lunedì 11 settembre 2017

Focus on Christopher Nolan: Memento (2000)

Visto il grande successo dell'ultima fatica di Christopher Nolan Dunkirk, abbiamo deciso di dedicare al regista un focus raccontandovi passo passo la sua invidiabile filmografia. Partendo da Memento, poi Insomnia, passando per la trilogia del Cavaliere Oscuro, arrivando al labirintico Inception per approdare  infine ad Interstellar.


Eccoci al primo post, dedicato a Memento che definirei il film “mitico” di Nolan, un vero e proprio cult-movie, quello che tutti i grandi appassionati del regista devono aver visto ben più di una volta. Come tutti i film successivi di Nolan anche qui si riscontra la manipolazione del tempo attraverso il montaggio, seguendo le vicende di un uomo affetto da amnesia. Ad ogni risveglio non ricorda più nulla e deve ricostruire il passato e la sua identità. La confusione e lo smarrimento del protagonista Lenny, interpretato da Guy Pearce, coincide con le emozioni del pubblico, completamente in balia dei salti temporali. La scelta del bianco e nero o del colore aiutano l'orientamento temporale, ma lo spettatore si trova a dover cercare quegli indizi, inquadratura dopo inquadratura, che consentano di collocare la scena in un “prima” o un “dopo”. Proprio come il protagonista, che deve ricomporre la sua storia osservando ciò che il Lenny di ieri gli ha lasciato: foto, appunti, persino tatuaggi. Mostra così le immagini di un concetto astratto come quello della memoria, impresa che ripeterà con altre astrazioni quali per esempio il sogno e l'incubo (Inception e Insomnia).
I personaggi secondari hanno qui un ruolo fondamentale, forse maggiore dello spaesato Guy Pearce: ognuno deve rimanere in uno stato di indecifrabilità, restituendoci lo sguardo che il protagonista ha su di loro: di chi fidarsi davvero?
Nel cofanetto DVD del film è presente una versione con un montaggio che segue l'ordine cronologico degli eventi, dedicata non solo allo spettatore un po' distratto, per fugare gli eventuali dubbi, ma anche agli appassionati che possono comprendere al meglio i meccanismi utilizzati dal regista.
Sicuramente un film meno spettacolare dei successivi ma che pone le basi per una poetica del tempo frammentato, e che acquisisce ancora più senso alla luce del percorso nolaniano, assolutamente da vedere (belli svegli, concentrati e pronti ad una seconda visione).




giovedì 7 settembre 2017

La pelle dell'orso, un viaggio tra simbologia e realismo


Film vincitore del Premio Flaiano Opera Prima di quest'anno, La pelle dell'orso di Marco Segato narra di un viaggio più che reale, profondamente metaforico.

Ambientato negli anni cinquanta in un paesino delle Dolomiti venete, il film ha come protagonisti Pietro Sieff (Marco Paolini), un minatore, e di suo figlio Domenico (Leonardo Mason); rimasti soli dopo la morte della moglie, i due vivono un rapporto non rapporto, Pietro è un uomo che non ha più nulla da perdere e Domenico non è per lui che un estraneo
Quando un orso attacca il villaggio, Pietro scommette con il proprio capo, Crepaz (Paolo Pierobon), di riuscire ad ammazzare l'orso e portargli la pelle. In palio ci sono 600.000 Lire, un anno di paga.
Pietro parte solo verso i boschi che circondano il paese e Domenico decide di andarlo a cercare. Lì nei boschi non troverà solo il padre, ma scoprirà molto del suo passato anche grazie a Sara (Lucia Mascino), una donna incontrata proprio nei boschi e che conosceva sua madre.

