domenica 17 settembre 2017
Focus on Christopher Nolan: The Prestige (2006)
Eccoci al terzo appuntamento con il focus su Christopher Nolan.
Il film The Prestige si concentra sul rapporto fra due colleghi illusionisti, dettato da un'ossessiva e cieca ambizione. Robert Angier (Hugh Jackman), illusionista elegante e raffinato, si dispera per la tragica morte della moglie durante un numero di magia. Accusa il collega Alfred Borden (Christian Bale) per l'incidente e brama vendetta.
La sceneggiatura, scritta dal regista con il fratello Jonathan, è caratterizzata dai salti temporali (vedi Memento) e segue i diari dei due protagonisti (ognuno possiede quello dell'altro), diventando una sorta di racconto epistolare, proprio come il romanzo di Christopher Priest da cui è tratta la storia. La trama è suddivisa in tre parti, eco dei tre atti di cui è composto un numero di magia (la promessa, la svolta, il prestigio), elencati nell'incipit da Mr. Cutter. Quest'ultimo è un personaggio fondamentale: interpretato da Michael Caine, Mr. Cutter è un inventore di trucchi, aiuta e sostiene Angier nella ricerca del numero di magia perfetto e riesce a offrire un punto di vista esterno alla vicenda: si intuisce che la sua vicinanza ad Angier è dettata dalla preoccupazione per un marito che ha perso la moglie, non giustificando di certo le sue azioni senza scrupoli.
Robert, nome di scena "Il Grande Dantòn", è disposto a superare il rivale con ogni mezzo. Dopo aver assistito ad un numero di magia strabiliante eseguito da Borden fa di tutto per conoscerne il segreto e ricrearlo. Le ipotesi che avanza Mr. Cutter non gli bastano e arriva ad interpellare lo scienziato Nicola Tesla, pur di riuscire nell'impresa.
Il geniale inventore è incarnato perfettamente da David Bowie, circondato da un'aura oscura e ambigua, restituendo una via di mezzo fra l'uomo di scienza e l'uomo di magia.
Vedere il film significa addentrarsi in un'intricata rete di segreti che si dipana pian piano davanti agli occhi dello spettatore. Il grigio della Londra vittoriana aiuta ad immergersi in questo mondo fatto di strabilianti trucchi, sotto cui si celano segreti altrettanto incredibili.
venerdì 15 settembre 2017
Focus on Christopher Nolan: Insomnia (2002)
Non sono fan di Insomnia, non mi piace e per la prima volta scrivo di un film che non amo di uno dei registi che adoro.
La pellicola è il remake americano dell’omonimo film di Erik Skjoldbjærg del 1997, che per qualche anno ha rimbalzato tra vari registi fino a arrivare a Nolan.
Il remake sposta l’ambientazione dalle regioni scandinave all’Alaska; i due territori sono accumunati dalla vicinanza al Polo Nord che causa in nel periodo estivo il fenomeno del sole a mezzanotte, cioè il giorno composto da luce e buio non esiste, esistono solo 24 ore continue di luce solare.
Il sole di mezzanotte disturba e può causare insonnia nelle persone non abituate ad un fenomeno del genere; gli effetti della privazione di sonno legata al sole di mezzanotte mi ha attratto a vedere questo film, che fa parte dei primi girati da Nolan.
Insomnia parla delle indagini di un detective, Will Dormer (Al Pacino), inviato in Alaska per indagare sul misterioso omicidio di una ragazza.
La luce è sempre presente ed è uno dei personaggi del film, o meglio, è determinante sulla stabilità di Dormer, come la luce che governa le nostre giornate influenza negativamente le attività e le relazioni. La mancanza di sonno disturba e falsa la sua percezione della realtà tanto da perdere l’equilibrio e la sua capacità di gestire gli incubi e gli orrori quotidiani. Insomnia è un film su rapporti non equilibrati.
Sono pochissimi i passaggi lasciati da completare allo spettatore (cosa poco da Nolan).
Tutti i misteri sono svelati, non ci sono “sorprese” (cosa pochissimo da Nolan).
L’ambientazione del film in un territorio di boschi e ghiacci come quello dell’Alaska crea la necessità di lavorare con luce naturale e molto chiara (cosa molto da Nolan) mentre la fotografia di questo film è fatta di sangue, di colori e di luce troppo caldi, mi porta a pensare alla presenza episodica di questi elementi.
