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martedì 13 febbraio 2018

Carnevale, su la Maschera!

Per festeggiare Carnevale noi FilmLovers abbiamo deciso di "mascherarci", ovviamente a tema cinema! Come sempre ne avremo per tutti i gusti, Su la maschera!


Francesca Guarnieri consiglia, Marie Antoinette (Sofia Coppola, 2006)


Se dovessi vestirmi come un personaggio di un film per carnevale, prenderei due piccioni con una fava. Il mio “vestito” non è solo filmico, ma anche storico: Marie Antoniette, il film è di Sofia Coppola con Kirsten Dust nei panni della regina di Francia. Nella pellicola del 2006, si racconta la vita di corte di Maria, la sua vita a Versailles, il matrimonio con Luigi XVI, l’adulterio, la rivoluzione, il tutto condito con una spruzzatina di pop (neppure tanto –ina). Gli abiti sono stati disegnati da Milena Canonero.
Piccola curiosità Dall’undici febbraio fino alla fine di maggio, gli abiti originali del film saranno in mostra alla Sala Mostre Temporanee del Museo del Tessuto di Prato, Marie Antoniette. I costumi di una regina da Oscar
La mia scelta è più estetica, che storica, gli abiti del film sono spettacolari e mi piacerebbe avere un bustino che mi faccia un vitino da vespa, forse con le parrucche mi andrebbe peggio, ma in una scena del film la regina ha i capelli rosa, l’ho già provato e averlo è stato adorabile (mia madre non è della stessa opinione).
Non voglio dare altre informazioni, ma lasciarvi ammirare gli abiti del film con un collage. 


Stenia Grassetto consiglia, Via Col Vento (Victor Fleming, 1939)


Sin da bambina, una nota cinefila era presente nei miei festeggiamenti per il Carnevale ed era Via col Vento, cioè il mio travestimento era molto simile ai costumi usati da Rossella o meglio Scarlett (interpretata dalla meravigliosa Vivien Leigh) e Melania (Olivia De Havilland). Il destino vuole che questo film sia tra i più visti nella mia vita e sia il più visto della storia del cinema.
Da bambina non capivo Scarlet O’Hara continuava a correre dietro a Ashley (Leslei Howard) che non le ha mai dato speranza e respingeva il più fascinoso Rhett Butler (Clark Gable) chiaramente innamorato di lei; più avanti con il tempo l’ho capita.
Scarlet non è innamorata di una persona e per questo uno dei personaggi più autentici della storia del cinema, Scarlet è innamorata di un’idea, un’idea di un passato legato alla decadenza di un’aristocrazia terriera già “morta” che muore “fisicamente” nella guerra di Secessione americana (1861-1865); Rossella è la voglia di vivere e la capacità di sopravvivere a tutto perché infondo “Domani, è un altro giorno!


Giada Ravara consiglia, I Tenenebaum (Wes Enderson, 2001)


Nelle vesti di chi mi calerei per Carnevale? Il primo nome sulla mia lista è di certo Margot Tenenbaum.
È da sempre uno dei miei personaggi femminili preferiti: cinica, sofisticata e irrimediabilmente depressa.
Gwyneth Paltrow interpreta nel film di Wes Anderson “I Tenenbaum” la figlia adottiva di Royal e Etheline, geniale scrittrice prodigio che conduce una vita in costante fuga dalla noia che la tormenta, osservando una maniacale riservatezza.
Margot è impeccabile nella mise che ripropone in quasi tutto il film: caschetto con molletta rossa a fermare il ciuffo, trucco nero pesante sugli occhi, vestitino a righe Lacoste, pelliccia di visone, borsa Kelly di Hermes e mocassino marrone. Iconica con la sua sigaretta sempre accesa, perché diciamolo: fumare fa molto male, ma da un certo tono (SOPRATTUTTO NEI FILM). Le manca un dito, ma in Margot anche questa imperfezione non fa che aumentare l’allure di mistero che la circonda.
La sua vita sentimentale è costellata da turbolenti relazioni; un amore saffico parigino, bizzarri flirts e matrimoni segreti con personaggi eccentrici, fino all’ultimo marito, interpretato da Bill Murray, un maturo accademico che ovviamente stravede per lei. Nonostante le sue numerose avventure, Margot ha da tutta la vita un unico e straziato amore: il fratellastro Richie (Luke Wilson), che si strugge per lei fin da ragazzino.
Ecco, insomma vorrei anche io per un giorno sentirmi una figa assurda, fregandomene comunque beatamente di tutto e di tutti. Anche se in verità qualcosa in comune io e Margot l’abbiamo: il bagno è il nostro buen ritiro prediletto, in cui passare interminabili ore in vasca o rifarci lo smalto. Provare per credere.
Cosa le invidio di più? No, non il suo fascino e stile inconfondibile, troppo facile. Nemmeno il sapore malinconico che la contraddistingue. La cosa che vorrei tanto avere è il suo imperturbabile approccio alla vita, immune ai cambiamenti e alle avversità, che rende Margot Tenenbaum un personaggio atipico, superbamente eterno.

Laura Perrotti consiglia, Cenerentola (Kenneth Branagh, 2015)

Ebbene sì. sono una grande fan di Cenerentola fin dalla più tenera età.
Quando era una bambina mi sono vestita da Cenerentola per anni, e ogni anno aggiungevo qualcosa al vestito, il risultato finale è degno di quello del film. 
C'è qualcosa nel personaggio di Cenerentola che amo da sempre, forse perchè mentre fa le faccende di casa canta a squaciagola come se fosse la cosa più naturale del mondo (lo faccio anche io, ma non sono proprio spensierata), forse per il romantico ballo a palazzo o semplicemente perchè alla fine la sua bontà viene ripagata e da serva delle sue sorellastre (o come le chiamavo da bambina "sorellacce") sposa il principe e diventa regina. 
Ci sono molte versioni cinematografiche di questa fiaba, quella più famosa è il cartone della Disney del 1950; però io ho apprezzato molto anche la versione live action diretta da Branagh. 
In questo film i costumi sono una delle componenti più curate, sono fastosi e davvero "da fiaba". Diciamo che, dopo di me, Lily Collins è la Cenerentola più elegante di sempre.


lunedì 5 febbraio 2018

Tutto ciò che meritiamo di sapere, The Post

Se pensate che The Post sia l'ennesimo film storico di Steven Spielberg non è proprio così, The Post  racconta una storia molto più attuale di quanto si pensi.




Durante la guerra in Vietnam (1955-1975) alcuni giornalisti vennero inviati al fronte dal governo degli Stati Uniti. Le loro relazioni vennero prese e archiviate come top secret. Nel 1971, dopo sedici anni di conflitto non ancora terminato, la stampa americana venne in possesso di questi cosiddetti Pentagon Papers e li diffuse.
Il New York Times fu il primo a rendere pubblici stralci di questi documenti ma il presidente Nixon li bloccò con un'ingiunzione. Fu allora il Washington Post, un giornale al tempo molto meno noto, a proseguire questa campagna di informazione pubblica.
The Post parla appunto di come The Washington Post abbia trovato a diffuso queste informazioni, anche rischiando il fallimento.
Nell'epoca delle fake news, di Trump e i suoi Tweet e dei social network, Spielberg ci ricorda di come siamo arrivati fin qui.

The Post non è un film d'inchiesta come Tutti gli uomini del presidente (A. J. Pakula, 1976) e non ci mostra il potere che la stampa ha sull'opinione pubblica come Quarto Potere (O. Welles, 1941) ma è un film su cosa la stampa deve fare per i propri lettori. Il regista, infatti, tratta fatti del passato per avvertire, non solo gli americani, che la società ha il diritto di sapere e che la stampa deve diffondere con cognizione di causa le notizie. 

Il film è lo spaccato del giornalismo di una volta, quando le fonti non erano ovunque, quando le vecchie carte erano oro e macchine da scrivere e fotocopiatrici erano gli antenati di smartphone e tablet, e i giornalisti dovevano toccare con mano le fonti prima di scrivere.
La redazione del Washington Post si trova davanti al più grande dei quesiti: è lecito andare contro le direttive del presidente ma informare gli americani? Cosa succederà dopo?