Il film, tratto dal romanzo di Matteo Righetto, è intriso nella dimensione arcaica e nel folklore veneto.
Al centro della simbologia del film c'è l'orso, orso inteso come il male, non a caso è chiamato il diaòl, quello che ammazza e sfregia gli animali da fattoria, unica ricchezza dei contadini.
Alla figura dell'orso si sovrappone quella di Pietro. All'inizio del film assistiamo infatti ad un rito folklorico in cui, alcuni uomini mascherati scendono giù dai boschi, vagano per le vie del paese fino ad un prato dove c'è una pira che verrà incendiata; Pietro indossa proprio il costume da orso.
È inoltre il reietto del paese, ex detenuto e accusato dagli abitanti di aver ucciso la propria moglie, è bersaglio di tutti, dei ragazzi che lo prendono in giro, del suo capo e degli uomini del paese che si fanno beffe di lui in osteria. Tutto ciò ricade su Domenico, che osserva impotente cosa accade al padre e che, in più, ne subisce l'indifferenza.
Pietro, l'orso, è l'unico che può uccidere il daiòl e, nel finale, i loro destini si intrecciano inesorabilmente.

Gran parte del film è ambientato nei boschi, che è il topos dell'avventura per antonomasia (si pensi alla selva dantesca, ai boschi dell'Orlando Furioso o alle Langhe dei romanzi di Cesare Pavese). Proprio lì Domenico troverà il padre, che finalmente si comporterà da padre, e il suo viaggio nel bosco lo porterà dall'età infantile a quella adulta.
Alla dimensione arcaica si affianca quella della tradizione popolare veneta, delle chiacchiere da osterie- proprio in osteria Pietro scommette con Crepaz – del vino che fa sangue e non per ultimo del Santo veneto per antonomasia, Sant'Antonio da Padova.

È interessante notare come questa profonda metaforicità della trama venga esplicitata con una tecnica di ripresa di chiara provenienza dal cinema documentario. La macchina da presa si sofferma più che sull'uomo, sulla natura che lo circonda, sui monti, sui boschi sui ruscelli, tanto da restringere al minimo la presenza di una musica extra-diegetica; infatti il paesaggio sonoro del film è prevalentemente composta dai rumori della natura.


L'impronta documentaria del film è influenzata dalla carriera del suo regista. Autore molto legato alla sua terra, il Veneto, Marco Segato ha toccato vari aspetti della cultura e dell'attualità del proprio territorio; documentari come Via Anelli, che tratta dello sgombero e della riqualificazione delle palazzine del complesso serenissima di Padova, o come L'uomo che amava il cinema, sulla figura di Pietro Tortolina, prendono sì origine da una realtà circoscritta, il Veneto, ma che hanno un respiro più ampio di ricezione.

