venerdì 17 febbraio 2017

Split: chi sta nella luce?




Split, l’ultima opera di Shyamalan uscita da poco nelle sale italiane, è un thriller che tocca picchi tanto orrorifici quanto grotteschi, in grado di inchiodare il pubblico alla sedia e lasciarlo con il fiato sospeso tutto il tempo, in attesa di un finale inaspettato (firma consolidata del regista) che però non verrà svelato in questa recensione.
Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), uomo affetto da disturbo dissociativo dell’identità, ospita dentro di sé ben ventitré personalità diverse che, alternandosi, entrano “nella luce” (prendono controllo del corpo). In attesa della venuta della ventiquattresima, “La Bestia”, Kevin rapisce tre giovani ragazze “impure” (che non hanno conosciuto la sofferenza) e le tiene prigioniere in un sotterraneo blindato, in attesa di offrirle alla creatura ferina che sta per venire alla luce.
Con un budget ridotto Shyamalan si rimette in pista con un lavoro pregevole sia per la capacità di trascinare in un vortice d’ansia lo spettatore, facendogli di tanto in tanto riprendere fiato nei momenti di sedute psichiatriche di Kevin con la dottoressa Fletcher (Betty Buckley), sia per l’ottima interpretazione di James McAvoy.
È notevole come il cineasta riesca a non perdere il controllo di un personaggio così complesso e sfaccettato e a non cadere in una trama nonsense. L’espediente di un tale numero di individui dentro lo stesso corpo amplifica ed evidenzia la lotta interiore che in fin dei conti corrode ogni uomo, puntandovi i riflettori contro. Lo spettatore è messo di fronte alle mille facce di Kevin, ma anche alle proprie, e questo rende Split così conturbante. Il personaggio interpretato da McAvoy ha iniziato ad avere tale disturbo psichiatrico a seguito di un passato traumatico, orrore che però gli ha permesso di evolversi. La dottoressa Fletcher ci illumina a questo riguardo: chi soffre di disturbo dissociativo d’identità non è da considerarsi inferiore, semmai il contrario. Questi individui mettono luce sulle potenzialità della psiche umana che è in grado di sviluppare addirittura capacità fisiche differenti specifiche per ogni identità, solo grazie alla forza di convinzione. Ciò in cui si crede diventa vero, pure gli incubi più terribili come “La Bestia”. La ventiquattresima identità, si lascia presagire essere una creatura superevoluta e al contempo terrificante.
Shyamalan dissemina richiami zoologici in tutta la pellicola: delle statue, i disegni nella cameretta di Hedwig (una delle personalità di Kevin), il nome della ventiquattresima identità. Eppure la bestialità irruenta non è evocata solo da Kevin. La sofferenza profonda definisce anche il personaggio di Casey Cook (Anya Taylor-Joy): le cicatrici del suo passato, che emergono grazie ai frequenti flashback, l’hanno forgiata e hanno potenziato la sua intuitività, la sua furbizia e la capacità di sopravvivenza in un tale contesto in cui le due compagne, invece, reagiscono con più impulsività. L’atteggiamento solitario e asociale di Casey, criticato dalle coetanee nell’incipit del film, scaturisce dalla ferinità brutale umana con cui ha dovuto scontrarsi, così come il disturbo di Kevin nasce proprio dal male subìto. Eppure il dolore, secondo le parole di Dennis (una della ventitré personalità), in particolare, sembra necessario per poter accedere a uno stato superiore: chi ha sofferto dunque ha raggiunto la “purezza”.
Ciò che contraddistingue il personaggio interpretato da McAvoy rispetto agli altri, è la potenzialità presagita di dare forma a qualsiasi personalità, anche a“La Bestia” che, tutto sommato, si può celare dentro ognuno di noi. Ma attenzione: Shyamalan non condanna in toto il personaggio né lo dipinge come un cattivo punto e basta. Kevin è molto di più, anche “La Bestia” sembrerebbe essere qualcosa di più di un semplice “mostro”.
Guardare Split, dunque, significa lasciarsi affogare nell’oscurità da un regista visionario che, però, lascia intravedere una “luce” in cui lo spettatore può decidere quale parte di sé far stare.

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