La vicenda di The Post si sviluppa su due pilastri, il redattore Ben Bradlee (Tom Hanks) e Katherine Graham (Meryl Streep) la proprietaria del giornale. Graham è stata la prima donna a essere il capo di una testata e Bradlee sembra essere l'unico uomo che conta davvero su Katherine, l'unico suo dipendente che la rispetta come capo. Entrambi hanno qualcosa da perdere nell'andare contro il governo (entrambi erano stati amici dei Kennedy e dei Johnson), ma vanno avanti. Hanks e Streep ci danno le ennesime grandi interpretazioni di questi due personaggi realmente esistiti.  I due attori li rendono umani, non sono due archetipi, quello del giornalista d'inchiesta e della lady di ferro, pieni di emozioni e debolezze.

La regia di Spielberg è quella americana classica, con un chiaro rimando al già citato Quarto Potere - la macchina da presa bassa ad inquadrare i soffitti bassi della redazione del giornale ne sono un bell'esempio. Il regista ci regala, si spera, un bel cliffanger sullo scandalo Watergate, che sia tra i suoi progetti futuri?




Femminismo e libertà di stampa, di questo parla The Post, nulla di più attuale.







martedì 30 gennaio 2018

FilmLovers seriali, le serie cult del blog

Non si vive di solo cinema, motivo per cui esistono le serie TV!
Abbiamo deciso di rivelarvi le nostre serie del cuore, che siano vecchie, nuove, lunghe o brevi per noi FilmLovers sono dei veri cult!
Leggete e rivelateci la vostra serie cult!



Stenia Grassetto consiglia Firefly

Firefly è (probabilmente) la serie tv più cult di uno degli autori televisivi più cult, Joss Whedon; boicottata dai produttori, tanto da essere “chiusa” dopo 14 episodi, amata dai fan e dall’autore. Perchè è da vedere?
Perchè è un Neo Western cioè un ibrido tra western e fantascienza e i protagonisti sono degli space cowboy (il capitano/ex-militare, il conducente/pilota dell’astronave Firefly, la prostituta, il medico, il reverendo).
Perché il Capitano Malcom Reynolds ha un’etica profonda e appassionata; Nathan Fillion, l’interprete principale della serie e di Castle, ama il personaggio tanto da indossarne le vesti durante i party di Halloween nella serie omonima.
Perché l’attore protagonista e l’autore non hanno mai messo da parte l’idea di continuare la serie.
Perché l’attivismo dei fan ha permesso di realizzare il film Serenity, continuazione degli eventi della serie.
Perché la serie sta continuando come grafic novel.
Ecco perché è da recuperare.



Laura Perrotti consiglia Saranno Famosi

La mia serie cult è Saranno Famosi che è forse la prima serie tv che ho visto per intero (e anche diverse volte!).
Saranno Famosi racconta della vita degli studenti della New York School of Performing Arts, una scuola superiore dove oltre a letteratura e matematica si insegna anche music canto recitazione e danza, insomma, per chi mi conosce, è il mio ideale di paradiso (infatti da ragazzina volevo emigrare a New York per studiare lì e non frequentare il liceo).
Saranno famosi è un cult per la sua sigla, Fame!
Ho amato molto questa serie non solo per il lato da musical ma anche per il fatto che non puoi non amare i suoi personaggi, il più iconico è Leroy Johnson (Gene Anthony Ray), un ragazzo afroamericano tanto sfacciato quanto talentuoso, ma ci sono anche Bruno Martelli (Lee Curreri), Danny Amatullo (Carlo Imperato) e Doris Swartz (Valerie Landsburg). Sono dei gran bei personaggi anche molti dei professori, come Shorofsky (Albert Hague) e Lydia Grant, la prof di danza interpretata da Debbie Allen (ora Catherine Avery in Grey’s Anatomy). 
Se vi state chiedendo come mai una ragazzina nata negli anni Novanta abbia come serie cult un telefilm degli anni Ottanta basta guardare la sigla!



Sonia Madini consiglia Mad Men

Serie iniziata nel 2007 e conclusa poco più di due anni fa, se non l'avete vista è assolutamente da recuperare. 
Le puntate ci immergono nel mondo pubblicitario newyorkese degli anni '60, seguendo le vicende del misterioso e geniale direttore creativo Don Draper (John Hamm), della sua famiglia e dei suoi collaboratori (fra cui una fantastica Elisabeth Moss, celebre protagonista di The Handmaid's tale). A fare da contorno i grandi stravolgimenti sociali in atto in quegli anni e gli eventi storici che hanno segnato il decennio: tra i tanti la contrapposizione Nixon Kennedy, la crisi dei missili di Cuba, la lotta afroamericana per i diritti civili. Un ritratto storico pieno di dettagli, con personaggi carismatici, che evolvono e crescono. Guardare almeno una puntata per credere!



Giada Ravara consiglia Will e Grace

Correva l’anno 2001 quando per la prima volta venne trasmesso in Italia “Will e Grace”. Io avevo solo dieci anni, ma ricordo benissimo quanto rimasi folgorata dallo sfavillante universo che gravitava attorno ai due protagonisti della sit-com americana.
Will è un avvocato gay di successo che condivide un appartamento a New York con la sua migliore amica Grace, una nevrotica arredatrice. I due sono uniti da un profondo legame affettivo e dalla totale sfortuna per quanto riguarda le questioni di cuore! Le loro vicende raccontano molto bene la rampante generazione dei trentenni sull’orlo di una crisi di nervi, divisi tra la ricerca del successo personale e quella del grande amore. 
Will and Grace assume toni esilaranti grazie soprattutto ai due personaggi secondari, assolutamente “sui generis”: Jack, l’amico attore di Will, e Karen, l’altolocata segretaria di Grace. Jack e Karen, eccentrici e politicamente scorretti, sono per me la vera chiave del successo dello show: fanno da contraltare ai due perfettini protagonisti, arrivando spesso a rubargli la scena con i loro improbabili teatrini.
La serie ebbe un importante successo e diventò un vero fenomeno di costume in quanto finestra sulla cultura LGBT americana, rappresentata con sagace ironia e leggerezza che ancora oggi non ha paragoni. Non sono mai mancati i riferimenti politici, sempre nel nome del sostegno della causa per i diritti degli omossessuali: ultimo il web-episodio speciale lanciato dopo dieci anni dalla fine della serie a sostegno della candidatura alle presidenziali del 2016 di Hillary Clinton. 


Francesca Guarnieri consiglia Beverly Hills 90210

Una serie tv, che ho visto, che vedrei e rivedrei è: Beverly Hills 90210, iniziata negli anni ’90 e terminata all’inizio del nuovo millennio. Volevo cambiarla per non essere scontata, ma sarei finita a scegliere una serie anni ’90, quindi poco cambiava.
Beverly Hills è la storia dei gemelli Walsh, due adolescenti che dal Minnesota si trasferiscono con tutta la famiglia nella caldissima e ricchissima Beverly Hills. Brenda (Shannen Doherty) e Brendon (Jason Priestley) dovranno ricominciare da zero, fare nuove amicizie e qui entrano in campo i 6 amici: Kelly (Jennie Garth), Donna (Tori Spelling), Andrea (Gabrielle Carteris), Dylan (Luke Perry), David (Brian Austin Green) e Steve (Ian Ziering).
Casa Walsh sarà un punto di riferimento, l’unione sana e genuina della famiglia riuscirà ad essere di conforto ed aiuto ai giovani amici dei due fratelli.Non cadrò nella disputa team Brenda o Kelly, ovviamente tifavo per la prima, però posso dire che non tutte le stagioni della serie sono state entusiasmanti come le  prime quattro, dall’uscita di scena di Brenda la serie ha preso una strana piega.Perché vedere le prime stagioni? Per i nostalgici, sarete avvolti da un’atmosfera adolescenziale, in generale, perché è una dei primi Teen drama, che con coraggio ed audacia ha affrontato vari temi: droga, anoressia, alcolismo, Hiv, prevenzione tumore al seno, suicidio (ben prima di 13) e altro.




mercoledì 24 gennaio 2018

Principe Libero, musica e ricordi di Fabrizio De Andrè

Fabrizio De Andreè. Principe Libero è la fiction in due puntate dedicata alla vita di Fabrizio De Andrè, diretta da Luca Facchini che andrà in onda su Rai1 i prossimi 13 a 14 febbraio. E' stato proiettato nei cinema il 23 e 24 gennaio in un'anteprima che ha richiamato molto pubblico.

Luca Marinelli è Fabrizio De Andrè


Facchini ci restituisce un ritratto avvincente, poetico ed affettuoso del cantautore genovese; il Fabrizio De Andrè presentato è famigliare - anche grazie all'apporto di Dori Ghezzi alla scrittura della sceneggiatura - ironico e soprattutto autoironico.