martedì 5 settembre 2017

Le cronache del Lido

Quest'anno finalmente sono riuscita ad andare al Lido di Venezia, dopo anni di pausa, causa: sempre in bolletta.
C'è di più, ho portato anche mia madre, tutta questa esperienza meriterebbe almeno due articoli, uno sul viaggio e tutta l'esperienza di mia madre (e mia!!!!) e uno per il film. Ma cercherò di essere breve, per quanto riguarda la prima parte. Ho scelto di andare a vedere Nato a Casal di Principe di Bruno Oliviero per due motivi: il primo quel giorno ero (finalmente) libera, il secondo è perché c'è un'attrice del film che conosco e volevo andarla a salutare.
Mia madre, che non è mai andata al Festival, ha uno slancio (come sempre) e mi dice: “Voglio venire pure io!”, ovviamente le dico di venire, visto che si lamenta sempre che non la porto mai da nessuna parte (la cosa non è vera) e tanto altro ancora. Acquisto il terzo biglietto, questo martedì, dal momento dell'acquisto al giorno della proiezione avrà cambiato idea circa 700 volte, tanto che ad un certo punto a Chioggia, prima di prendere il traghetto, con il brutto tempo che avanzava minaccioso verso di noi le ho detto “Senti resta qui e ti faccio venire a prendere!”.
Dalla nostra partenza all'arrivo al Lido il diluvio, sembrava un uragano, un signore in traghetto ha spaventato mia mamma dicendo “Potrebbe formarsi una tromba d'aria!”, io l'ho guardato allucinata “NOOOOOOOOON dire ste cose!”, lei sempre più terrorizzata. Ripeto, il tutto meriterebbe un articolo a parte dal titolo “Al Lido con mamma”.
Arrivare alla Mostra è sempre una grande emozione (nonostante a me Venezia non piaccia). C'era poca gente in giro, il brutto tempo non ha aiutato. La Sala Giardino (inaugurata l'anno scorso) era piena. In sala c'erano autori, attori, regista e i fratelli di Paolo Letizia (Amedeo e Ginevra). Personalmente, la storia non la conoscevo, ho letto qualche informazione sul film prima di comprare i biglietti e poco altro; non volevo essere troppo influenzata dal giudizio altrui.
Il film è tratto dal libro scritto da Amedeo Letizia e dalla giornalista Paola Zanuttini.
In breve: Amedeo è a Roma e vuole diventare attore, siamo nel 1989, torna a Casal di Principe perché il fratello minore, Paolo, è sparito ormai da qualche giorno. Amedeo, il fratello e il cugino cercheranno di mettersi sulle sue tracce. Il film affronta i giorni successivi alla scomparsa di Paolo, la famiglia cercherà di affrontare il tutto come può. Già è difficile dover affrontare un lutto, ma una scomparsa improvvisa, priva di risposte, deve essere ancora peggio.
All'inizio del film Amedeo e il cugino, vanno in un casale abbandonato a fare rifornimento di armi, tornato a casa troviamo la madre e altre donne impegnate a pregare.
Le donne del film, in particolare la mamma di Amedeo e Paolo, troveranno conforto e sostegno nella religione. Tutti i personaggi, pur dovendo affrontare la stessa drammatica scomparsa, sono solitari nella loro ricerca, faticano a trovare un linguaggio comune, credo sia proprio l'incapacità di trovare risposte che li porta a non saper comunicare tra di loro.
È difficile per me poter comprendere la camorra e quello che questa rappresenti per i cittadini che devono affrontarla, da buona “venetona” quale sono, la vivo in maniera lontana, quasi sicuramente sbagliando, credo che la battaglia contro la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta sia qualcosa che riguarda tutti noi, non solo chi deve affrontarla dolorosamente tutti i giorni. Questo è uno dei motivi principali per cui ho trovato il film molto interessante e sono molto felice di averlo visto.
Le paludi, i casali abbandonati, mi hanno molto ricordato le zone in cui vivo, il basso polesine, un ambiente naturale, difficile da vivere, una continua scoperta. Ed è questo che fa l'occhio del regista, lo indaga, lo affronta. Solo un regista che arrivava dal documentario poteva indagare così a fondo l'ambiente. Trovo che il regista che arriva dall'esperienza documentaristica abbia molto più rispetto della natura e dei suoi abitanti, me lo immagino sempre come un chirurgo preciso, che incide la superficie per farci entrare dentro alle cose in maniera “scientifica”.
Non c'è solo questo nel film, non c'è solo la biologia di un ecosistema, ci sono anche i sentimenti delle persone, la loro fragilità nel dover affrontare una cosa molto più grande di loro, il dolore viene indagato, ma in maniera rispettosa, con assoluta dignità, composta, senza cadere in facili moralismi. Nel film i dialoghi non sono moltissimi (forse il motivo è anche quello che ho detto sopra), un altro motivo potrebbe essere quello di aver lasciato molto più spazio alla fisicità degli attori, bravissimi nella loro interpretazione.
Un occhio di riguardo l'ho avuto per le due donne del film; la madre di Amedeo si fa accompagnare
dal figlio da una veggente, non credo che Amedeo comprendesse fino in fondo questa scelta della madre, ma decide di accompagnarla. Rivedere Lucia Sardo e Donatella Finocchiaro insieme, mi ha molto emozionato.
Il film termina con poche risposte, apparentemente.
Amedeo e il padre, quando la loro personale ricerca termina in Spagna riescono ad avvicinarsi. I due uomini per tutto il film hanno fatto molta fatica a stare insieme, Amedeo voleva agire, rimanere in casa lo faceva sembrare un animale in gabbia è un ragazzo, quindi l'ambiente chiuso e l'attesa lo fanno soffrire. Il padre è un uomo, vuole che la vicenda faccia il suo corso, rinchiuso tra le mura domestiche attende che polizia ed altri uomini possano riportare il figlio a casa. Solo in Spagna con il figlio, capisce che Paolo non tornerà più, credo che il padre in realtà, più di tutti l'avesse sempre saputo. Amedeo, in una delle scene che porta verso la conclusione, si trova davanti ad una scelta, faccia a faccia, probabilmente con l'assassino del fratello, insieme ai due compagni d'avventura, incappucciati, con le armi, osservano l'uomo pescare. Amedeo si toglie la maschera e decide, la vendetta non riporterà il fratello indietro, non è con altro sangue che la situazione cambierà così getta le armi. L'unica cosa da fare è vivere, ricominciare a vivere e smetterla di lottare.
Nel finale la famiglia si ricompone a tavola, cenano tutti insieme, seduti allo stesso tavolo, per la prima volta in tutto il film, si fermano e non vagano per tutta la casa inseguendosi. La macchina da presa si allontana da loro, esce dalla casa e sale in alto, in cielo. Paolo è libero di volare.

