ritrovato dentro. Ha preso parte ad una rapina ad un benzinaio, è stato preso ed è giusto che sia in carcere, non è però quella la vita che vuole per sé.

Il tuo ultimo film, Guarda in alto, è tutto un altro mondo rispetto a Suburra e Il permesso.

Guarda in alto è un film di un genere tutto suo. È un'avventura che nasce da questo personaggio, Teco, che fa il fornaio e magari si aspettava di più dalla vita, gli manca qualcosa, sente che si è “svegliato troppo tardi”, c'è, di conseguenza, un momento iniziale di depressione. La storia parte con un episodio di un gabbiano che cade fuori al forno dove lavora; Teco si trova lì per fumarsi una sigaretta, vede questo gabbiano e decide istintivamente di andare a vedere cosa è successo e parte alla volta di questa avventura che alla fine lo riporterà a sognare.

Per concludere vorrei farti una domanda un po' scomoda ma che, purtroppo, nasce spontanea. Pensi che una fiction come Suburra possa in qualche modo anticipare la realtà? se pensiamo agli ultimi fatti di cronaca a Roma.


Penso invece che la realtà superi la finzione, lo stiamo vedendo ore e si è sempre visto. Lo scopo di fiction come Suburra è quello di intrattenere e non di fare una sorta di documentario di denuncia su Roma anche perché prende spunto dal libro di De Cataldo. Si è scoperto che erano fatti reali solo in corso d'opera. Quando è scoppiato il caso di Mafia Capitale si stava girando il film di Stefano Sollima, ma non è una cosa voluta. Suburra è “una Roma” ma non vuole essere assolutamente una denuncia o un documentario. Poi non possiamo farci niente... Non c'è neppure l'intento di miticizzare dei personaggi. Se pensiamo ai giorni nostri, ci sono tante cose che sono già viste e già successe e che comunque non c'entrano molto con la serie. Non penso neppure che sia un fatto di emulazione, magari si può emulare un look ma non quello che sono le azioni dei personaggi. Non penso che una serie, che sia Suburra, Gomorra o Romanzo Criminale, possa portare qualcuno a fare del male, il male è sempre esistito e sempre ci sarà a prescindere. Non è per colpa nostra se ci sarà il crimine nel mondo.


Una scena da Guarda in alto di Fulvio Risuleo.
Fonte: repubblica.it

giovedì 2 novembre 2017

PENNY DREADFUL – UN TERRIFICANTE TUFFO NELLA LONDRA VITTORIANA

Halloween è già passato ma è mio dovere consigliarvi qualcosa degno di nota che possa accompagnarvi in una piacevole e terrificante visione nei prossimi giorni. Il titolo in questione che oggi voglio presentarvi è Penny Dreadful, una serie TV di produzione britannica e statunitense interamente scritta e ideata da John Logan, composta da tre stagioni (conclusa) per un totale di ventisette episodi.

Avete presente quei personaggi iconici della letteratura horror come: Dr. Jekill e Mr. Hyde, Frankenstein, Dracula, Dorian Gray, licantropi, vampiri, streghe e altre creature oscure di ogni tipo? Bene, questa serie li prende tutti catapultandoli nella Londra vittoriana e intrecciando le loro trame; Ogni personaggio sarà di fondamentale importanza ricoprendo uno specifico ruolo all'interno della storia. Seppur abbiano mantenuto la loro caratterizzazione originale, alcuni sono stati leggermente rivisitati senza però essere snaturati da quello per cui li conosciamo.

Da sinisra: Sir Malcolm Murray, Dorian Gray, Vanessa Ives, Victor Frankenstein e Ethan Chandler

Come protagonisti principali invece abbiamo personaggi nuovi creati appositamente per sviluppare le loro trame intrecciandole con quelle dei sopra citati. Essi sono: Vanessa Ives (Eva Green), un’affascinante e misteriosa donna sensitiva, Sir Malcolm Murray (Timothy Dalton), un ferrato esploratore intento a ritrovare sua figlia, Ethan Chandler (Josh Hartnett), un abilissimo pistolero dalle origini enigmatiche e Victor Frankenstain (Harry Treadaway), l’unico personaggio già esistente che tutti (spero) conosciamo.

La storia inizia con la ricerca di Mina, figlia di Sir Malcolm Murray e grande amica di Vanessa Ives, rapita dai vampiri e imprigionata. Da qui in poi i nostri protagonisti si ritroveranno a dover lottare contro forze oscure più grandi di loro, combattere contro i propri demoni personali e sopratutto sopravvivere a tutte le minacce che tenteranno di farli fuori.


Penny Dreadful è una serie fruibile da qualsiasi tipo di pubblico in quanto non è indirizzata solamente a chi conosce le storie originali dei vari personaggi. Certo, se si conoscono già le opere letterarie vi è un pizzico di gusto in più nell’osservare come qui vengono trattate; Ma non temete, dopo aver visto la serie avrete sicuramente voglia di recuperare i libri originali e leggerveli tutti d’un fiato.

Su Netflix, la serie (ancora disponibile) è stata vietata ai minori di diciotto anni, difatti oltre a varie scene di sesso abbastanza esplicite, sangue e violenza, non mancano le possessioni demoniache rappresentate in modo abbastanza crudo.
Bimbi, via dal televisore!

mercoledì 13 settembre 2017

13 buoni motivi per vedere (oppure no) “Tredici”


Questa è la prima recensione a quattro mani delle FilmLovers!