Nella fiction vedremo le varie tappe della vita di  De Andrè che hanno influenzato il suo mondo poetico.  Vediamo così l'infanzia a Genova con i caruggi, il porto, i pescatori e le prostitute, poi Milano dove conosce Dori Ghezzi e infine anche la campagna Sarda. Troviamo molte degli amici, famosi e non, che hanno influenzato la sua scrittura; dalla sua prima "spalla" Paolo Villaggio (Gianluca Gobbi), a Luigi Tenco  (Matteo Martari), fino alla PFM.

La scrittura dei brani è il collante della storia, andiamo avanti di canzone in canzone, da Marinella, a La canzone dell'amore perduto, Amore che vieni amore che vai, a La canzone del maggio fino al ri-arrangiamento di Il pescatore.

La vita di Fabrizio De Andrè non può prescindere dal più forte dei sentimenti, l'amore. Al suo fianco due donne, Enrica/Puni (Elena Radonchich), la prima moglie e poi Dori Ghezzi (Valentina Bellè), sua compagna per anni, che poi sposò nel 1989. Due modi diversi per amare lo stesso uomo. 

Un De Andrè semplice ma ricco di emozioni come le sue canzoni, quello portato sullo schermo da Luca Marinelli.
Marinelli ha creato un De Andrè "stilizzato", l'attore ne ha preso le movenze ma non le sembianze (non c'è molto trucco), non è diventato De Andrè, lo ha interpretato a modo suo, come sempre in modo convincente
Se gran parte del pubblico si chiedeva come Marinelli riuscisse a non farlo pensare al suo "Zingaro", possiamo dire che ci è riusciti egregiamente.
In apparenza l'attore romano ha davvero poco a cui spartire con il cantautore genovese, nella sua interpretazione riusciamo a ritrovare molte delle sue caratteristiche, in particolar modo i suoi modi schivi. Lo vediamo costantemente chino chino su se stesso, nel suonare la chitarra, nello scrivere, nel bere e fumare. 

Affianco a Marinelli, un cast interessante e ben costruito. Prima tra tutti Valentina Bellè, che interpreta Dori Ghezzi. Martari ci regala una breve ma molto interessante interpretazione di Luigi Tenco. Il personaggi più difficile da interpretare senza scadere nell'imitazione è quella di Paolo Villaggio, Gobbi è riuscito a non "rifare" Fantozzi ma a diventare l'uomo dietro il personaggio. 



Un bel ricordo di un grande cantautore caro tanto a chi lo ha conosciuto che a chi, troppo giovane, è comunque cresciuto con le sue canzoni.

sabato 20 gennaio 2018

Dieci motivi per amare American Crime Story, Il caso O. J. Simpson



Perry e Ceschina sono tornate! Dopo aver avuto grossi dubbi su 13 Reasons Why e aver demolito il remake di Dirty Dancing, hanno trovato una serie da amare: Il caso O. J. Simpson.

Se lo avete perso o se lo avete già visto tutto in tre giorni (come hanno fatto loro) e state fremendo per la nuova serie sul caso Versace, beccatevi questi 10 motivi per amarlo.



1. La scelta del caso giudiziario. Il caso O. J. Simpson è oggettivamente irrisolto. Permette di farci una nostra idea su come potrebbe essere andato l’omicidio. Inoltre tocca temi tuttora di grande interesse sociale, come la discriminazione razziale e la violenza domestica.

2. Non ci sono personaggi solo positivi o solo negativi, è una rappresentazione neutra degli avvenimenti del processo.

3. I movimenti di macchina sono un elemento forte della serie, ruotano, zoomano sugli attori, abbiamo soggettive e oggettive. Siamo gli occhi della giuria, dei giornalisti ma anche quella delle telecamere Tv… Chapeau!

4. I Kardashan. Se vi siete chiesti “ma perché i Kardashan sono così famosi?” con Il caso O.J Simpson lo scoprirete! Anzi, saprete anche come erano prima di diventare i più snob del mondo.

5. Gli anni '90. Dopo il grande ritorno degli '80 con Stranger Things, si torna anche negli anni '90, in cui tutte amavamo Dylan anche se aveva messo le corna a Brenda… Se avete la nostalgia degli ultimi momenti di gloria delle spalline e delle cravatte dalle fantasie sgargianti le ritroverete nelle aule di tribunale di questa serie.

6. Rimanendo in tema del vintage, riscopriamo gli anni in cui non esistevano i social. I fatti dei vip (e soprattutto dei Kardashan) li dovevi andare a cercare dal giornalaio, o in Tv.

7. Il grande ritorno di David Schwimmer, l’indimenticato Ross di Friends. Lo vediamo nei panni del buon Rob Kardashan, ma pensiamo sempre a lui e Rachel al central perks. Il suo personaggio è forse la vera vittima di tutta la serie.

8. C’è anche il ritorno di John Travolta, ci era mancato… non balla e non canta però; interpreta l’avvocato dei vip e passa gran parte della serie a litigare con i suoi colleghi.

9. Cuba Gooding Jr. ci regala una bellissima interpretazione del protagonista, l’ex giocatore di Football O. J. Simpson.

10. Menzione speciale per la produzione che comprende Ryan Murphy, il creatore di Glee, e anche John Travolta.

venerdì 12 gennaio 2018

Il mio Godard, la decostruzione di un genio

Dopo The Artist (2011), che celebra l'epoca del cinema muto, Michel Azanavicius omaggia la nouvelle vague e uno dei suoi fondatori, Jean-Luc Godard.



Il mio Godard (titolo originale, Le Redoutable), parla di un preciso e breve periodo della vita pubblica e privata da Jean-Luc Godard: dal 1967 e il 1969. In quegl'anni il regista fu sposato con l'attrice Anne Wiazemsky la quale ha collaborato al soggetto del film.

La trama della pellicola si articola su due piani. Abbiamo da un lato la vita privata, ovvero il matrimonio con Anne, una delle sue muse (vediamo ad inizio film le riprese di La cinese). Dall'altro lato c'è la  vita pubblica; Godard, da vero rivoluzionario è tra i primi ad unirsi alle rivolte studentesche del '68, in quel clima di fermento il regista inizia a pensare di rivoluzionare il suo metodo di regia. 

L'omaggio che Azanavicius fa ad uno dei padri del cinema contemporaneo è pop e sopratutto ironico.
L'intento del regista non è di celebrare Godard, ma di fornirci un ritratto buffo, di de-costruire il genio dietro i grandi film. 
L'aspetto formale del film è molto pop, scenografie dai colori saturi, una fotografia che esalta i contrasti dei toni pastello di cui il film è impregnato e che ricorda quella di Il disprezzo (1963). 
Nella pellicola ritroviamo piccole grandi citazioni dal cinema di Godard; dalle carrellate sulle strade di Parigi al montaggio discontinuo presenti in Fino all'ultimo respiro fino alla ripresa della celebre scena di Nana che piange al cinema guardando La Passione di Giovanna d'Arco di Dreyer in Questa è la mia vita

Nei panni di Jean-Luc Godard troviamo Luis Garrell, che torna tra le rivolte del 1968 dopo The Dreamers (Bernardo Bertolucci, 2003). Al suo fianco Stacy Martin che interpreta Anne Wiazemsky.
E' interessante notare come nel film non siano presenti gli altri registi della nouvelle vague, ma ci sono due bei ritratti di grandi registi italiani, Bernardo Bertolucci e Marco Ferreri, rispettivamente interpretati da Guido Caprino e  Emmanuele Aita.

Un film molto divertente e affascinante anche per i non cinefili (non fatelo sapere a Godard, potrebbe arrabbiarsi).




martedì 2 gennaio 2018

Napoli Velata, il giallo secondo Ferzan Ozpetek

Ferzan Ozpetek è uno dei registi che riesce a mettere a nudo i sentimenti umani sul grande schermo; con Napoli velata lo fa attraverso una vicenda personale ricca di mistero e erotismo.



Adriana (Giovanna Mezzogiorno), incontra Andrea (Alessandro Borghi) ad una strana festa; l'affascinante ragazzo la seduce e i due finiscono per passare un'intensa notte di passione. Al mattino dopo i due si danno appuntamento per il pomeriggio ma Andrea non si presenta. Adriana, delusa, torna a casa, viene svegliata il mattino seguente da una chiamata di lavoro: deve eseguire un'autopsia su un cadavere. La donna si reca a lavoro, inizia il suo esame fino a quando non si accorge di conoscere la vittima, è Andrea.