Concludo: “Questo film non c’entra nulla con Nolan e la sua estetica!”
mercoledì 13 settembre 2017
13 buoni motivi per vedere (oppure no) “Tredici”
Avete mai sentito
parlare di Tredici? Se ci state leggendo, probabilmente sì. Tredici è una serie
televisiva prodotta da Netflix, tratta dal libro omonimo di Jay Asher. La serie
racconta (più o meno) questo: Hannah Baker (Katherine Langofrd) si suicida e
lascia alle persone che l’hanno portata a questo disperato gesto, delle
musicassette dove elenca i 13 motivi che l'hanno spinta a fare il grande salto.
L'altro protagonista è Clay (Dylan Minnette), colui che per 13 puntate
ascolterà le cassette. È il suo turno!
Dopo aver discusso
tanto, abbiamo deciso di fare il “verso” alla serie. Non eravamo del tutto
convinte, non sempre tutto è bianco o nero. Inizialmente eravamo schierate
così: Francesca “non mi piacerà mai, ne parlano troppo!”, Laura: “Non è male,
mi è piaciuta!”. Così ci siamo confrontate per più di una settimana e alla fine
abbiamo individuato punti deboli e punti forti. Siamo entrambe d'accordo che,
nonostante tutto la serie fa discutere!
Francesca e Laura P.
COSA CI PIACE
- È perfetto per il bingewatching (in
un weekend in cui non sai che fare lo vedi tutto)
- Lancia un messaggio forte al pubblico
degli adolescenti di oggi. Il bullismo, non va sottovalutato. Tutte le
nostre azioni, anche se per noi non hanno peso, hanno delle conseguenze.
- Formalmente è fatto molto bene. Non è
la solita serie con le luci smarmellate e il montaggio alternato.
- L'ossessionante presenza dell'oggetto
"musicassetta".
- Le cassette; abbiamo perso la
bellezza del registrare noi la musica che ci piace. Spotify lo fa per noi,
Hanna scopre che può lasciare il suo segno manualmente (se avesse fatto
delle Instagram stories non sarebbe stato così interessante)
- La sigla, il disegno
dell'audiocassetta che si trasforma in bici è troppo carino
- Hannah Baker, adoro!
- Clay è un bel personaggio. È
complesso, è umano. Probabilmente è l’escluso del gruppo che viene
rivalutato (è un po’ il messaggio della serie)
- Bè direi la cicatrice di Clay, la nostra
grande bussola
- Il fatto che Clay porti i segni dell’animo
distrutto. Più le cassette si fanno intense e la situazione di Hannah
(secondo lei) arriva ad un punto di non ritorno, fisicamente Clay porta
questi segni di cedimento: non si lava, botte ovunque, non dorme. Lei
sempre impeccabile fino all'ultimo minuto.
- Tony, Tony sa tutto ma non dice
nulla, è il deus ex machina della situazione, anche perché è l'unico che
gira ancora con il lettore cassette nella macchina.
- Non ci sono personaggi totalmente
buoni o totalmente cattivi; sono tutti tasselli importanti nella vita di
Hannah ma ognuno ha la sua parte di colpa.
- Il set del bar ha un'aria subito familiare e non è il solito bar americano stile anni 50 (ma in America hanno ancora i bar anni 50?
COSA NON CI PIACE
1.
Ci sono delle questioni che si
potevano esplicare meglio (tipo il fatto che i genitori non si curano o si
curano male dei figli) altre che non servono
2.
Sono situazioni irreali. Dalle
pistole in casa, agli stupri, all’amica che ti pianta… Va bene in disagio
giovanile ma fino a un certo punto
3.
Verso la fine si perde. Vogliono
lasciare il finale aperto per la seconda stagione. Non ha senso una seconda
stagione!!! Si chiama 13, hai fatto 13 episodi… di cosa parli dopo? Alcune cose
sono belle perchè autoconclusive
4.
I ragazzi mi sembrano tutti dei
maniaci sessuali (a parte Bryce che lo è) però allo stesso tempo regna tra di
loro una pulsione omo non indifferente (almeno a me è sembrato così)
5.