domenica 3 settembre 2017

Dunkirk


Christopher Nolan ha narrato la trilogia del Cavaliere Oscuro (2005-2012) e la profondità della mente umana in Inception (2010). Gli sono devota da The Prestige (2006) e, per me, da quel momento lui è diventato uno dei più grandi registi in circolazione.
Dunkirk o Dunkerque è un lembo di terra tra Francia e Inghilterra, che venne assediato dalle truppe tedesche durante la seconda guerra mondiale. Lì 400.000 soldati tra inglesi, francesi e belgi, presi in trappola, aspettavano di essere portati via in salvo, pur potendo vedere la costa della patria. Tra maggio e giugno 1940, 400.000 combattenti furono salvati grazie all’iniziativa dei civili che, con piccole imbarcazioni, partirono dall’Inghilterra e andarono a riprendere i loro ragazzi.
La retorica dei film di guerra viene azzerata e inizia una nuova forma di narrazione. Il realismo di Nolan si fonde con la storia sin nei dettagli. Mi sono sentita schiacciata e avevo le lacrime agli occhi. Ho sofferto e mi sono sentita impotente nel vedere morire quei ragazzi e di fronte alle scelte per la sopravvivenza che dovevano fare tutti, dal soldato semplice al generale; ero lì. I grigi e i marroni della spiaggia, il nero e il fuoco della notte e l’azzurro del cielo dominano, non c’è sangue.

Non c’è il nemico, non si sente parlare tedesco, non ci sono i cattivi.

mercoledì 30 agosto 2017

I "perchè" che sorgono spontanei guardando Death Note di Netflix



Manga e anime diventati leggendari, hanno guadagnato una schiera di fedeli e appassionati fan. Netflix ha la brillante idea di ispirarsi a questa storia e farne un film.
E la mente si riempie di domande a cui cerco di dare una vaga risposta.

Perchè la sceneggiatura sembra un groviera?
Una delle principali caratteristiche del manga è la forte coerenza degli avvenimenti. Tutto fila, ha un senso, nonostante parta dal presupposto che esista un quaderno su cui scrivere il nome di persone da far fuori. Il quaderno in questione ha delle regole ben precise che vanno seguite, e proprio su queste regole il protagonista Light (poi Kira) cerca di portare avanti la sua missione, uccidere i criminali, e allo stesso tempo salvarsi della polizia che sospetta di lui. Durante la visione del film molte cose non quadrano, si rimane straniti e le motivazioni delle azioni dei protagonisti non reggono. Il motivo non lo sapremo mai.
La madre di Light nel film - guarda tu che caso - è morta per mano di un criminale in libertà. Qui il motivo è chiaro: un'invenzione degli sceneggiatori per giustificare in qualche modo le azioni di Light/Kira, rendendolo ai nostri occhi più "buono".