Per questo film Ozpetek sceglie Napoli, una città ricca di mistero ed esoterismo, per ambientare questo suo" giallo". La vicenda si snoda, infatti, tra ciò che rimane, i reperti (è il caso di dirlo), delle antiche credenze e dei riti partenopei come sibille, riti misterici e non per ultimi i cosiddetti "femminielli". 

In Napoli velata il giallo della morte di Andrea fa da base per raccontare altro, un altro fatto di memorie, sentimenti, pulsioni, e tutto il mondo interiore dell'essere umano che è caro al suo regista.

Tante le citazioni dai grandi classici del cinema giallo, dal senso di vertigine di Vertigo di Hitchcock, al labile confine tra la veridicità di ciò che vediamo e ascoltiamo di Blow Up e Blow Out.
Per questo film, infatti, Ozpetek pare velare letteralmente la vista e l'udito dello spettatore per trasportarlo dentro le suggestioni che dominano il film.  
Lo spettatore si ritrova in bilico tra realtà e immaginazione e anche tra presente e passato.

La macchina da presa e la colonna sonora diventano le artefici dell'inganno che vive la protagonista e con lei lo spettatore fino ad arrivare ad un finale ricco di mistero, poco adatto ad un giallo ma tipico del regista turco.

Giovanna Mezzogiorno, dopo la lunga assenza dal cinema, torna a recitare per Ozpetek che ha scelto proprio lei per interpretare questa donna all'apparenza tranquilla ma che nasconde molto.
Alessandro Borghi riesce a nascondere dietro il viso pulito di Andrea tutto il mistero che il personaggio in questione richiede.

Attorno ai due protagonisti gravitano tanti personaggi, molti reali, altri evanscenti, da Peppe Barra e Anna Bonaiuto a Maria Pia Calzone fino a Lina Sastri e Isabella Ferrari.

Ozpetek non delude mai, e questo film regala suggestioni nuove al pubblico affezionato al regista e anche a chi vuole scoprirlo per la prima volta. 


martedì 5 dicembre 2017

Smetto quando voglio, Ad Honorem. La banda è tornata (per l'ultima volta)

Sidney Sibilia chiude la sua trilogia sulla banda di spacciatori più memorabile della storia del cinema italiano. Smetto quando voglio Ad Honorem è infatti l'ultimo episodio della prima vera saga cinematografica italiana. Ma andiamo per ordine...



Pietro Zinni (Edoardo Leo) è un ricercatore universitario che ha perso il lavoro, preso dalla disperazione mette su una banda per la produzione e spaccio di smart drugs (che ricordiamo, NON sono illegali). I suoi complici ovviamente sono tutte "le migliori menti in circolazione", due latinisti, un antropologo, un chimico, un economista e un archeologo, a cui si aggiungono, nel secondo episodio (Masterclass) un ingegnere e un medico. Tutti ovviamente disoccupati (o quasi). Messa così sembra davvero una banda di falliti e invece loro "non perdono mai, non vincono mai, però rompono sempre il cazzo a tutti". 
Questo terzo episodio inizia in uno dei momento clou della storia, il furto del cromatografo da parte del vero cattivo della saga Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio). Un anno dopo ritroviamo Pietro che cerca inutilmente di convincere chiunque lui incontri che c'è un pazzo senza nome che sta per compiere un attentato con il gas nervino, nessuno gli crede tranne Alice Gentili (Giusy Buscemi), una giovane blogger che gli lancia un indizio. Il luogo dove si trova il cromatografo è un ex tecnopolo dell'Università La Sapienza in cui lavorava anche una vecchia conoscenza della banda, il Murena (Neri Marcorè).
Pietro si fa trasferire al carcere di Rebibbia dove riesce ad incontrare il Murena e a capire cosa ha in mente Mercurio. Riunisce la squadra e li convince ad evadere per fermare il pazzo del treno... il resto è leggendario.
Se in Italia sta tornando forte il cinema di genere Sidney Sibilia fa letteralmente esplodere ogni barriera tra i generi cinematografici. In smetto quando voglio troviamo molta commedia, ma anche azione, romanticismo e una non tanto velata denuncia al sistema. 
Smetto quando voglio è una saga ma davvero sui generis, non ha una sequenzialità lineare, i tre episodi si incastrano tra di loro a formare un unicum narrativo molto compatto.
L'elemento più forte del film è la sceneggiatura, troviamo dei dialoghi brillanti, a volte addirittura esilaranti e anche un po' nerd che funzionano anche nelle scene più d'azione.
La fotografia è un po' il marchio di fabbrica della saga, talmente irreale da sembrare un trip allucinatorio.
Il cast è spettacolare come sempre; ogni personaggio è ben definito, complesso, ognuno ha la sua storia e ognuno un suo ruolo ben preciso nelle dinamiche della banda. I due cattivi, Lo Cascio e Marcorè, sono la perfetta nemesi della banda, cattivissimi e misteriosi da veri villains cinematografici.
 Farei una menzione speciale all'Alberto di Stefano Fresi; in tre film ha sintetizzato e dis-sintetizzato droghe, creato esplosivi, disinnescato bombe chimiche, cantato, ed è persino diventato un cartone animato e soprattutto mi ha ha fatto morire dalle risate... meglio di James Bond.

La banda dei ricercatori ci lascia ed è un po' come perdere di vista dei buoni amici, ma è giusto così... 

sabato 2 dicembre 2017

La febbre del sabato sera, 40 anni di un film di culto

In onore dei 40 anni dall'uscita, mi sembra giusto parlare di un film che è un cult del genere musical: La febbre del sabato sera di John Badham.


Ispirato ad un articolo apparso nel 1975 sul «New York Magazine», il film racconta la storia di Tony Manero (John Travolta), un ragazzo italo-americano che vive a Brooklyn. Tony lavora come commesso in un negozio di ferramenta e aspetta tutta la settimana per andare, il sabato sera, a ballare con la sua banda all'Odissea 2001, discoteca in cui è il re incontrastato della pista da ballo. Nessuna ragazza sembra essere all'altezza di fare coppia con lui alla gara di ballo del locale, nessuna tranne Stephanie Mangano (Karen Lynn Gorney), del tutto diversa da quelle che frequenta di solito. Tony e Stephanie si allenano assieme per vincere la gara e stringono un legame che nessuno dei due si sarebbe mai aspettato...
Il fulcro della trama può sembrare anche banale, ma è il contesto sociale, in cui sono ambientate le vicende, a dare spessore alla pellicola. La vita dei giovani di periferia, che hanno alle spalle famiglie molto all'antica, e che non hanno nulla a cui dedicarsi se non alla vita da gang, è qualcosa su cui il film ci porta a riflettere.
Forse per la prima volta, nella cinematografia americana, la comunità italo-americana non viene presentata nel contesto dell'ambiente malavitoso (si pensi a Il Padrino di Francis Ford Coppola) ma come comunità integrata nel tessuto sociale con tutte sue problematiche; in particolare il film mostra i costumi dei giovani provenienti da famiglie non proprio agiate. Tony Manero è l'emblema del ragazzo di periferia appartenente, all'apparenza può sembrare superficiale ed ignorante ma nel corso del film dimostra di essere molto di più.
Il personaggio interpretato da Travolta, al suo primo ruolo da protagonista sul grande schermo, è iconico, per il modo di vestire, per il modo di muoversi dentro e fuori la sala di ballo tanto che andrà ad influenzare anche i suoi ruoli successivi (Danny Zucko di Grease ha molto in comune con lui). Tony Manero diventa per i giovani dell'epoca un mito e John Travolta si afferma come sex symbol del periodo; tutti vogliono vestirsi e pettinarsi come lui, muoversi come lui, tutti vogliono essere Tony Manero. È però non tanto il fascino di Travolta ma la sua capacità nel dare drammaticità ad un personaggio, a prima vista superficiale ma in realtà molto drammatico, a svicolare Tony dall'essere una sorta di macchietta, e a lanciare il suo interprete come attore cinematografico.
            La febbre del sabato sera, non esisterebbe senza la sua colonna sonora; sebbene questo film non sia un musical nel senso canonico del termine – gli attori non cantano – la musica riveste comunque un ruolo molto importante all’interno della pellicola. Il pubblico, grazie alla musica dei Bee Gees e altri brani celebri degli anni ‘70, è immerso nell'atmosfera della disco per tutta la durata del film. I brani della band australiana, come Sathurday Night Fever, Stayin' Alive, How Deep is your Love o More Than a Woman, sono segno di un'epoca e credo che, anche oggi, ad ascoltarle nessuno si riesca ad esimere dall'imitare le mosse di Tony.
Se Io e Annie di Woody Allen, uscito nello stesso anno, ci racconta con l'occhio ironico e surreale del suo regista la vita di Manhattan, La febbre del sabato sera ci porta oltre il ponte e ci mostra come si vive a Brooklyn, Badham non mette filtri e non crea stereotipi, ci mostra la vita di un giovane italo-americano in tutti i suoi aspetti.
Credo che La febbre del sabato sera sia uno di quei film che non passeranno mai di moda perché non è solo un musical, è un ritratto di un'epoca.