Non lo paragonerei a Beverly Hills o Dowson’s Creek. Pur essendo una serie con degli adolescenti ha un
altro mood.
6.
Basta con ste atmosfere cupe e
inquietanti stile Twilight.
7.
Troppi personaggi, troppi, poche puntate e
1000 volti, ad un certo punto non ricordi neppure il nome del protagonista.
8.
Ed è per questo motivo che arriviamo
all'ottavo motivo; essendo troppi i personaggi non riesci ad instaurare un
rapporto con loro, non li "ami", non riesci ad aspettarli.
9.
Manca l'ironia, il divertimento, viene
lasciato poco spazio alle battute. Tutto molto dark (Ragazzi, anche nella saga
di Twilight qualche risata scappava).
10.
Non mi piace che il tossico di
turno sia uno che: "Beve caffè". Scusate, ma in mezzo a tutta quella
delinquenza, pistole, droga e alcool, passando per il bullismo e gli stupri, la
codardia e l'omertà, voi vi focalizzate sul povero Clay che beve troppo caffè?
11.
Parolacce a Go-Go, non c'erano
altri modi per far comunicare le persone? M'immagino lo sceneggiatore che dice:
"è qui cosa potrebbe dire!??!?mmmhhh aspetta c**** t**** c*** ecc., ecc… E
lo vorrebbero vietare nelle scuole per i temi trattati? Io affronterei i temi e
controllerei il linguaggio piuttosto.
12.
Salti temporali troppo poco
chiari. Sei nei corridoi della scuola, un secondo dopo sei nei corridoi della
scuola e sono passati 2 anni. meno male che c'era la cicatrice di Clay a dirci
"ehy, siamo nel presente!!!! Hannah è già morta!!!"
13.
La morte di Hannah. Sarebbe dovuta
essere l'apice della serie invece è solo un momento crudo fine a se stesso (io
ho chiuso gli occhi)
lunedì 11 settembre 2017
Focus on Christopher Nolan: Memento (2000)
Visto il grande successo dell'ultima fatica di Christopher Nolan Dunkirk, abbiamo deciso di dedicare al regista un focus raccontandovi passo passo la sua invidiabile filmografia. Partendo da Memento, poi Insomnia, passando per la trilogia del Cavaliere Oscuro, arrivando al labirintico Inception per approdare infine ad Interstellar.
Eccoci al primo post, dedicato a Memento che definirei il film “mitico” di
Nolan, un vero e proprio cult-movie, quello che tutti i grandi appassionati del regista devono
aver visto ben più di una volta. Come tutti i film successivi di Nolan
anche qui si riscontra la manipolazione del tempo attraverso il
montaggio, seguendo le vicende di un uomo affetto da amnesia. Ad ogni
risveglio non ricorda più nulla e deve ricostruire il passato e la
sua identità. La confusione e lo smarrimento del protagonista Lenny,
interpretato da Guy Pearce, coincide con le emozioni del pubblico,
completamente in balia dei salti temporali. La scelta del bianco e nero o del colore aiutano l'orientamento temporale, ma lo spettatore si trova a
dover cercare quegli indizi, inquadratura dopo inquadratura, che
consentano di collocare la scena in un “prima” o un “dopo”.
Proprio come il protagonista, che deve ricomporre la sua storia
osservando ciò che il Lenny di ieri gli ha lasciato: foto, appunti,
persino tatuaggi. Mostra così le immagini di un concetto astratto come quello della memoria, impresa che ripeterà con altre astrazioni quali per esempio il sogno e l'incubo (Inception e Insomnia).
I personaggi secondari hanno qui un ruolo fondamentale, forse maggiore dello spaesato Guy Pearce: ognuno deve rimanere in uno stato di indecifrabilità, restituendoci lo sguardo che il protagonista ha su di loro: di chi fidarsi davvero?
Nel cofanetto DVD del film è presente una
versione con un montaggio che segue l'ordine cronologico degli eventi, dedicata non solo allo spettatore un po' distratto,
per fugare gli eventuali dubbi, ma anche agli appassionati che possono comprendere al
meglio i meccanismi utilizzati dal regista.