Avete mai sentito parlare di Tredici? Se ci state leggendo, probabilmente sì. Tredici è una serie televisiva prodotta da Netflix, tratta dal libro omonimo di Jay Asher. La serie racconta (più o meno) questo: Hannah Baker (Katherine Langofrd) si suicida e lascia alle persone che l’hanno portata a questo disperato gesto, delle musicassette dove elenca i 13 motivi che l'hanno spinta a fare il grande salto. L'altro protagonista è Clay (Dylan Minnette), colui che per 13 puntate ascolterà le cassette. È il suo turno!
Dopo aver discusso tanto, abbiamo deciso di fare il “verso” alla serie. Non eravamo del tutto convinte, non sempre tutto è bianco o nero. Inizialmente eravamo schierate così: Francesca “non mi piacerà mai, ne parlano troppo!”, Laura: “Non è male, mi è piaciuta!”. Così ci siamo confrontate per più di una settimana e alla fine abbiamo individuato punti deboli e punti forti. Siamo entrambe d'accordo che, nonostante tutto la serie fa discutere!


Francesca e Laura P.

COSA CI PIACE

  1. È perfetto per il bingewatching (in un weekend in cui non sai che fare lo vedi tutto)
  2. Lancia un messaggio forte al pubblico degli adolescenti di oggi. Il bullismo, non va sottovalutato. Tutte le nostre azioni, anche se per noi non hanno peso, hanno delle conseguenze.
  3. Formalmente è fatto molto bene. Non è la solita serie con le luci smarmellate e il montaggio alternato.
  4.  L'ossessionante presenza dell'oggetto "musicassetta".
  5. Le cassette; abbiamo perso la bellezza del registrare noi la musica che ci piace. Spotify lo fa per noi, Hanna scopre che può lasciare il suo segno manualmente (se avesse fatto delle Instagram stories non sarebbe stato così interessante)
  6. La sigla, il disegno dell'audiocassetta che si trasforma in bici è troppo carino
  7.  Hannah Baker, adoro!
  8. Clay è un bel personaggio. È complesso, è umano. Probabilmente è l’escluso del gruppo che viene rivalutato (è un po’ il messaggio della serie)
  9.  Bè direi la cicatrice di Clay, la nostra grande bussola
  10.  Il fatto che Clay porti i segni dell’animo distrutto. Più le cassette si fanno intense e la situazione di Hannah (secondo lei) arriva ad un punto di non ritorno, fisicamente Clay porta questi segni di cedimento: non si lava, botte ovunque, non dorme. Lei sempre impeccabile fino all'ultimo minuto.
  11. Tony, Tony sa tutto ma non dice nulla, è il deus ex machina della situazione, anche perché è l'unico che gira ancora con il lettore cassette nella macchina.
  12. Non ci sono personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi; sono tutti tasselli importanti nella vita di Hannah ma ognuno ha la sua parte di colpa.
  13. Il set del bar ha un'aria subito familiare e non è il solito bar americano stile anni 50 (ma in America hanno ancora i bar anni 50?
COSA NON CI PIACE

1.    Ci sono delle questioni che si potevano esplicare meglio (tipo il fatto che i genitori non si curano o si curano male dei figli) altre che non servono
2.    Sono situazioni irreali. Dalle pistole in casa, agli stupri, all’amica che ti pianta… Va bene in disagio giovanile ma fino a un certo punto
3.    Verso la fine si perde. Vogliono lasciare il finale aperto per la seconda stagione. Non ha senso una seconda stagione!!! Si chiama 13, hai fatto 13 episodi… di cosa parli dopo? Alcune cose sono belle perchè autoconclusive
4.    I ragazzi mi sembrano tutti dei maniaci sessuali (a parte Bryce che lo è) però allo stesso tempo regna tra di loro una pulsione omo non indifferente (almeno a me è sembrato così)
5.    Non lo paragonerei a Beverly Hills o Dowson’s Creek. Pur essendo una serie con degli adolescenti ha un altro mood.
6.    Basta con ste atmosfere cupe e inquietanti stile Twilight.
7.     Troppi personaggi, troppi, poche puntate e 1000 volti, ad un certo punto non ricordi neppure il nome del protagonista.
8.     Ed è per questo motivo che arriviamo all'ottavo motivo; essendo troppi i personaggi non riesci ad instaurare un rapporto con loro, non li "ami", non riesci ad aspettarli.
9.     Manca l'ironia, il divertimento, viene lasciato poco spazio alle battute. Tutto molto dark (Ragazzi, anche nella saga di Twilight qualche risata scappava).
10.  Non mi piace che il tossico di turno sia uno che: "Beve caffè". Scusate, ma in mezzo a tutta quella delinquenza, pistole, droga e alcool, passando per il bullismo e gli stupri, la codardia e l'omertà, voi vi focalizzate sul povero Clay che beve troppo caffè?
11.  Parolacce a Go-Go, non c'erano altri modi per far comunicare le persone? M'immagino lo sceneggiatore che dice: "è qui cosa potrebbe dire!??!?mmmhhh aspetta c**** t**** c*** ecc., ecc… E lo vorrebbero vietare nelle scuole per i temi trattati? Io affronterei i temi e controllerei il linguaggio piuttosto.
12.  Salti temporali troppo poco chiari. Sei nei corridoi della scuola, un secondo dopo sei nei corridoi della scuola e sono passati 2 anni. meno male che c'era la cicatrice di Clay a dirci "ehy, siamo nel presente!!!! Hannah è già morta!!!"
13.  La morte di Hannah. Sarebbe dovuta essere l'apice della serie invece è solo un momento crudo fine a se stesso (io ho chiuso gli occhi)