P.S. Nel 1982 è uscito il film Staying Alive, per la regia di Sylvester Stallone, seguito della Febbre del sabato Sera in cui Tony si trasferisce a Manhattan per sfondare sui palcoscenici di Broadway.

mercoledì 29 novembre 2017

Ho cercato il mio Spadino…Intervista a Giacomo Ferrara

Giacomo Ferrara è l’interprete di Alberto Anacleti/Spadino, lo “zingaro” di Suburra. Se Spadino è già un personaggio cult per il suo pubblico, che sta attendendo la seconda stagione, Giacomo “guarda in alto”. In questa intervista ci racconta qualcosa su Spadino, Angelo di Il permesso e anche del suo ultimo progetto, Guarda in alto, opera prima di Fulvio Risuleo.



Iniziamo da Suburra, come nasce e come ri-nasce Spadino? Nel senso, come hai lavorato al personaggio prima per il film e poi per la serie? Da un personaggio che ha un quarto d'ora di storia nel film a dieci puntate della serie, è un bel lavoro...

Per me è stato come affrontare due personaggi diversi. Li ho anche affrontati in maniera molto diversa, perché lo Spadino del film non ha molto da raccontare. Non c'era qualcosa che potesse richiamare un background, non c'era molto spazio per l'immaginazione. Quindi ho lavorato semplicemente su quello che dettavano le scene, sul lavoro di cui mi aveva parlato Stefano Sollima già in fase di provino, che avevamo creato insieme e lo abbiamo poi riportato sul set.
Invece per il lavoro del personaggio per la serie c'era molto più materiale, più sfumature. Lì c'è stato un lavoro più intenso, più complesso perché era molto quello che andavamo a raccontare.
Come nasce? Nasce come un personaggio già forte, ha una cultura molto caratterizzante e questo comporta che il mondo sinti, che è in generale molto teatrale, influisca sulle movenze del corpo; ci sono gesti molto teatrali, c'è la spacconeria e c'è anche la maschera con il sorriso ironico che porta spesso e che è solo di facciata. Poi sotto sono andato a ricercare tutto il dramma che vive il personaggio, è in una posizione di rinnegazione. Di conseguenza, il perché della maschera lo si intuisce dal suo dramma.

Sempre parlando del rapporto tra il film e la serie, come hai fatto a lavorare “a ritroso” sul personaggio? C'è qualcosa del primo Spadino in quello della serie?

Certo. Ritrovi la sfrontatezza, il suo ghigno, il suo non stare alle regole di nessuno, sempre il posto nel mondo che hanno entrambi, questo sì. In realtà non ho pensato molto ad andare a ritroso. Sono andato a vedere queste linee, che già c'erano, per andare poi a creare un personaggio diverso. Non sono stato molto a chiedermi quanto tempo prima o cosa fosse realmente successo, è stata piuttosto la sceneggiatura a darmi lo spunto per creare.

Per creare Spadino ti sei ispirato a qualche interpretazione in particolare? Ti faccio un esempio molto azzardato: più o meno nel periodo in cui è uscito Suburra è uscito anche Lo chiamavano Jeeg Robot, e lì c'è Luca Marinelli che interpreta Lo Zingaro ed ora è un po' lo “zingaro” per eccellenza...

No, anzi, il lavoro di Luca Marinelli è meraviglioso ma diverso dal mio. Non mi sono ispirato a nessuno, se dovessi pensare a qualcosa, ma molto in generale direi un Joker, ma alla fine non lo è; del Joker vediamo solo la parte malvagia e non c'è tutta la parte che si racconta di Spadino e del suo dramma. Potremmo pensare ad un Jesse Pinkman di Breaking Bad, ma nemmeno tanto. Non ci pensavo troppo. Non mi sono ispirato, ho cercato il mio di Spadino. Poi mi hanno accomunato a diversi personaggi bellissimi e ne sono felice; significa che ho fatto un buon lavoro. Non ho pensato a chi o cosa prendere spunto per il tutto.

Hai un po' paura di rimanere “incastrato” in Spadino?

Questo non so, lo dirà il futuro. Non ci penso. Penso a fare del mio meglio in ogni ruolo che mi verrà proposto. Chiaramente Spadino è un personaggio molto forte che rimarrà nell'immaginario di tutti, ha una grande presa; però, sinceramente, non ci penso più di tanto.

Parliamo di Il Permesso; Angelo è, un po' come Spadino, un ragazzo “cattivo”, però è un personaggio diverso. Vediamo il riscatto di Angelo e non il suo passato. È anche un personaggio molto diverso dagli altri; gli altri cercano vendetta, il tuo no, è come se cercasse altro.

In realtà Angelo non è un cattivo ragazzo, è in carcere perché ha fatto una “cazzata”, una rapina a mano armata. Più che altro ha delle cattive frequentazioni, non ha punti di riferimento e si ritrova con persone che lo portano sulla cattiva strada. In carcere capisce che può fare tanto ed esce con
l'idea di riabbracciare la propria famiglia e non per un motivo come gli altri, chi per vendetta, chi per scappare o per salvare il figlio, esce per buona condotta. Nel corso del film esce un po' la storia del personaggio; ha capito che ha fatto un errore che non vuole commettere più, ma d'altro canto gli amici cercano di riportarlo sulla cattiva strada, si ritrova combattuto a scegliere tra la propria famiglia e cosa è giusto fare. È un personaggio diverso da Spadino. Per quanto Spadino non stia bene all'interno della sua famiglia ha scelto di avere una vita criminale, Angelo no, ci si è ritrovato dentro. Ha preso parte ad una rapina ad un benzinaio, è stato preso ed è giusto che sia in carcere, non è però quella la vita che vuole per sé.

Il tuo ultimo film, Guarda in alto, è tutto un altro mondo rispetto a Suburra e Il permesso.

Guarda in alto è un film di un genere tutto suo. È un'avventura che nasce da questo personaggio, Teco, che fa il fornaio e magari si aspettava di più dalla vita, gli manca qualcosa, sente che si è “svegliato troppo tardi”, c'è, di conseguenza, un momento iniziale di depressione. La storia parte con un episodio di un gabbiano che cade fuori al forno dove lavora; Teco si trova lì per fumarsi una sigaretta, vede questo gabbiano e decide istintivamente di andare a vedere cosa è successo e parte alla volta di questa avventura che alla fine lo riporterà a sognare.

Per concludere vorrei farti una domanda un po' scomoda ma che, purtroppo, nasce spontanea. Pensi che una fiction come Suburra possa in qualche modo anticipare la realtà? se pensiamo agli ultimi fatti di cronaca a Roma.


Penso invece che la realtà superi la finzione, lo stiamo vedendo ore e si è sempre visto. Lo scopo di fiction come Suburra è quello di intrattenere e non di fare una sorta di documentario di denuncia su Roma anche perché prende spunto dal libro di De Cataldo. Si è scoperto che erano fatti reali solo in corso d'opera. Quando è scoppiato il caso di Mafia Capitale si stava girando il film di Stefano Sollima, ma non è una cosa voluta. Suburra è “una Roma” ma non vuole essere assolutamente una denuncia o un documentario. Poi non possiamo farci niente... Non c'è neppure l'intento di miticizzare dei personaggi. Se pensiamo ai giorni nostri, ci sono tante cose che sono già viste e già successe e che comunque non c'entrano molto con la serie. Non penso neppure che sia un fatto di emulazione, magari si può emulare un look ma non quello che sono le azioni dei personaggi. Non penso che una serie, che sia Suburra, Gomorra o Romanzo Criminale, possa portare qualcuno a fare del male, il male è sempre esistito e sempre ci sarà a prescindere. Non è per colpa nostra se ci sarà il crimine nel mondo.


Una scena da Guarda in alto di Fulvio Risuleo.
Fonte: repubblica.it

giovedì 23 novembre 2017

Festival Scrittura e Immagine, dalla pagina al grande schermo

Inizierà domani 23 novembre, fino al 1 dicembre, la 27esima edizione del Festival Internazionale Scrittura e Immagine presso il Mediamuseum di Pescara.
Il festival è dedicato alle trasposizioni filmiche di opere letterarie di ogni genere, ma ci sarà anche qualcosa di più; si terrà negli stessi giorni il 19esimo Festival Internazionale del Cortometraggio.