Sicuramente un film meno spettacolare dei successivi ma che pone le basi per una poetica del tempo frammentato, e che acquisisce ancora più senso alla luce del percorso nolaniano, assolutamente da vedere (belli svegli, concentrati e pronti ad una seconda visione).
giovedì 7 settembre 2017
La pelle dell'orso, un viaggio tra simbologia e realismo
Film vincitore del
Premio Flaiano Opera Prima di quest'anno, La pelle dell'orso
di Marco Segato narra di un viaggio più che reale, profondamente
metaforico.
Ambientato negli
anni cinquanta in un paesino delle Dolomiti venete, il film ha come
protagonisti Pietro Sieff (Marco Paolini), un minatore, e di suo
figlio Domenico (Leonardo Mason); rimasti soli dopo la morte della
moglie, i due vivono un rapporto non rapporto, Pietro è un uomo che
non ha più nulla da perdere e Domenico non è per lui che un
estraneo
Quando un orso
attacca il villaggio, Pietro scommette con il proprio capo, Crepaz
(Paolo Pierobon), di riuscire ad ammazzare l'orso e portargli la
pelle. In palio ci sono 600.000 Lire, un anno di paga.
Pietro parte solo
verso i boschi che circondano il paese e Domenico decide di andarlo a
cercare. Lì nei boschi non troverà solo il padre, ma scoprirà
molto del suo passato anche grazie a Sara (Lucia Mascino), una donna
incontrata proprio nei boschi e che conosceva sua madre.
Il film, tratto dal
romanzo di Matteo Righetto, è intriso nella dimensione arcaica e nel
folklore veneto.
Al centro della
simbologia del film c'è l'orso, orso inteso come il male, non a caso
è chiamato il diaòl, quello che ammazza e
sfregia gli animali da fattoria, unica ricchezza dei contadini.
Alla figura
dell'orso si sovrappone quella di Pietro. All'inizio del film
assistiamo infatti ad un rito folklorico in cui, alcuni uomini
mascherati scendono giù dai boschi, vagano per le vie del paese fino
ad un prato dove c'è una pira che verrà incendiata; Pietro indossa
proprio il costume da orso.
È inoltre il
reietto del paese, ex detenuto e accusato dagli abitanti di aver
ucciso la propria moglie, è bersaglio di tutti, dei ragazzi che lo
prendono in giro, del suo capo e degli uomini del paese che si fanno
beffe di lui in osteria. Tutto ciò ricade su Domenico, che osserva
impotente cosa accade al padre e che, in più, ne subisce
l'indifferenza.
Pietro, l'orso, è
l'unico che può uccidere il daiòl e, nel
finale, i loro destini si intrecciano inesorabilmente.
Gran parte del film
è ambientato nei boschi, che è il topos dell'avventura per
antonomasia (si pensi alla selva dantesca, ai boschi dell'Orlando
Furioso o alle Langhe dei
romanzi di Cesare Pavese). Proprio lì Domenico troverà il
padre, che finalmente si comporterà da padre, e il suo viaggio nel
bosco lo porterà dall'età infantile a quella adulta.
Alla dimensione
arcaica si affianca quella della tradizione popolare veneta, delle
chiacchiere da osterie- proprio in osteria Pietro scommette con
Crepaz – del vino che fa sangue e non per ultimo del Santo veneto
per antonomasia, Sant'Antonio da Padova.
È interessante
notare come questa profonda metaforicità della trama venga
esplicitata con una tecnica di ripresa di chiara provenienza dal
cinema documentario. La macchina da presa si sofferma più che
sull'uomo, sulla natura che lo circonda, sui monti, sui boschi sui
ruscelli, tanto da restringere al minimo la presenza di una musica
extra-diegetica; infatti il paesaggio sonoro del film è
prevalentemente composta dai rumori della natura.
L'impronta
documentaria del film è influenzata dalla carriera del suo regista.
Autore molto legato alla sua terra, il Veneto, Marco Segato ha
toccato vari aspetti della cultura e dell'attualità del proprio
territorio; documentari come Via Anelli, che tratta dello sgombero e
della riqualificazione delle palazzine del complesso serenissima di
Padova, o come L'uomo che amava il cinema, sulla figura di Pietro
Tortolina, prendono sì origine da una realtà circoscritta, il
Veneto, ma che hanno un respiro più ampio di ricezione.