Perchè c'è una storia romantica?
Non può mancare in un film chiaramente indirizzato ai teenager. Poco dopo l'inizio del film il protagonista Light e la compagna di liceo Mia (chiaro riferimento alla Misa del manga) si mettono insieme. Qui capiamo subito che il caro vecchio Kira non ha nulla a che fare con questo ragazzetto così incline ai rapporti umani. Nel manga il protagonista segue il suo disegno metodicamente, uccidendo i criminali con la convinzione di poter creare un Nuovo Mondo e diventarne il Re. Questo piano folle viene completamente depotenziato nel film, rendendo Light un semplice ragazzo a cui è venuta l'idea di uccidere qualche cattivo oltre al solito bulletto della scuola, un protagonista non molto carismatico per una storia di questo tipo. Misa nel manga è fissata con Kira, lo venera tanto da scambiare il suo rapporto con lui per amore e viene usata da Light per i suoi scopi. Qui Mia si innamora del potere del ragazzo, cercando di proteggerlo dalla sua poca risolutezza. Credo che tra tutti sia il personaggio quasi interessante del film.

Perchè L è nero?
Il detective geniale che deve smascherare l'assassino Kira viene dipinto nel manga come un ragazzo gracilino, pallido, con le occhiaie e che si ciba solo di dolci. La scelta di un attore di colore, in forma e votato all'azione (e di certo più credibile della descrizione più sopra) non mi dispiaceva guardando il trailer, a patto che l'essenza del personaggio fosse rimasta, cosa che purtroppo non accade (caramelle a parte).
Si sono dimenticati dell'unica cosa importante al di là del colore della pelle: l'intelligenza. Del personaggio non riusciamo ad apprezzarne l'intuito e le diatribe con l'acerrimo nemico Light (Kira) diventano battibecchi fra ragazzini perdendo completamente la tensione psicologica fra i due personaggi, le scene migliori del manga.

Perchè il film dura 100 minuti?
Un manga in 13 volumi, un anime di 37 puntate, mille idee geniali da poter sfruttare, e il film dura un'ora e quaranta minuti. In questo lasso di tempo riescono pure a inserire scene poco utili (vedi le battutine che non fanno ridere dello spaventoso Dio della morte Ryuk). L'unica ipotesi che mi sento di formulare è che serbino il resto per altri film. Spero di sbagliarmi.

Perchè è tutto blu?
La fotografia così esasperata in certe scene, spesso sui toni del blu/rosso e con luci al neon, accompagnata da musica anni 80 (???) è l'aspetto che si tenderebbe ad insultare meno ma che secondo me racchiude bene ciò che il film Death Note rappresenta per Netflix. Un'ambientazione poco realistica fa percepire la storia come completamente scollegata dalla realtà. Certamente un quaderno della morte non può esistere ma gli autori del manga lo introducono nel nostro mondo, e lo affidano ad un ragazzo che decide di utilizzarlo per i problemi reali uccidendo i criminali. Qui non ci sentiamo minimamente toccati da ciò che accade, sembra tutto sospeso in un'altra dimensione. E torna il concetto del depotenziare una storia forse ritenuta troppo forte per il target di riferimento.

E voi? Quali domande hanno affollato la vostra mente durante la visione? A qualcuno è piaciuto? Fatecelo sapere con un commento.

martedì 25 luglio 2017

Guardare con gli occhi del cuore, Boris (che forse torna)

Pare che ci sarà un seguito di Boris. Appena ho letto la notizia ho urlato E DAI DAI DAI!!!
Chi ha visto Boris lo sa, crea più dipendenza di Game of Thrones, non puoi non amare i suoi personaggi e citare le loro battute
Per chi non conoscesse Renè Ferretti e la sua troupe, ecco un breve assaggio...
Il cast di Boris