Il Festival Scrittura e Immagine presenterà quattro sezioni, tre per i lungometraggi e una per i cortometraggi. Per i lungometraggi avremo Scrittura e Immagine, Orizzonti e un Omaggio a Jane Austen in occasione del bicentenario della morte.

Per la sezione Scrittura e Immagine, dedicata allo stretto rapporto tra la pagina scritta e l'immagine filmica, avremo quattro film. Aprirà la rassegna Il Mio Godard di Michel Azanavicius, che dopo The Artist, torna ad omaggiare un grande movimento della storia del cinema, la nouvelle vague. Ci sarà poi Finchè c'è prosecco c'è speranza di Antonio Padovan, noir ambientato nel profondo veneto tratto dal romanzo di Fulvio Ervas. Troveremo poi Il diritto di contare di Theodore Melfi sulla storia vera delle prime tre donne afroamericane a lavorare alla Nasa. Infine ci sarà Il contagio, di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini tratto dall'omonimo romanzo di Walter Siti.

La sezione Orizzonti spazia verso altre tematiche e propone tre film: Easy, opera prima di Andrea Magnani, divertente road movie tra Italia e Ucraina, The Teacher, di Jan Hrebejk ambientato nella Cecoslovacchia degli anni '80, e La vita in comune di Edoardo Winspeare, sul valore sociale della poesia.

Jane Austen è una delle autrici inglesi più amata e reinterpretata dal mondo del cinema, molte le trasposizioni più o meno fedeli ai suoi romanzi; il Festival Scrittura e Immagine propone un ciclo di ben sette film in versione in lingua originale sottotitolata tra cui, i più celebri come Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright (2005) e Ragione e Sentimento di Ang Lee (1995), e anche i meno noti al grande pubblico come Persuasion di Adrian Shergold (2007) o Amore e Inganni - Lady Susan di Whit Stillman 

Questa edizione del Festival Internazionale del Cortometraggio ha ricevuto un gran numero di adesioni da tutto il Mondo: sono state inviate infatti più di tremila opere da ben 46 paesi. I lavori presentati si distinguono per l'attualità dei temi trattati e l'alta qualità nello stile registico.
Di questi la giuria ha scelto di proiettarne 60, suddivisi in sei giorni e quattro sezioni: Scrittura e Immagine, Animacorto, Cortoscuola e Spazio Abruzzo.
Le cerimonie di premiazione si terranno venerdì primo dicembre, madrine dell'evento saranno Sara Serraiocco e Lucrezia Guidone, giovani e talentuose attrici pescaresi.



venerdì 17 novembre 2017

Gomorra 3, stamm turnann!

Gomorra è ormai un fenomeno di culto; citazioni e parodie dilagano ovunque e non si può fare a meno di dire “Sta senza pensier” o “Ce ripigliammo tutto chillo ch’era o nuostro!”


Nel 2006 Roberto Saviano pubblicò il romanzo-inchiesta che divenne subito un fenomeno non solo letterario ma sociale; per la prima volta si parlava del fenomeno della camorra senza risparmiare nomi e cognomi. Al romanzo seguì il film di Matteo Garrone del 2008 ed infine nel 2014 andò in onda la prima stagione della serie.
Un progetto di serialità deve ampliare trama e sistema dei personaggi e nel corso delle due stagioni vediamo che al nucleo iniziale si è aggiunto molto altro.
Nella serie di Gomorra incontriamo il clan dei Savastano. Don Pietro (Fortunato Cerlino), sua moglie Imma (Maria Pia Calzone) e suo figlio Gennaro detto Genny (Salvatore Esposito) ne sono i capi. È in atto una guerra di mafia tra loro e Salvatore Conte (Marco Palvetti). Quando don Pietro per un banale controllo della polizia finisce in prigione, il clan rimane senza un capo, Genny è inesperto e donna Imma una donna, è il momento per Ciro Di Marzio detto l’Immortale (Marco D’Amore) per riscattarsi da soldato e diventare il capo. Ovviamente donna Imma non vuole cedere il potere e scatenerà tutto l’odio dell’Immortale.
Nella prima serie tutte le vicende ruotano attorno al clan Savastano e Ciro, nella seconda possiamo notare come l’universo diegetico si sia allargato a tutta una serie di comprimari, tanto da creare linee narrative parallele a quella principale di Ciro contro i Savastano. A Genny e Ciro si aggiungono Scianel (Cristina Donadio), Patrizia (Cristina dell'Anna), O Principe (Antonio Folletto), O Track (Carmine Monaco) e tanti altri.
In questo modo Gomorra si distacca dalla serialità “all’italiana” per avvicinarsi a quella statunitense.

Un elemento della serie di Gomorra che la distacca molto dal panorama italiano è quello di aver scelto ben quattro registi a cui affidare le varie puntate, Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini e Claudio Giovannesi che si aggiunge nella seconda serie. Quattro stili di regia molto differenti che si adattano ai diversi mood che possiamo ritrovare nel corso della serie. Se con Sollima troviamo un ritmo serrato per la narrazione, con Comencini si ha un approccio più “freddo” e lento. Alla pittoricità dei movimenti di macchina di Cupellini si alterna la crudezza della regia di Giovannesi.
L’autorialità che pervade la serie non ha sminuito la sua ricezione sul grande pubblico, anzi! Gomorra, proprio grazie alla serie, è diventato un fenomeno “pop”, le battute di Ciro, Genny e gli altri sono diventati dei tormentoni. Oggi su Sky Atlantic riprenderà la terza serie e i fan non riescono proprio a “sta senza Pensier”

sabato 11 novembre 2017

Dirty Dancing (Remake), quando neppure all'inferno proietterebbero un film del genere!

Ci sono dei film sacri per le ragazze, uno di questi è Dirty Dancing; dico sacro perché ogni volta che lo danno in tv noi lo guardiamo come si fa con la messa di Natale, ripetiamo anche le parti più importanti.
Si dice: squadra che vince, non si cambia. Dovrebbe essere così anche per il cinema. Se un film ha funzionato, basta, fermiamoci qui non continuiamo con inutili accanimenti terapeutici cercando in tutti i modi la strada del remake. Ci sono dei remake ben riusciti, sono delle rare eccezioni nel caso di Dirty Dancing è stato un omicidio al pari del duello tra Achille ed Ettore, dove il corpo del secondo (che sarebbe l’originale) viene massacrato. Abbiamo cercato dei motivi per cui questo film è proprio terribile come dice Laura “E’ il male”, come dice Francesca “Se andasse all'inferno neppure il diavolo lo vorrebbe per torturare i dannati”. Si era pensato di fare 10 cose sbagliatissime a testa, ma visto che al peggio non c’è mai fine: nessun limite!