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Recensione
martedì 5 settembre 2017
Le cronache del Lido
Quest'anno finalmente sono riuscita ad andare al Lido di Venezia,
dopo anni di pausa, causa: sempre in bolletta.
C'è di più, ho portato
anche mia madre, tutta questa esperienza meriterebbe almeno due
articoli, uno sul viaggio e tutta l'esperienza di mia madre (e
mia!!!!) e uno per il film. Ma cercherò di essere breve, per quanto
riguarda la prima parte. Ho scelto di andare a vedere Nato a Casal di
Principe di Bruno Oliviero per due motivi: il primo quel giorno ero
(finalmente) libera, il secondo è perché c'è un'attrice del film
che conosco e volevo andarla a salutare.
Mia madre, che non è mai
andata al Festival, ha uno slancio (come sempre) e mi dice: “Voglio
venire pure io!”, ovviamente le dico di venire, visto che si
lamenta sempre che non la porto mai da nessuna parte (la cosa non è
vera) e tanto altro ancora. Acquisto il terzo biglietto, questo
martedì, dal momento dell'acquisto al giorno della proiezione avrà
cambiato idea circa 700 volte, tanto che ad un certo punto a
Chioggia, prima di prendere il traghetto, con il brutto tempo che
avanzava minaccioso verso di noi le ho detto “Senti resta qui e ti
faccio venire a prendere!”.
Dalla nostra partenza
all'arrivo al Lido il diluvio, sembrava un uragano, un signore in
traghetto ha spaventato mia mamma dicendo “Potrebbe formarsi una
tromba d'aria!”, io l'ho guardato allucinata “NOOOOOOOOON dire
ste cose!”, lei sempre più terrorizzata. Ripeto, il tutto
meriterebbe un articolo a parte dal titolo “Al Lido con mamma”.
Arrivare alla Mostra è
sempre una grande emozione (nonostante a me Venezia non piaccia).
C'era poca gente in giro, il brutto tempo non ha aiutato. La Sala
Giardino (inaugurata l'anno scorso) era piena. In sala c'erano
autori, attori, regista e i fratelli di Paolo Letizia (Amedeo e
Ginevra). Personalmente, la storia non la conoscevo, ho letto qualche
informazione sul film prima di comprare i biglietti e poco altro; non
volevo essere troppo influenzata dal giudizio altrui.
Il film è tratto dal
libro scritto da Amedeo Letizia e dalla giornalista Paola Zanuttini.
In breve: Amedeo è a
Roma e vuole diventare attore, siamo nel 1989, torna a Casal di
Principe perché il fratello minore, Paolo, è sparito ormai da
qualche giorno. Amedeo, il fratello e il cugino cercheranno di
mettersi sulle sue tracce. Il film affronta i giorni successivi alla
scomparsa di Paolo, la famiglia cercherà di affrontare il tutto come
può. Già è difficile dover affrontare un lutto, ma una scomparsa
improvvisa, priva di risposte, deve essere ancora peggio.
All'inizio del film
Amedeo e il cugino, vanno in un casale abbandonato a fare
rifornimento di armi, tornato a casa troviamo la madre e altre donne
impegnate a pregare.
Le donne del film, in
particolare la mamma di Amedeo e Paolo, troveranno conforto e
sostegno nella religione. Tutti i personaggi, pur dovendo affrontare
la stessa drammatica scomparsa, sono solitari nella loro ricerca,
faticano a trovare un linguaggio comune, credo sia proprio
l'incapacità di trovare risposte che li porta a non saper comunicare
tra di loro.
È difficile per me poter
comprendere la camorra e quello che questa rappresenti per i
cittadini che devono affrontarla, da buona “venetona” quale sono,
la vivo in maniera lontana, quasi sicuramente sbagliando, credo che
la battaglia contro la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta sia
qualcosa che riguarda tutti noi, non solo chi deve affrontarla
dolorosamente tutti i giorni. Questo è uno dei motivi principali per
cui ho trovato il film molto interessante e sono molto felice di
averlo visto.
Le paludi, i casali
abbandonati, mi hanno molto ricordato le zone in cui vivo, il basso
polesine, un ambiente naturale, difficile da vivere, una continua
scoperta. Ed è questo che fa l'occhio del regista, lo indaga, lo
affronta. Solo un regista che arrivava dal documentario poteva
indagare così a fondo l'ambiente. Trovo che il regista che arriva
dall'esperienza documentaristica abbia molto più rispetto della
natura e dei suoi abitanti, me lo immagino sempre come un chirurgo
preciso, che incide la superficie per farci entrare dentro alle cose
in maniera “scientifica”.