Boris è una serie tv, ideata da Luca Manzi, andata in onda su Fox tra il 2007 e il 2010 Quando uscì, si trattò di un format nuovo, per durata (gli episodi durano circa 30 minuti) e soprattutto per la trama, il sottotitolo è infatti La fuoriserie italiana.
Boris infatti parodia il suo stesso genere; è ambientata sul set di un'ipotetica fiction, Gli occhi del cuore, e racconta di cosa accade durante le riprese.
Non vi è un vero e proprio protagonista, ma possiamo individuare una figura centrale in Alessandro (Alessandro Tiberi), stagista di regia – non a caso la serie inizia il suo primo giorno di lavoro.
In Boris ci troviamo di fronte ad una trama surreale che scivola spesso e volentieri in un voluto grottesco, per amplificarne l'assurdità delle situazioni.
L'elemento portante di questa serie tv è la sceneggiatura di Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre; le situazioni e i dialoghi partono da un universo diegetico quanto più reale (il set) per arrivare al surreale (cosa accade ogni giorno durante la lavorazione), questo procedimento parte dall'esasperazione degli stereotipi televisivi, a partire da quelli della fiction italiana.
Ciò che più resta impresso nello spettatore sono i dialoghi, talmente divertenti che non si può non citarli a memoria (memorabili quasi quanto gli straordinari di Libeccio).
Occhi del cuore, la brutta fiction su cui lavora la troupe, presenta molte delle pecche dei grandi sceneggiati televisivi, la trama a volte nonsense – possiamo vederne degli spezzoni che non creano una storia ben precisa, l'uso di battute retoriche, una brutta fotografia e non per ultima la recitazione “a cazzo di cane”.
I personaggi che popolano il set sono a modo loro stereotipati, dal regista, Renè Ferretti (Francesco Pannofino), agli attori Stanis (Pietro Sermonti) e Corinna (Carolina Crescentini), fino agli stessi sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti). Sono tutti personaggi con atteggiamenti e battute ricorrenti tanto da diventare dei veri e propri tormentoni, tutti tranne Alessandro, quasi un pesce fuor d'acqua.
È proprio un pesce che dà il titolo alla serie; Boris (Becker) è un pesciolino rosso che il buon Renè porta sempre sul set per dargli ispirazione, può sembrare un dettaglio insignificante che diventa molto di più (un po' come succede nelle fiction).
Ciliegina sulla torta è la sigla, cantata da Elio e le storie tese, in cui il cast, in un palese playback canta ed ammicca alla telecamera come nelle peggiori soap-opera.


Boris è ormai una serie cult, tanto da essere paragonata a Twin Peaks (esistono pagine geniali come “Ferretti cammina con me”,) e i fan non vedono l'ora di urlare GENIO insieme al caro vecchio Renè.

venerdì 21 luglio 2017

Buon Compleanno Robin!


Il 21 luglio è il compleanno di Robin Williams e noi Filmlovers abbiamo deciso di dedicargli un post perché Robin è nella nostra memoria cinematografica e affettiva.
Lo staff di Filmlovers


da Sonia
Good Morning Vietnam
(Barry Levinson, 1987)

Pellicola del 1987, racconta uno spaccato di Guerra del Vietnam in modo insolito, grazie alla magistrale interpretazione del nostro Robin Williams, alle prese con un personaggio irriverente. Un aviere-dj, Adrian Cronauer, viene chiamato dall'esercito a Saigon per tenere alto il morale delle truppe attraverso la radio. Tutte le mattine esordisce con un sonoro “Gooood Morning Vietnaaam!” e con la sua parlantina spigliata elenca in modo ironico le notizie del giorno, accompagnate da imitazioni esilaranti, sketch con attrici famose e presidenti e proibita musica “moderna”, il rock. Le news vengono attentamente filtrate dal personale addetto dell'esercito, scartano tutto ciò che potrebbe rivelare la vera catastrofica portata del conflitto che si vuole descrivere come una guerriglia circoscritta e sotto controllo. L'entusiasmo e la comicità dello speaker vengono frenati nel momento in cui si rende conto del livello di censura a cui viene sottoposto: non gli è concesso nemmeno di testimoniare l'attacco terroristico a cui ha assistito. L'interpretazione di Williams non si limita al tipico fare clownesco ma arriva in profondità, percepiamo a poco a poco tutte le debolezze che si celano dietro a ciascuna battuta di spirito. Assolutamente da vedere.