1. Il Casting. La scelta degli attori sbagliatissima.
2. Abigal Breslin nel ruolo di Baby e qui apro delle sottocategorie per specificare meglio:
- fisicamente non adatta, bassa e anche un po’ troppo paffuta, non ho niente contro le curvy (io stessa non sono una modella), ma in un film ballato ti aspetti una fisicità decisamente differente.
- Non sa per niente ballare. Quando si muove sembra un orangotango che si muove.
- Perché è stata scelta (vedi punto 1)? Ma soprattutto perché lei ha deciso di misurarsi in questo ruolo. Ammettiamolo: brava, ci vuole del gran coraggio.
- Recitava in maniera imbarazzante, nel senso che si vedeva che non era per nulla a suo agio nel ruolo.
- Manca l’effetto sorpresa a fine del film, balla male dall’inizio alla fine del film e non viene da dire “mamma mia quanto è brava a ballare!”
- I produttori volevano mandare il messaggio di non discriminazione verso le ragazze non proprio magre, però lei è proprio sgraziata!
3. Manca la profondità dei due protagonisti. Johnny e Baby sono due personaggi complessi. Lui è un ragazzo che per scappare dalla miseria ha investito su se stesso (e il suo corpo) ma che vorrebbe di più dalla vita, lei è una ragazza apparentemente forte ma in realtà davvero insicura. Nel remake troviamo un fighetto e una piagnona che vuole essere come il padre.
4. La coppia, manca affinità. Sono troppo freddi quando ballano, quando si toccano non senti le vibrazioni che sentivi con la coppia Jennifer e Patrick (nonostante i due si odiassero, sono riusciti a fare meglio di questi due).
5. Mancano quei dialoghi pregni di significato che si scambiano Baby e Johnny, è quello il momento in cui si rivelano per ciò che sono.
6. Arrangiamenti pessimi, le canzoni del film sono state anch’esse rifatte: perché????????? Quando rifai una cosa, lo fai per migliorarla o per fare altro dall’originale non sostituisci la musica con una base da Karaoke.
7. Sesso ovunque, tranne che sul ballo ed era proprio lì che doveva esserci la sensualità.
8. Manca la crescita di Baby, puntano tanto sulla maturazione a parole “Non sono più una bambina”, “Non chiamarmi più Baby”, “Meglio se cambi nome, non sei più una Baby”, ma di fatto la crescita effettiva della protagonista non c’è.
9. Johnny è visto come un fighetto a cui piacciono le milf. Non sappiamo perché gli piace ballare!
10. Su Johnny potrei anche passarci su (di Patrick ce n’era uno solo), ma Baby no! Baby è un personaggio davvero interessante da riproporre ancora oggi. Matura per la sua età, forse troppo, risoluta e soprattutto ironica. Lei riesce a scherzare anche in momenti drammatici come quando Johnny è costretto ad andare via. Nel remake mi sembra che si sia insistito solo sul ballo e sul rapporto con il padre (che in realtà è molto più profondo di quanto mostri questo remake).
11. Hanno cercato in tutti i modi di dire cose inutili e aggiungere cose altrettanto inutili:
-genitori in crisi
-la madre che vuole diventare una volpona
-il padre che era depresso perché forse non voleva fare il medico
-lisa al parco con il cameriere che tenta di stuprarla
12. La scena del cocomero, già la battuta era sembrata patetica nel primo, qui lui risponde “Lascia stare il cocomero”: non so, vogliamo scriverci una tesi su sto cocomero?
13. La scena del ballo finale è morto. Io mi alzo ogni volta e ripeto i passi (avessi un fidanzato lo obbligherei a fare la presa dell’angelo). Qui sembra che stiano ballando la macarena ad una festa di paese.
14. Manca l’abbraccio iniziale della coreografia di Baby e Johnny, per intenderci quella ripetuta cento volte nel film e che è sulla locandina… perché?
15. In generale, non c’è coesione tra i protagonisti e il corpo di ballo. Nel film originale, nella scena nelle stanze degli animatori erano tutti appiccicati (e lì si capiva che erano dei “zozzi”); nel remake sta al centro Johnny e tutti a due metri di distanza.
16. Lisa non è più la sorella oca ed ingenua, ma intelligente e simpatica. A questo punto potevano fare un film dal titolo “L’amore di Lisa”, “L’estate di Lisa”, “La sorella scema di Baby incontra l’amore” .
17. Lisa (sempre lei) s’innamora di un nero, un musicista.
18. Baby sembra una stalker, sembra quasi implorare l’inutile Jhonny a fare sesso con lei…. Più volte: alla faccia della dignità femminista.
19. Da un film sulla danza è diventato un musical: potevano chiamarlo (altre proposte) Dirty Singing.
20. L’amicizia tra Penny e Baby. Questa solidarietà femminile nel primo film non c’è, almeno non all’inizio. Baby è ricca, Penny no, la prima è in vacanza con la sua famiglia, la seconda è stata cacciata di casa, non potevano piacersi subito.
21. Vi dirò di più Penny dice a Baby prima di tutti di essere incinta.
22. Il cugino di Johnny in questo film è assente.
23. I legami di amicizia che si percepivano nel primo film (tra i ballerini) qui sono assenti. Tanti attori sparsi qua e là a recitare le loro parti.
24. Manca Ortega!
25. La presenza ossessionante del matrimonio: “sposarsi, fare la moglie, divorzio”.
26. Jhonny non ha la macchina ha la moto.
27. Il saluto –pre- finale tra i due avviene alla presenza di altre persone. Addio intimità, addio lacrime.
28. Minutaggio: due ore e tre minuti, inutili!
29. Stesso discorso di Lisa: i personaggi antipatici del primo film diventano simpatici e rischi di odiare i protagonisti (perché alla fine arrivi ad odiarli). Il nipote di Kellerman non è un viziato e arrogante, ma buono e comprensivo (dopo aver visto Baby e Johnny baciarsi non la “denuncia”).
30. Mancano i personaggi secondari, quelli che facevano da sfondo alla vicenda: i due anziani ladri e tanti ospiti dell’albergo che durante il film vedi regolarmente (ad esempio i due ragazzini che ballano, lei alta e lui bassetto).
31. Il primo film aveva come tema, non tanto la danza, o meglio questa era vissuta come libertà, come qualcosa che ti lasciava andare, non era probabilmente neppure un film sull’amore. Ma sul coraggio, sull’incertezza che viene a crearsi durante la crescita. Faccio molta fatica a trovare l’essenza di questo remake.
32. Finale. Jhonny diventa un coreografo, scopriamo che i due non sono rimasti insieme e che Baby si è sposata ed ha avuto una figlia, i due si incontrano a Broadway, in scena c’era lo spettacolo di lui, titolo “Dirty Dancing”. Il primo film finiva con Jhonny che guardava pieno d’amore Baby, il salone principale dell’albergo con tutti che danzavano, ballerini e ospiti, era la celebrazione del cambiamento, le differenze sociali venivano dimenticate. Bastava questo per finire il film. Ma essendo il remake una accozzaglia di inutilità era indispensabile aggiungere altro.
33. Il Talent Show (fa molto Amici di Maria) e, Lisa che canta una canzone con l’insegnante di musica. Ma Lisa non era stonatissima?
34. In questo film si scopre che Jhonny non ha studiato perché dislessico.
35. Ilarità i due fanno sesso su un lettino singolo.
36. Questo film è la celebrazione dell’ovvio e dell’inutilità, concludendo vorrei citare una battuta di Penny quando comunica di essere incinta “Si vedrà che sono incinta”. No, tranquilla Penny, il bambino non crescerà, le donne spesso nascondono le gravidanze.
37. Non viene spiegato minimamente perché i due si spostano in acqua a provare le prese, vengono buttati in acqua così, sul calar del sol.
38. La parte peggiore: hanno rovinato le prove di ballo durante la canzone Hungry Eyes, era la cosa più bella di tutto il film, quando la tensione tra i due protagonisti inizia a farsi più intensa perché i due provano a resistersi ma l’attrazione inizia a farsi spazio.
39. Ridateci Patrick!!!
40. Avevamo davvero bisogno di questo remake?

domenica 5 novembre 2017

La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca! (non proprio)

Ci sono film che chi si occupa di cinema deve vedere integralmente, uno di questi è La Corazzata Potëmkin di Sergej M. Eizenštejn. Io l’ho evitata a lungo, il giorno che la fece vedere il prof. in triennale, ero assente (se mi sta leggendo, mi perdoni); ad ogni modo, l’ho recuperata con mia grandissima gioia (si fa per dire).


Mi sono chiesta cosa avrei potuto dire di mio su questo film, ma non sono riuscita a misurarmi faccia a faccia con un opera su cui è stato probabilmente detto tutto (e forse anche di più); ho deciso così di fare qualche ricerchina da brava ex studentessa e individuare gli elementi più interessanti.

Sebbene non si tratti del film di svariate ore citato in Il secondo tragico Fantozzi (dura infatti 1 ora e 13 minuti), La corazzata Potëmkin non è un film godibilissimo; vi troviamo però degli elementi fortemente moderni per il cinema dell’epoca e in alcuni casi anche per i giorni nostri.

Ejzenštejn realizza La Corazzata Potëmkin nel 1925, per celebrare i vent’anni dalla rivolta.
Nel 1905 alcuni marinai della nave corazzata Potëmikn, ancorata al largo del porto di Odessa, si ribellano ai loro superiori a causa delle cattive condizioni di vita a cui sono forzati. Gli ufficiali ordinano di ucciderli ai loro stessi compagni, l’equipaggio di fronte a tanto si ammutina. Gli abitanti di Odessa, saputo dell’accaduto li appoggeranno e andranno in loro soccorso.
La pellicola di Ejzenštejn, di conseguenza, è fortemente di propaganda comunista anche se tratta di fatti antecedenti la rivoluzione d’ottobre.
Il film, ovviamente muto, è suddiviso in cinque atti:

1. Gli uomini e i vermi
2. Dramma sul ponte
3. Un uomo morto chiede giustizia
4. La scalinata di Odessa
5. L’incontro con la squadrone

In La corazzata Potëmkin l’elemento fondamentale è il montaggio dialettico o "delle attrazioni". Per Ejzenštejn, nel cinema 1+1 fa 3, nel senso che l’unione di due immagini tramite il montaggio tira fuori una terza immagine con un significato aggiunto. Lo spettatore deve essere colpito da cosa gli si sta mostrando, deve essere attivo. Il montaggio è il modo in cui il cinema deve interpretare la realtà. Ad esempio: durante La scalinata di Odessa, vediamo delle riprese di una statua di un leone, prima dormiente, poi la statua prende vita davanti ai nostri occhi attraverso il veloce montaggio della statua in pose differenti; il leone si è risvegliato, è il momento di ribellarsi!