Non c'è solo questo nel
film, non c'è solo la biologia di un ecosistema, ci sono anche i
sentimenti delle persone, la loro fragilità nel dover affrontare una
cosa molto più grande di loro, il dolore viene indagato, ma in
maniera rispettosa, con assoluta dignità, composta, senza cadere in
facili moralismi. Nel film i dialoghi non sono moltissimi (forse il
motivo è anche quello che ho detto sopra), un altro motivo potrebbe
essere quello di aver lasciato molto più spazio alla fisicità degli
attori, bravissimi nella loro interpretazione.
Un occhio di riguardo l'ho avuto per le due donne del film; la madre di Amedeo si fa accompagnare
dal figlio da una veggente, non credo che Amedeo comprendesse fino in fondo questa scelta della madre, ma decide di accompagnarla. Rivedere Lucia Sardo e Donatella Finocchiaro insieme, mi ha molto emozionato.
Il film termina con poche risposte, apparentemente.
Amedeo e il padre, quando la loro personale ricerca termina in Spagna riescono ad avvicinarsi. I due uomini per tutto il film hanno fatto molta fatica a stare insieme, Amedeo voleva agire, rimanere in casa lo faceva sembrare un animale in gabbia è un ragazzo, quindi l'ambiente chiuso e l'attesa lo fanno soffrire. Il padre è un uomo, vuole che la vicenda faccia il suo corso, rinchiuso tra le mura domestiche attende che polizia ed altri uomini possano riportare il figlio a casa. Solo in Spagna con il figlio, capisce che Paolo non tornerà più, credo che il padre in realtà, più di tutti l'avesse sempre saputo. Amedeo, in una delle scene che porta verso la conclusione, si trova davanti ad una scelta, faccia a faccia, probabilmente con l'assassino del fratello, insieme ai due compagni d'avventura, incappucciati, con le armi, osservano l'uomo pescare. Amedeo si toglie la maschera e decide, la vendetta non riporterà il fratello indietro, non è con altro sangue che la situazione cambierà così getta le armi. L'unica cosa da fare è vivere, ricominciare a vivere e smetterla di lottare.
Nel finale la famiglia si ricompone a tavola, cenano tutti insieme, seduti allo stesso tavolo, per la prima volta in tutto il film, si fermano e non vagano per tutta la casa inseguendosi. La macchina da presa si allontana da loro, esce dalla casa e sale in alto, in cielo. Paolo è libero di volare.
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recensioni
domenica 3 settembre 2017
Dunkirk
Christopher
Nolan ha narrato la trilogia del Cavaliere Oscuro (2005-2012) e la
profondità della mente umana in Inception
(2010). Gli sono devota da The
Prestige (2006) e, per
me, da quel momento lui è diventato uno dei più grandi registi in
circolazione.
Dunkirk
o Dunkerque è un lembo di terra tra Francia e Inghilterra, che venne
assediato dalle truppe tedesche durante la seconda guerra mondiale.
Lì 400.000 soldati tra inglesi, francesi e belgi, presi in trappola,
aspettavano di essere portati via in salvo, pur potendo vedere la
costa della patria. Tra maggio e giugno 1940, 400.000 combattenti
furono salvati grazie all’iniziativa dei civili che, con piccole
imbarcazioni, partirono dall’Inghilterra e andarono a riprendere i
loro ragazzi.
La
retorica dei film di guerra viene azzerata e inizia una nuova forma
di narrazione. Il realismo di Nolan si fonde con la storia sin nei
dettagli. Mi sono sentita schiacciata e avevo le lacrime agli occhi.
Ho sofferto e mi sono sentita impotente nel vedere morire quei
ragazzi e di fronte alle scelte per la sopravvivenza che dovevano
fare tutti, dal soldato semplice al generale; ero lì. I grigi e i
marroni della spiaggia, il nero e il fuoco della notte e l’azzurro
del cielo dominano, non c’è sangue.
Non
c’è il nemico, non si sente parlare tedesco, non ci sono i
cattivi.
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