da Francesca
L'Attimo fuggente
(Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente è un film del 1989, quando è uscito avevo circa 4 anni. Per forza di cose l'ho guardato molti anni più tardi. In casa mia Robin Williams era uno di famiglia, riusciva a mettere d'accordo tutti, nonostante abbiamo tutti gusti differenti in fatto di cinema. Però se in TV davano un suo film, tutti lo guardavamo. Questo no però, l'ho guardato da sola, forse per la prima volta 10 anni fa, mia mamma lo considera uno dei suoi film preferiti e dopo avermene parlato tanto ho deciso di guardarlo. Non vi racconto la storia, tanto tutti la conoscete. Un professore fuori dalle righe si ritrova in un collegio maschile, lì riuscirà a "risvegliare" i ragazzi. Inutile anche dirvi i lacrimoni spesi per questo film. È anche l'ultimo ricordo che ho di Robin. Stavo facendo le pulizie a casa della nonna e mentre ascoltavo la radio dicevano "o capitano!mio capitano!", ho digitato subito il suo nome sulla tastiera del cellulare e, purtroppo il mio sospetto era fondato. Un parente lontano se ne era andato.


da Laura P.
Hook – Capitan Uncino
(Steven Spielberg, 1991)

Hook –  Capitano Uncino è la rilettura “spielberghiana” della fiaba di Peter Pan. Ritroviamo tutti gli elementi dell'isola che non c'è ma sotto una veste adulta. Peter Pan (Robin Williams) è cresciuto ed è diventato Peter Banning, avvocato newyorkese con moglie e figli che... ha paura di volare! Tornato a Londra per festeggiare nonna Wendy (Maggie Smith) viene colto da qualcosa che ha del paranormale: Capitan Uncino (Dustin Hoffman) rapisce i suoi figli. Peter deve così tornare all'isola che non c'è per salvarli. Non sarà facile perché dovrà ritrovare il bambino perduto che è in lui.
È un film a cui sono molto legata perché lo vedevo sempre da bambina e mi ha sempre affascinata il modo in cui i giochi, sull'isola, diventano reali e importanti anche per l'adulto Peter. In questo film Robin Williams ha tirato fuori tutto il suo lato clownesco, deve giocare, battersi ed esultare non come un adulto ma come un bambino. Deve “fingere” di fare delle azioni reali come solo i bambini e i clown sanno fare. Questo ovviamente è il giudizio di Laura da grande. Laura da piccola probabilmente era davanti la TV in attesa del coccodrillo e invidiando già Julia Roberts che è bellissima anche in dimensioni mini da Trilli.
Consiglio di rivedere Hook – Capitan Uncino per ritrovare il bambino che è in tutti noi.


da Stenia
Good Will Hunting, genio ribelle
(Gus Van Sant, 1997)

Per festeggiare il compleanno di Robin Williams posso scrivere di uno dei miei film preferiti; un film in cui la sua interpretazione ha donato un qualcosa di molto autentico e ha reso questo film un piccolo gioiello. Robin Williams interpreta Sean McGuire terapeuta del giovane problematico genio Will Hunting (Matt Damon). Sean McGuire è il personaggio che "fa con Will il lavoro sporco", lo aiuta a lasciarsi il passato alle spalle, riesce a parlare con Will del suo senso di colpa e di fargli accettare di essere solo un ragazzo e adesso puoi crescere, diventare adulto.


da L. R.
Al di là dei sogni 
(Vincent Ward, 1998)

Al di là dei sogni è un film diretto da Vincent Ward nel 1998, interpretato da Robin Williams nei panni di Chris e da Annabella Sciorra nei panni di Annie.  La pellicola parla di amore e di morte, eros e thanatos che come da tradizione sono saldamente intrecciati. L’amore che Chris prova per la moglie, ancor più che nella vita, lo dimostra e lo fa valere nella morte. Nell’Aldilà il suo paradiso immaginario non è altro che il dipinto di sua moglie in cui è raffigurato il luogo del loro primo incontro, ma per amore di lei decide di andarsene da quel luogo idilliaco, sfidare le leggi del regno dei morti e scendere all’inferno pur di non abbandonare la sua amata Annie. Un film senz’altro emozionante sia per i temi trattati in modo non convenzionale, sia per la toccante interpretazione di R. Williams. Il lavoro di Ward è lodevole soprattutto per l’impatto visivo del paradiso personale di Chris, colorato e delicato nel suo impasto impressionista, in contrasto con il lugubre e decadente inferno.


Per un approfondimento:
http://www.imdb.com/name/nm0000245/?ref_=nv_sr_1