Una curiosa questione di montaggio accadde con la versione svedese del film. Sebbene il regista avesse raccomandato di non eliminare nessuna sequenza del film, i distributori le montarono in modo “sbagliato”. Inserirono prima la parte della rivolta e poi quella della condanna a morte, il messaggio del film venne del tutto invertito.

L’influenza del montaggio di Ejzenštejn e in particolare di questo film è più forte di quanto si pensi.
In Gli Intoccabili di Brian de Palma, troviamo una scena in cui c’è una carrozzina che scende abbandonata da una scalinata, indovinate a cosa si ispira? Proprio ad una scena di questo film! Le citazioni sono infinite da Star Wars a Amore e guerra di Woody Allen e non dimentichiamo il remake con Filini nei panni della vecchia (che per la cronaca è identica!)



È naturale chiedersi, perché vedere ancora La corazzata Potëmkin? Forse perché vogliamo poter affermare che è una cagata pazzesca come il caro Fantozzi (che è un po’ in tutti noi)


lunedì 23 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek - Allacciate le cinture (2014)

Sono stata molto indecisa sul quarto e ultimo film da trattare per questa rassegna, alla fine ho scelto Allacciate le cinture anche se, secondo me, non è il film più riuscito di Ozpetek. In Allacciate le cinture lo spettatore si perde nel tessuto temporale della storia e lo fa anche il regista. Probabilmente la sensazione di smarrimento è voluta anche in relazione al tema che tratta, l’amore, l’amore quello che nasce senza alcuna ragione effettiva, l’amore che c’è e non puoi fare nulla per spiegarlo. Ho scelto di parlarne appunto per questo, perché parla del sentimento amoroso nel modo più diretto e semplice possibile.


Elena (Kasia Smutniak) è forse la ragazza perfetta, bella, brava, sensibile, ha degli amici, Fabio (Filippo Scicchitano) e Silvia (Carolina Crescentini) che le vogliono bene, una madre (Carla Signoris) e una zia un po’ svalvolata (Elena Sofia Ricci), un lavoretto in un bar e un bel fidanzato, Giorgio (Francesco Scianna).
Quando Elena conosce Antonio (Francesco Arca), il fidanzato di Silvia, rude omofobo e razzista, qualcosa cambia in lei. I due si innamorano inspiegabilmente; c’è qualcosa tra di loro che nessuno capisce, forse neppure loro.
La storia riprende 13 anni dopo, Elena e Fabio hanno aperto un locale tutto loro, Il Benzinaio, e lei è sposata con Antonio. Tutto sembra andare bene – Antonio non è diventato un uomo migliore, anzi – quando Elena scopre di essere malata; la malattia della donna porterà a galla il sentimento che la lega a quel marito che pare non meritarla.
Il finale, molto enigmatico come sempre nei film di Ozpetek, ci riporta al passato.
Un film che vuole dirci molte cose, forse troppe, tanto da perdersene per strada. Ci sono momenti davvero toccanti, altri un po’ buttati lì. Personaggi che tornano e altri che restano dimenticati.
Come in molti film di Ozpetek, i personaggi femminili sono quelli più forti, oltre Elena troviamo molte donne. Oltre alla madre e alla zia, troviamo Egle (Paola Minaccioni), malata terminale che divide la stanza di ospedale con Elena, una creatura stralunata e un po’ sui generis, una donna che ha una voglia di vivere tale da essere commovente. Anche Maricla (Luisa Ranieri), l’amante di Antonio, è un bel personaggio; donna esuberante e diretta, alla gelosia per lo stesso uomo preferisce la solidarietà femminile verso Elena.
In questo film gli uomini non ci fanno una gran figura, Antonio è tutto ciò che una donna non vorrebbe al suo fianco, un gran brutto carattere che ci si chiede in continuazione come faccia Elena ad averlo come marito, Giorgio, il primo fidanzato, è un uomo senza personalità, bello, ricco e intelligente ma un po’ ingenuo. Si salva solo Fabio, l’amico gay, che pare essere l’unico al livello delle donne del film.
Se la struttura del racconto è labile, il punto di forza del film sono senza dubbio i monologhi. Sono dei momenti in cui la narrazione si interrompe per dare enfasi all’interiorità dei personaggi. È forse la voglia di esternare i sentimenti che ha portato il regista a creare una struttura della narrazione abbastanza incerta.

Ogni volta che vedo questo film sono combattuta, perché da un lato non capisco come mai Elena scelga Antonio, però d’altro canto penso che non scegliamo razionalmente chi amare, e più la nostra “coscienza” ci dice che è sbagliato più noi continuiamo ad amare. 

venerdì 20 ottobre 2017

A cena con Ferzan Ozpetek - Saturno contro (2007)

Se Mine vaganti è fondamentalmente una commedia, Saturno contro è forse uno dei film più drammatici di Ferzan Ozpetek. In Saturno contro il regista prova ad affrontare il tema della perdita di una persona cara; dico prova perché penso che nei suoi film lasci il momento della morte un po’ irrisolto, come se volesse mitigare il dolore dello spettatore e in qualche modo anche suo.


Sebbene Saturno contro sia un film corale, l’ideale protagonista del film è Lorenzo (Luca Argentero), pubblicitario omosessuale che vive con il suo fidanzato Davide (Pierfrancesco Favino). Una sera, mentre è a cena con il suo gruppo di amici, ha un malore e cade in coma. Le vite del gruppo di amici si intrecciano nella sala d’aspetto del reparto di rianimazione dove giace Lorenzo.

C’è Antonio (Stefano Accorsi), sposato con Angelica (Margherita Buy) che ha un’amante, Laura (Isabella Ferrari), ma non vuole mandare a monte il proprio matrimonio. C’è Giorgia (Ambra Angiolini) che riesce a cedere ad ogni cosa, oroscopi compresi, che si ritrova ad intessere un’amicizia con l’anziana infermiera di Lorenzo (Milena Vukotic), donna invece molto rigida e ligia alle regole. Ci sono Neval (Serra Ylmaz) e Roberto (Filippo Timi) una strana coppia tanto sensibile lui quanto sarcastica lei. Ci sono poi Sergio (Ennio Fantastichini) e Roberto (Michelangelo Tommaso), rispettivamente il più anziano e il più giovane del gruppo, ovvero colui che sa tutto e colui che non sa nulla degli altri. C’è infine Davide che deve fare i conti con i genitori di Lorenzo, che sembrano non capire che una vita assieme prescinda dal legame matrimoniale tra uomo e donna.

La narrazione delle vicende è fatta in modo tale che quando è vivo Lorenzo, uomo taciturno, ci sia un monologo interiore, mentre quando è in coma è come se guardi tutto dall’alto.  Anche senza di lui, i suoi amici si chiedono costantemente “cosa mi direbbe Lorenzo?”.

Per questo film Ozpetek sceglie una fotografia molto fredda, i toni del bianco, blu e grigio che si vanno ad opporre a quelli caldi usati solo per Lorenzo (che indossa una camicia rossa).

Il punto di forza di questo film è il cast. Ozpetek è riuscito a far lavorare assieme attori e attrici molto diversi tra loro. Ritroviamo la coppia Buy e Accorsi a qualche anno di distanza da Le fate ignoranti, insieme a Serra Ylmaz, attrice e amica forse più cara al regista. Ci sono attori già famosi come Pierfrancesco Favino e attrici quasi esordienti come Ambra Angiolini. La vera rivelazione di Saturno contro è probabilmente Luca Argentero. Un ruolo, quello di Lorenzo, abbastanza difficile per un attore quasi alle prime armi, e anche fuori parte per lui che è considerato uno dei sex symbol del cinema italiano, ma portato sullo schermo in modo impeccabile.


Cosa apprezzo di Saturno contro è la delicatezza con cui il regista ci pone di fronte ad un contesto fortemente drammatico e il finale (o quasi) che è tanto surreale quanto commovente.